Capitolo 1
IL RESPIRO DELL'ATTESA
(Raccolta di 2 novelle)
1. Vicino alla meta: la notte della Sibilla
I. L’arrivo
Il freddo dei duemila metri mi schiaffeggia il viso con sferzate gelide, ma è il silenzio millenario del Monte Sibilla a bloccarmi il respiro. Un silenzio che non è assenza di rumore, bensì una presenza solida che rallenta il cuore. Non sono solo su questa cresta affilata: siamo in tre, ombre tra le ombre. Accanto a me ci sono mio figlio, con la sua giovinezza determinata, e il nostro compagno di viaggio. Dietro di noi c'è una pianificazione meticolosa durata mesi, un grande impegno fisico e un percorso colmo di avventure tra i sentieri dell'Appennino. Abbiamo risalito i versanti affrontando ostacoli e superando innumerevoli difficoltà, guidati da un unico obiettivo: raggiungere la cresta di questa montagna magica e attendere l'alba. Ora siamo lì, sospesi in quel limbo strano in cui ci si riscopre incredibilmente vicini alla meta, eppure ancora interamente immersi nell'oscurità più profonda.
Non c’è luna stasera. Il cielo è una coltre di stelle talmente fitta da sembrare una polvere luminosa, schiacciata sui profili taglienti dei Monti Sibillini. Spengo la mia lampada frontale con un gesto netto. Un istante dopo, anche i miei compagni fanno lo stesso. Le nostre luci si spengono in sequenza, come candele su un altare. È un azzardo, forse, ma avverto che è l’unico modo per rispettare questo luogo sacro. Non vogliamo profanarlo con la luce violenta e artificiale dell'uomo. Quella striscia di led bianchi mi sembra un insulto alla notte, un tentativo di addomesticare un mistero che esige totale sottomissione.
Il buio si presenta come un muro impenetrabile. Per un lungo istante provo una sensazione di smarrimento assoluto, una vertigine che mi spinge a cercare l’equilibrio nel vuoto. Allungo un braccio, sfiorando la spalla di mio figlio per assicurarmi che sia lì, per ancorare entrambi a una realtà condivisa. Poi, lentamente, la natura compie il suo miracolo: la pupilla si dilata, si adatta alla notte, e l'occhio impara a scrutare le sfumature dell'oscurità.
La prima cosa che la vista mette a fuoco è la Corona. Quella gigantesca fascia di roccia calcareo-rocciosa cinge la vetta e si staglia sopra di me come le mura di una fortezza nera. È un’ombra imponente, un tribunale di pietra che sembra vigilare severo sui nostri passi. La meta è lì, a poche centinaia di metri, protetta da quella fortificazione naturale.
La ghiaia scricchiola sotto i nostri scarponi con un rumore secco. In questa immensità, ogni passo risuona troppo forte, amplificato dal vuoto. È il suono della nostra intrusione. Ogni frammento di roccia che si sposta mi sembra un campanello d'allarme teso a svegliare le forze addormentate del monte. Siamo tre viandanti nel cuore del mito, sospesi a un passo dal traguardo, eppure infinitamente distanti dalla sua rivelazione.
II. Il riposo e il ripensamento
Ci siamo arrestati prendendo fiato, appoggiando le mani sulle ginocchia. Quel blocco immobile prima dell'ultimo sforzo ha lasciato spazio ai pensieri, che hanno cominciato ad affiorare densi nella mia mente. Finché cammini, la fatica ti protegge; quando ti fermi a un passo dal traguardo, la montagna ti interroga. Ti chiede chi sei, perché sei qui, cosa cerchi davvero in cima a questa cresta. Raggiungere la meta sarà davvero sinonimo di successo, o si rivelerà una vuota illusione? Guardo mio figlio: il suo respiro è una nuvoletta di vapore che si dissolve nell'aria gelida. Avverto la sua trepidazione. Siamo così vicini alla meta, eppure questo arresto forzato trasforma l'ultimo tratto in una prova psicologica inaspettata.
