Capitolo 2
2
Anna non lo capiva e non poteva farlo semplicemente perché per lei quella era una cosa del tutto inconcepibile.
Eppure la maestra Carmela quando vi aveva assistito la prima volta non si era fatta tante domande e l’aveva accettata serenamente, senza preoccuparsene troppo o farsi molti problemi. Tutti quelli che invece si stava facendo lei anche adesso, mentre stava seduta nella cameretta di sua figlia che dormiva già da un bel po’.
Eppure stamattina tutto era accaduto sotto i suoi occhi e quella stupida supponente della maestra le aveva pure assicurato che era una cosa che succedeva costantemente e che proprio per quel motivo si era convinta che lei, sua madre, ne fosse perfettamente al corrente.
Lei invece non ne sapeva proprio niente, semplicemente perché non era mai accaduta in sua presenza.
Ma se invece fosse stata semplicemente lei a non accorgersene? Nonostante tutto faceva fatica a crederlo.
Adesso Sofia dormiva e lei le era rimasta accanto, immobile a osservarla attendendo che accadesse di nuovo e invece…
Nulla.
«Magari sono solo fantasie» si disse, ma ormai aveva capito che non era così. Lei e la maestra erano assieme quando era successo e non potevano avere immaginato in due la medesima cosa.
Chiuse gli occhi e per cercare di combattere il sonno che la stava aggredendo, tornò indietro con il pensiero a quella stanza dove aveva incontrato la maestra Carmela e dove era stata portata anche sua figlia.
Il rumore dell’interruttore che scattava consegnando quel luogo alle tenebre e poi la carezza che la maestra aveva fatto a Sofia e che aveva scatenato quell’incredibile reazione.
All’inizio era stata una cosa lieve, lievissima, al punto che Anna l’aveva imputata solo alla fisiologica capacità dell’occhio umano di abituarsi all’oscurità rendendo possibile vedere qualcosa anche al buio. Poi però la cosa era diventata troppo evidente per continuare a pensare di trovarsi di fronte al semplice all’adattamento delle pupille alle avverse condizioni di luminosità.
Quindi era impossibile negare che fosse stata Sofia a emanare luce.
Proprio così.
Dal suo corpo era scaturita una luminescenza biancastra come quella che si dipinge in cielo durante le notti di plenilunio e che era aumentata quando la maestra Carmela le si era avvicinata e divenendo ancora più forte quando le aveva fatto una carezza.
La stanza si era poi addirittura illuminata a giorno nel momento in cui la giovane insegnante le aveva deposto un tenero bacio sulla guancia e lei l’aveva ricambiata con un sorriso. In quel preciso istante la luce era divenuta così bianca e intensa da sembrare l’esplosione di una microscopica supernova.
«Vede?» disse Carmela, ma Anna era senza parole perché non si può dire niente a proposito di qualcosa che non si è in grado di comprendere né di immaginare.
«Ma cosa diavolo è?» Le venne alla fine da chiedere con un filo di voce e la maestra Carmela si strinse nelle spalle in un gesto che era l’espressione fisica della semplice allocuzione “non lo so”. Del resto solo i bambini possono credere che le loro insegnanti sappiano veramente rispondere a tutto.
«Come le ho detto, Sofia è speciale perché possiede un dono speciale. Il suo sorriso e la sua presenza sono capaci di trasmettere gioia e serenità a tutti i suoi compagni, riuscendo a calmarli se sono nervosi e facendoli ritornare allegri e gioiosi.
Non esistono liti, bizze o prepotenze quando Sofia è presente nell’aula. Non è mai successo neanche una volta.
In tanti anni di insegnamento non mi era mai accaduto di vedere una cosa simile e io stessa me ne sono stupita non poco quando l’ho notato, ma per scoprire il fenomeno della luce c’è voluta un’interruzione della corrente che ha messo la scuola al buio per qualche minuto. Solo allora mi sono accorta di come Sofia emanasse luce quando era vicino ai propri compagni, luce che aumentava quando qualcuno scambiava con lei un qualsiasi gesto d’affetto o tenerezza, sia che fosse un abbraccio o piuttosto una carezza o un piccolo bacio».
«È semplicemente impossibile» aveva sentenziato Anna, pur consapevole di come non avesse alcun senso negare quello che, anche se appariva privo di senso, era accaduto proprio sotto i suoi occhi.
«Sua figlia sembra avere il potere di trasmettere gioia, pace e serenità alle persone che le stanno vicino e quando lo fa irradia la luce che ha visto anche lei. Una luce che assomiglia a quella della luna o delle stelle o forse, addirittura, a quella degli angeli. Davvero non posso credere che lei non lo avesse mai notato in passato perché onestamente lo davo per scontato» aggiunse poi con un tono che si era fatto quasi rammaricato.
Anna si era limitata a scuotere il capo senza sapere che altro dire di fronte a una cosa del genere, poi si erano salutate e lei era tornata all’università dove tra poco avrebbe dovuto tenere una lezione anche se si sentiva così confusa da dubitare di esserne in grado.
Sua figlia emanava luce e trasmetteva felicità? Aveva detto proprio così la sua maestra, ma che cosa voleva saperne lei. Si sa che a volte i bimbi litigano e subito dopo fanno pace, così come passano da un pianto incontrollabile a delle risate che sembrano il tintinnare dell’argento e in tutto ciò non c’entra nulla la magia, gli angeli e cose del genere.
«Empatia» aveva detto la maestra Carmela e lo aveva ripetuto almeno una dozzina di volte durante il loro colloquio, ma Sofia era veramente così empatica? A suo modo di vedere quella sarebbe stata la peggiore delle iatture che potevano capitare a una persona che sarebbe stata costretta a trascorrere la propria esistenza sentendosi addosso tutti i guai del mondo. Una vera e propria maledizione che non voleva assolutamente toccasse a sua figlia che adesso dormiva serena e non si sognava nemmeno di emettere luce come fanno le stupide lucciole nelle notti d’estate.
