Capitolo 1
IL DONO DI SOFIA
La signora Anna, docente di chimica all’università cittadina, quel giorno era molto preoccupata, ma del resto chi, al posto suo, non lo sarebbe stato?
La maestra di Sofia, sua figlia, l’aveva fatta chiamare dalla segretaria della scuola per farle sapere che aveva necessità di parlare con lei.
«Appena possibile» aveva aggiunto al termine della telefonata ed era stata proprio quella chiosa finale che le aveva trasmesso ulteriore ansia che si era andata a sommare a quella che era la sua inseparabile e insopportabile compagna di vita fin da quando era ragazza.
Sofia aveva solo quattro anni, era una bambina molto tranquilla e obbediente e aveva cominciato a frequentare l’asilo da poco più di una settimana, quindi cosa poteva mai essere successo di così grave da rendere necessaria quella convocazione?
Se lo domandava con insistenza mentre si dirigeva verso la scuola per svolgere quell’inaspettata e preoccupante incombenza.
«A volte le maestre si inventano problemi che non esistono» si ripeteva mentre guidava nel traffico nevrotico della fine mattinata, ma in realtà la prima a non essere convinta di ciò era proprio lei.
Parcheggiare non fu affatto facile perché l’edificio che ospitava sia asilo che primarie e medie era proprio nel centro della città, ma dopo diversi giri Anna riuscì a trovare un posto quasi regolare in cui abbandonare l’auto, anche se era abbastanza lontano dalla meta.
«Arriverò di sicuro in ritardo!» Si disse mentre iniziava a correre cercando di mantenere la calma e gestire al meglio l’inquietudine che le stava rimontando dentro. Quello era uno degli aspetti del proprio carattere di cui non era mai riuscita a raggiungere un pieno controllo e che finiva per farla sentire perennemente inadeguata di fronte a qualsiasi situazione.
«Che vorrà mai questa stupida maestra da me? Sofia è una bambina deliziosa, mite, obbediente e tranquilla. Non credo sia possibile che ce ne possano essere di migliori, ma questa deve ugualmente rompere le palle, forse solo per far vedere al preside che fa bene il suo lavoro!»
Mentre masticava queste parole stizzite il fiato le era divenuto cortissimo e il sudore aveva preso a scorrerle su tempie e fronte così che quando arrivò a varcare la soglia della scuola, pensò di essere del tutto impresentabile, cosa peraltro che le accadeva assai di frequente.
Riprese fiato un attimo appoggiandosi al muro sotto gli occhi incuriositi della bidella, una donna grande e grossa che se ne stava placidamente seduta a una scrivania di legno vecchio.
«Ho un appuntamento con la maestra Carmela» disse appena si sentì di avere recuperato fiato sufficiente e la bidella annuì a malapena.
«Temo di essere un po’ in ritardo, ma non trovavo parcheggio» si giustificò, sentendosi ancora più stupida a fornire spiegazioni a quella sconosciuta alla quale si vedeva benissimo come della cosa importasse meno di zero.
«Arrivi in fondo al corridoio e bussi alla porta che si troverà sulla destra. Le maestre ricevono lì».
Anna si passò la mano sui capelli nel tentativo di riavviarseli e si sganciò il soprabito che adesso, dopo quella breve corsa, le faceva provare un caldo insopportabile.
«Ora puzzo come una capra e farò una pessima figura nei confronti della maestra di Sofia» pensò, ma in ogni caso non poteva farci nulla.
Con le nocche colpì leggermente la porta tinta di un’anonima vernice bianca e una voce gentile le rispose di entrare.
«Sono la mamma di Sofia» disse fissando per un istante gli occhi della donna che si trovò davanti. Dopo pochi istanti però abbassò lo sguardo, come faceva sempre.
La signora che le aveva detto di entrare era mora, con dei capelli lunghi fermati in una coda di cavallo e degli occhi nerissimi che parevano luccicare.
Era certamente molto bella, ma di una bellezza che si mischiava con una naturale eleganza, formando un connubio molto piacevole.
«È il tipo di donna che piace a quello stronzo del mio ex marito» pensò subito e questo, inutile dirlo, gliela rese inevitabilmente antipatica.
«Sono la maestra Carmela. Piacere di conoscerla» disse porgendole la mano.
Quella giovane donna possedeva una stretta forte, decisa, ma nello stesso tempo dolce e femminile, e Anna trovò anche questa cosa molto fastidiosa, perché a lei invece, ogni volta che doveva salutare qualcuno, la mano iniziava a tremare divenendo sudaticcia e scivolosa.
Si detestava per questo ma anche per tanto altro.
«Cos’ha combinato Sofia?» chiese subito Anna, saltando volutamente ogni tipo di convenevole. Odiava stare lì, odiava relazionarsi con quella donna troppo bella, odiava le proprie mani che si bagnavano di fronte a qualsiasi estraneo e odiava soprattutto che qualcuno mettesse in evidenza dei difetti di sua figlia che invece non ne aveva alcuno.
«Non si preoccupi signora. Sofia è una bimba deliziosa, attenta, intelligente e obbediente e io, come maestra, devo ammettere che non potrei desiderare di meglio».
«E allora perché mi hai fatto venire fino a qui brutta stronza?» pensò, ma ovviamente si guardò bene dal dirlo, limitandosi a un ben più diplomatico e neutro «allora cosa deve dirmi?»
La maestra Carmela fece cenno alla donna di sedersi e anche lei si accomodò a sua volta, poi, quando furono una di fronte all’altra, iniziò a parlare.
«Lei sa che sua figlia è speciale, vero?» Le chiese e Anna avvertì un immediato senso di vertigine, come se qualcuno le avesse scosso con violenza la sedia su cui si trovava seduta.
Che voleva dire “speciale”? Di solito quello è il termine che si usa nelle cattedrali consacrate al culto del “politicamente corretto” per definire chi ha problemi, difficoltà o handicap di qualche genere.
Sono “bambini speciali” i dislessici, gli autistici e quelli che, qualche tipo di mancanza fisica o cognitiva, rende “diversamente abili” e quindi, proprio per questo, ipocritamente “speciali”.
Ma Sofia non era “speciale” come certamente lo intendeva quella stronza sorridente che le si trovava di fronte. Non lo era affatto!
«Cosa intende dire? Cos’ha mia figlia che non va?!»
La maestra Carmela scosse il capo e aprì ancora di più il proprio sorriso.
«C’è un malinteso signora perché certamente non mi sono spiegata bene. Sofia è speciale nel senso che possiede un dono che la rende davvero speciale. Possibile che lei non se ne sia mai accorta?»
Anna scosse il capo, mentre la maestra usciva dalla stanza. Un minuto dopo rientrò tenendo per mano la piccola Sofia che quando vide sua madre lasciò che per un momento la sorpresa le si dipingesse sul volto. Poi il solito sorriso tornò a riprendere possesso del suo bel viso, illuminandole gli occhi che erano di uno splendido blu profondo.
«Ciao mamma! Come mai sei qui?»
La donna non rispose e cercò lo sguardo di Carmela che intanto era corsa ad abbassare le tapparelle delle due finestre.
«E’ pronta signora?» Chiese poi guardandola, ma lei non rispose, perché non aveva ancora capito cosa stesse per accadere e a cosa dovesse sentirsi pronta. Che diavolo aveva in mente quella strana tipa che l’aveva convocata?
Un attimo dopo la maestra fece scattare l’interruttore e la stanza piombò nel buio più assoluto.
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