Il vento risaliva i canaloni a nord, direttamente dalle Gole dell’Infernaccio, infilandosi tra le fessure della pietra con un sibilo teso, quasi umano. Una vibrazione profonda che mi ha stretto il petto. La mia mente ha tradotto quell'acustica selvaggia in un ordine ancestrale fluttuato nell'oscurità: «Abbassa lo sguardo...».
Non è stato un invito, ma un comando millenario a cui era impossibile disobbedire. In quel preciso momento, ho capito perché questa montagna viene definita magica. Era il regno della Regina, l'antro oscuro del mito, il fulcro di credenze che avevano resistito al tempo. L'istinto mi ha imposto di non sfidarla con gli occhi, di non cercare la vetta con lo sguardo superbo degli umani. Essere vicini alla meta, quassù, non significa possederla, ma comprendere di non poterla dominare. Qui non c'era la gloria da conquistare, c'era solo da accettare un'ospitalità concessa a stento.
Abbassando lo sguardo sul sentiero, la mia concentrazione si è focalizzata interamente sui pochi centimetri di terra battuta sotto le mie suole. Eppure, ai margini della vista periferica, il vuoto è sembrato muoversi, animato da una vita propria. Un sassolino è rotolato all'improvviso lungo il pendio che digradava verso l'abisso della Valle dell’Aso. Il rumore dei suoi rimbalzi è svanito nel nulla sottostante.
Ho scrutato l'oscurità con la coda dell'occhio: le ombre delle rocce parevano allungarsi, deformarsi in figure flessuose. Il pensiero è corso alle leggende delle fate sibilline, creature di una bellezza ultraterrena ma condannate a fuggire verso le vette prima dell'alba. Un altro scricchiolio ha rotto il silenzio. Il cuore ha mancato un battito. Ho cercato lo sguardo dei miei compagni nel buio; ci siamo scambiati un cenno muto di intesa, un tacito accordo per stringerci. Ho fissato ostinatamente le mie scarpe. La paura si è fusa allora con il rispetto profondo: non ho voluto incrociare sguardi che non appartenevano a questo mondo.
Ho continuato a salire in punta di piedi, oppresso da un timore reverenziale man mano che mi avvicinavo al punto esatto in cui un tempo si apriva la Grotta della Sibilla, oggi sbarrata dalla roccia franata. L’oscurità è sembrata inghiottire persino la luce delle stelle. Era un nero diverso, assoluto, che pulsava e respirava. Ho guardato quel vuoto ostruito e ho avvertito una vertigine spirituale, il richiamo atavico di un abisso che aveva inghiottito cavalieri e viandanti nei secoli passati, pretendendo l'anima in cambio di saperi eterni. Eravamo lì, a un passo dal cuore del mito, vicini alla meta, eppure schiacciati da un vuoto che andava oltre il fisico. Accettando di essere solo un ospite tollerato, un minuscolo punto nero disperso nel buio.
III. L’attesa: l'istante decisivo e la minaccia della nebbia
Resto immobile sulla cresta, con lo sguardo piantato a terra, bloccato in una stasi sospesa dove il tempo sembra congelato. È in questo preciso momento che il tema del nostro viaggio si fa carne: siamo vicini alla meta, a un solo sforzo, a un ultimo respiro dal traguardo. Ma quassù l'ultimo segmento del viaggio si misura in dubbi.
Improvvisamente, l'oscurità cambia consistenza. Dal fondo delle valli occidentali e dai canaloni dell'Infernaccio inizia a salire una nebbia fitta, densa, spettrale. È un muro bianco e umido che si muove rapido, inghiottendo tutto. In pochi minuti, la polvere luminosa delle stelle scompare. Il cielo viene cancellato. La Corona di pietra sparisce dietro quella coltre lattiginosa. La visibilità si rieduca a zero. La nebbia ci avvolge, ci isola, trasforma il freddo in un brivido bagnato che penetra nelle ossa.