«È solo una cosa senza senso, colpa di tutte quelle cazzate “New Age” che ora vanno tanto di moda! Non c’è niente di reale in tutto ciò ed è solo la scienza che conta. La chimica che ho sempre studiato, la matematica, la fisica e tutto il resto. Non queste storie di angeli e luci magiche!» Si ripeté mentre osservava Sofia dormire accanto al suo peluche preferito.
Però quella luce l’aveva vista anche lei.
Aveva visto quella luminescenza che aumentava mentre la maestra le stava vicino e le dispensava baci e carezze, cosa che lei invece si guardava bene dal fare, forse temendo che le troppe tenerezze nei confronti di sua figlia la facessero crescere debole e insicura, proprio come era successo a lei.
«Cazzate! Io sono solo una professoressa che deve tirare su una figlia senza avere accanto un uomo, perché quello stronzo di suo padre se n'è andato per inseguire una ragazza più giovane, uguale sputata alla maestra Carmela e forse con in testa le medesime idee strampalate».
«Davo per scontato che lei lo sapesse» le aveva ripetuto più volte, ma lei non sapeva proprio nulla e non aveva mai visto niente di simile, nonostante fosse sua madre.
Allora le si avvicinò e vide che Sofia si era rimessa di nuovo in bocca il pollice e se lo stava succhiando dolcemente.
«Eppure aveva smesso già da un po’» pensò, ma non era certo quello il momento di fare discussioni. Era tardi e doveva andare a distendersi anche lei perché domani avrebbe avuto lezione alla prima ora e voleva essere la prima ad arrivare per dare il buon esempio a quegli sfaticati dei suoi studenti.
Così fece per uscire dalla stanza ma, proprio mentre stava per chiudersi la porta alle spalle, si sentì chiamare.
«Mamma?»
Perché si era svegliata? Eppure era stata attentissima a non fare rumore.
Anna tornò indietro e si avvicinò al letto di Sofia.
«Hai bisogno di qualcosa?» Le chiese con una voce piatta e senza sentimento ma che ugualmente non riusciva a nascondere la sua contrarietà.
«Perché non dormi? È tardissimo e domani hai scuola».
Silenzio.
Che si fosse già riaddormentata? Del resto i bambini sono capaci di tutto. Prima sono svegli come grilli e un attimo dopo cadono in un sonno profondo, come se qualcuno avesse tolto loro le batterie.
«Lo sai che tutte le mamme delle mie compagne gli danno un bacio prima di andare a letto? Tu perché non lo fai mai?»
Anna aggrottò la fronte.
Cosa le veniva in mente a quell’ora di notte? E che richiesta bizzarra le aveva fatto visto che in passato la buonanotte non era mai stata accompagnata da baci, abbracci o altre smancerie simili.
«Ti farebbe piacere?» Le chiese mentre iniziava ad avvertire una sensazione strana che le agitava lo stomaco insieme al sospetto che per tutto questo tempo si fosse comportata in modo sbagliato nei confronti della figlia.
«Mi piacerebbe che tu mi baciassi e mi abbracciassi come a volte fa la maestra Carmela quando finisce la scuola» disse tutto d’un fiato con una voce leggera e dal tono quasi musicale. Quella di una bambina che non era felice come avrebbe meritato.
Anna si avvicinò per esaudire il desiderio della figlia, anche se la riteneva una cosa inutile, una stupida perdita di tempo ulteriore a un’ora troppo tarda per essere ancora svegli.
Le depose quindi le labbra sulla fronte per un misero, brevissimo istante e subito dopo si rialzò.
«Ora dormi, che è davvero molto tardi!»
Sofia invece aprì le braccia senza dire altro ma era evidente come desiderasse un altro bacio insieme a un abbraccio, quello che tutte le mamme dispensano con gioia ai propri figli.
Almeno quasi tutte.
Anna, madre single, professoressa di chimica all’ateneo cittadino, studiosa apprezzata da tutta la comunità scientifica pensò allora per un lungo attimo a cosa fosse più giusto fare. In un altro momento si sarebbe limitata a ripetere a sua figlia che doveva dormire e sarebbe uscita lasciandola nella sua cameretta in compagnia del suo peluche, ma quello era stato un giorno troppo strano e particolare. Uno di quei giorni in cui si scopre, quando nemmeno ce lo aspettiamo, che le regole che abbiamo scritto e che ci siamo imposti di seguire non contano granché e che a volte la cosa migliore da fare è lasciarle perdere almeno per un po’.
Cosi madre e figlia si abbracciarono, anche se era notte fonda e domani sarebbe stata una giornata dura per entrambe.
«Vuoi venire a dormire con me stanotte?» Chiese Anna e si stupì perfino di quella frase che aveva appena pronunciato, ma quel piccolo abbraccio di sua figlia sembrava averle mosso qualcosa dentro.
«Mi piacerebbe davvero tanto, mamma».
«Anche a me» rispose Anna.
Così sollevò la piccina e, tenendola tra le braccia, la portò nella sua camera, adagiandola sul lettone. Un attimo dopo anche lei si stese al suo fianco, avvertendo per la prima volta da tanto tempo come la sua feroce e incontenibile ansia si fosse calmata, cessando di costituire una minaccia.
Madre e figlia, così strette, si addormentarono quasi subito mentre la camera dove Anna dormiva da sola da ormai troppo tempo, esplodeva della luce bianca e lattiginosa della luna e delle stelle, la stessa di una microscopica supernova.
E anche degli angeli.Inizia a scrivere…
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