Mentre i muscoli si irrigidiscono, un pensiero d'ansia mi assale: e se tutto questo grande impegno svanisse ora come un'illusione? Più la nebbia si fa densa, più la meta tanto inseguita sembra scivolare via dalle nostre mani, trasformandosi in un fallimento cieco. Abbiamo camminato ore, affrontato la notte, giocato la nostra ultima carta per ritrovarci quassù, prigionieri del gelo, murati vivi da una nuvola che minaccia di nascondere l'alba? Se la nebbia non si diraderà, il nostro viaggio sarà stato inutile. Il dubbio pulsa nel silenzio opprimente. La gloria di aver sfidato la notte si scontra con il terrore di essere respinti a un passo dal traguardo.
Le lancette dell'orologio non hanno più senso; la Sibilla è nascosta, ma sentiamo il suo sguardo severo dietro la barriera bianca. Noi tre rimaniamo in silenzio, col capo chino. Ci stringiamo ancora più vicini, spalle contro spalle, per spartire il calore corporeo. In quel contatto silenzioso, circondati dal nulla lattiginoso, c'è tutta la forza del nostro legame: un padre, un figlio e un amico, uniti nell'istante decisivo. Aspetto, trattenendo il respiro. Sai che la meraviglia è teoricamente prossima, ma ogni secondo dentro questa nebbia pesa come un verdetto sospeso. Si realizzerà il sogno, o la montagna ci negherà la sua luce?
Poi, quando la resistenza sembra cedere, avviene il miracolo. Il vento cessa del tutto. La nebbia smette di salire. Sotto i nostri piedi, la coltre densa inizia a sedimentarsi, a farsi pesante, a scendere di livello. L'oscurità residua inizia a farsi liquida. Il nero-bianco profondo comincia a sfumare lentamente, diluendosi in un blu notte vellutato, poi in un indaco carico di promesse. La montagna stessa sta trattenendo il respiro. È l'istante sospeso prima della trasformazione, la frazione di secondo in cui il destino decide di svelarsi.
IV. L’arrivo dell’alba
Sollevo finalmente la testa, e vedo mio figlio e il nostro compagno fare lo stesso. I muscoli sono rigidi per la prolungata immobilità e l'umidità della nebbia, ma il movimento è inevitabile, dettato da una nuova energia che si diffonde nell'aria. La nebbia si è definitivamente abbassata, schiacciata sotto la cresta, e il cielo sopra di noi si schiarisce, inghiottito da una linea di luce sottile e netta, un taglio arancione e infuocato che squarcia l'orizzonte a est, proprio sopra il mare Adriatico. Il comando invisibile di abbassare lo sguardo, quel tabù che la nebbia aveva reso ancora più angosciante proprio quando eravamo più vicini alla meta, si dissolve nell'aria pulita della mattina. Il sogno non è svanito; la Sibilla squarcia il velo e ci concede il privilegio di guardare il suo volto. La meta è conquistata.
Davanti ai nostri occhi avviene la magia della transizione, un'alchimia visiva che ripaga di ogni paura sofferta nell'oscurità e nella nebbia. La prima luce del sole colpisce la Corona di roccia sovrastante, che emerge pulita e fiera sopra le nuvole. Quella fortezza che di notte appariva come un tribunale nero si accende improvvisamente di un rosa vivo, dorato, caldo. La roccia trasforma la severità della pietra in una cattedrale di luce, restituendo alla montagna la bellezza accogliente del giorno.
Sotto di noi, lo spettacolo è totale e giustifica tutta l'angoscia precedente. Quella stessa nebbia che ci spaventava e minacciava di annullare i nostri sforzi si è trasformata: ora è un mare immobile di nuvole bianche, soffici e compatte. Una coltre immensa che copre il mondo degli uomini, da cui emergono, come isole rocciose nel cielo, le vette spettacolari dei Monti Sibillini: il Vettore, il Priore, il Redentore. Le loro creste tagliano la nebbia che ora giace sottomessa, come prue di navi di pietra che navigano in un oceano di ovatta.
Tutto il timore accumulato nelle ore della notte, l'angoscia della nebbia accecante e il sibilo del vento si trasformano all'istante in una meraviglia purissima. Ci voltiamo a guardarci in faccia, noi tre. Nei nostri occhi non c'è più la fatica, ma la luce riflessa di questa alba magica. Ci scambiamo un abbraccio silenzioso e potente.
Raggiungere la meta è stato davvero sinonimo di successo? Sì, ma non per la gloria di aver conquistato una cima geografica. Il vero successo è stato scoprire che la meta non era un punto nello spazio, ma questo istante di comunione perfetta dopo aver superato la paura del fallimento. La montagna ha deciso di svelare il suo segreto più intimo a chi ha saputo aspettarla nel buio e nella nebbia senza profanarla, a chi ha accettato di tremare proprio quando era a un passo dal traguardo. La meta è stata raggiunta nel modo più alto: imparando a farsi accogliere da essa. E questa alba dorata, che ora incendia l'intera cresta e illumina il mare di nuvole sotto di noi, è il sigillo di un'alleanza ritrovata tra l'uomo, il figlio e il mito.
2. Il bacio più lungo del mondo
A chi custodisce un dolore profondo,
con l’augurio che possa presto dire:
“Il mare è mio”
I
Tutte le mattine, sì, tutte le mattine scendeva verso gli scogli. Arrivato, iniziava il cammino con movimenti lenti per l’equilibrio: baricentro basso, la pianta del piede sulle superfici asciutte, l’attenzione alla solidità della roccia prima di caricare il peso e, soprattutto, la scelta di non avere fretta. Su quello più in alto, là si sedeva. Ormai non andava più in mare. Tutta quell’acqua era la sua visione. Il suo cuore… quello che aveva lasciato.
Accendeva la pipa e cominciava a… navigare. Li conosceva tutti i mari che aveva solcato e le storie che aveva vissuto, raccolto o rapito, come i sogni che su di essi aveva lasciato. La navigazione, la lotta, la fuga e gli approdi. Gli amori e gli occhi che lo avevano inseguito… e l’onda che arrivava, si sdraiava e ritornava… Quell’andirivieni solcava e accarezzava le sue profonde rughe ormai arse, frammiste di sale, odore di mare e di alghe essiccate.
Seduto, seguiva i flutti e l’andare lontano, oltre la linea dell’orizzonte, per cercare e inseguire l’emozione che il colore e le sfumature gli trasmettevano. La testa ferma e gli occhi attenti davano inizio alla sua giornata, che terminava al tramonto. Fosse ieri o fosse oggi non importava; per lui doveva essere il giorno, quel giorno che fu… e che ogni giorno lo inseguiva come la prima volta.
“Il mare… quel mare scuro, agitato, tormentato; quel mare quieto, profondo; quel mare cupo, calmo, sicuro; quel mare desolato, grigio; quel mare che ride e luccica alla Luna; quel mare dove il dolore s’acquieta, sparisce… è mio”, diceva pensando. E non aggiungeva altro perché, come ripeteva sempre durante qualche bevuta: “Perché così è e così dev’essere”.
E quando qualcuno cercava di addentrarsi nelle suas storie, lui si limitava a descrivere la pesca e aggiungeva: “E basta…”. Quel basta faceva capire all’interlocutore che doveva esserci dell’altro, poiché le sue descrizioni erano brevi e concise. Null’altro.
II.
Una mattina s’accorse che il suo posto era occupato da un uomo piegato su sé stesso, che piangeva sommessamente. Gli si accostò e chiese: “Cosa è successo? Perché piangi?”. L’uomo non rispose. In silenzio, il vecchio si posizionò più in là, senza aggiungere parola. Gli era bastata la domanda posta: quel dolore era ancora in atto e occorreva rispetto.
Tra un singhiozzo e l’altro, ogni tanto l’uomo alzava lo sguardo e lo guardava. Lui, imperterrito, fissava l’orizzonte senza il minimo movimento. A un certo punto l’uomo lo fissò e gli chiese: “Cosa fai qui?”
“Nulla. Guardo il mare. Il mio mare…”
“Come il tuo… mare? Cosa significa?”
“Il tuo dolore è finito?”, chiese il vecchio con uno sguardo sincero.
“Cosa puoi sapere del mio dolore, se sia finito o continui?”, rispose piccato l’uomo.
“Il dolore è come il mare. Quando è calmo, sono calmo anch’io. Ecco, questa è la verità. Ora il mare è calmo e anche tu ti sei calmato.”
“Ma cosa significa?”, gli chiese l’uomo, continuando: “Cosa ne sai del mio dolore? Saprò io se voglio continuare ad addolorarmi o no!”
“Non è così. L’acqua ti acquieta. Ti calma. Ti consiglia. Solo se tu ti lasci andare… È così. È così.”
L’uomo si asciugò le guance, un po’ irritato dalla sicurezza del vecchio, ma allo stesso tempo incantato dal ritmo della sua voce. “L’acqua non consiglia. L’acqua si prende tutto. Si è preso il mio destino. Non mi ci raccapezzo più. Prima il lavoro, poi un figlio e infine mia moglie. Manco solo io… e per questo ho deciso di farla finita. Mi sento morire a respirare l’aria che mi circonda.”
III.
Il vecchio rimase immobile per qualche istante. Abbozzò un leggero sorriso. La pipa tra le dita smise di fumare. Lo guardò, poi guardò la linea dove le onde morivano e, per la prima volta in oltre cinquant’anni, decise di andare oltre il suo solito “E basta…”.
Iniziò guardando il mare, con voce calma e decisa: “Anch’io ho guardato quell’orizzonte fino a farmi sanguinare gli occhi, cercando quello che avevo perso”, disse, e la sua voce perse la ruvidezza per farsi profonda come la risacca. “Si chiamava Ileana. E non c’era nome più perfetto per lei. La mia donna. Mi ha salvato tante volte dalle mie improvvise burrasche. Non abbiamo avuto figli. Un giorno la mia barca colò a picco e io stavo andando a fondo, ma due braccia forti e delicate mi riportarono a galla. Quando riaprii gli occhi ero su uno scoglio isolato. Lei era lì. Come una sirena.”
L’uomo lo fissò, dimenticandosi per un attimo di respirare. Nel paese tutti conoscevano di vista quel vecchio solitario che non parlava mai con nessuno se non per dire “E basta…”, ma nessuno conosceva la sua storia. Sapere che nascondeva un segreto così grande gli fece battere il cuore. Il vecchio continuò, lo sguardo perso nel tempo, descrivendo una bellezza che sembrava ferire per quanto era pura.
“I suoi capelli erano fili di seta scuri, fluttuanti nell’aria salmastra, ma fu l’incontro dei nostri sguardi a fermare il tempo. Aveva occhi neri, immensi, spalancati su abissi che nessun uomo ha mai potuto mappare. Non c’era ombra, amico mio, ma una grazia assoluta che si nutriva della vastità. Quando uscivo per mare, lei era sempre là ad aspettarmi. Guardarla significava guardare la profondità dell’oceano stesso, quando la luce del sole penetra l’acqua e si trasforma in lame d’oro liquido. Il suo sorriso rifletteva i lampi lontani sul mare, come un mosaico di specchi preziosi. Quante volte mi ha sfiorato il viso con le dita forti e fresche di rugiada... In quelle carezze non c’è mai stato bisogno di parole: i nostri sguardi la sera, a letto, si univano per comprendere l’impossibile. Io ero il mare, lei la terra. Per anni la nostra piccola casa è stata il nostro tempio di fatica, d’orgoglio, d’amore. Ci guardavamo per ore, leggendo nelle nostre anime la vertigine dei nostri destini. Ma il mare reclama le navigazioni degli uomini e la terra richiama le sue creature. Il giorno che la terra la pretese indietro, il mare era immobile, di una calma quasi spettrale, e anch’io ero calmo e convinto dell’abbraccio che di lì a poco avrei ricevuto all’approdo.
Non la trovai. Ileana non c’era più. Urlai, urlai, urlai fino allo sfinimento. Non fu trovato neppure il corpo. Quanto ho pianto, quanto... Sentivo il vuoto che si spalancava sotto i piedi, un dolore che squarciava il petto. Mi sembrava che quell’immensa solitudine rubasse la luce. Una notte Ileana mi prese le mani e i suoi occhi mi catturarono di nuovo, trascinandomi nella loro vastità. La sua voce risuonò dentro la mia testa, fluida e limpida come acqua di sorgente: ‘Perché confondi la mia assenza con la fine della bellezza? Guardami. Io non svanisco, torno a essere la continuità accanto a te. Se trattieni il dolore nei pugni chiusi, vedrai solo un mare e una terra vuoti. Ma se accetti questo mio ritorno, se lasci che la mia carne si sciolga nell’immensità di questa corrente, allora io sarò in ogni tuo pensiero, in ogni riflesso, nel silenzio di ogni momento che contemplerai’. Mi baciò… un bacio che sapeva di eternità e di purezza assoluta, e aggiunse: ‘Quando smetterai di combattere la mia assenza... quando il dolore finirà, solo allora il mare e la terra saranno tuoi. Perché io sarò il pensiero, e tu sarai me’. Si lasciò avvolgere dall’ombra e svanì. C’era nell’aria della notte un cerchio d’argento perfetto che ruppe il mio sonno. Sveglio, il mio cuore palpitava nella corrente di quelle parole ricevute. Rimasi solo. Ma in quel momento vidi la meraviglia di ciò che mi restava. Molti marinai, quando invecchiano, comprano una casa in collina per dimenticare la paura delle tempeste. Io no. Io ho firmato un patto invisibile con l’abisso il giorno che Ileana mi ha salvato. Vivo su questa spiaggia, perché ho capito che chi abbiamo amato cambia solo forma. Vedi come l’acqua sale a baciare la terra? Quella è lei. Torna da me ogni giorno, due volte al giorno con la marea, puntuale come il battito del mio cuore. Gli uomini pensano che la marea sia solo un movimento guidato dalla luna, ma è il respiro della terra e del mare che si cercano. È il bacio più lungo del mondo.
IV.
Quando l’acqua avanza, cancella le mie impronte per lasciare le sue. E quando si ritira, raccoglie i miei pensieri e li porta nel profondo.”
Si voltò verso l’uomo, con gli occhi azzurri sbiaditi ma carichi di una compassione immensa.
“Tua moglie e tuo figlio non sono bloccati nel buio, amico mio. Hanno solo scelto il silenzio più profondo. La mia Ileana apparteneva alla terra, e anche i tuoi sono tornati a essa, trasformandosi già. Non c’è colpa nel restare a riva come me. Il tuo compito adesso è essere la loro spiaggia. Una spiaggia non insegue il mare, lo aspetta. Resta fermo, respira, e… lascia che l’acqua torni da te. Solo quando accetterai questo movimento, capirai quello che ti dicevo prima...”.
Il vecchio si alzò lentamente per andarsene, riprendendo quel cammino attento tra le rocce, con il baricentro basso e la pianta del piede sulle superfici asciutte per non perdere l’equilibrio. Ma prima di sparire dietro il sentiero degli scogli, si voltò, guardò l’infinità blu e ripeté a voce alta quel pensiero che lo accompagnava da sempre: “Il mare… quel mare dove il dolore finisce… è mio”.
L’uomo rimase solo. Ma l’aria intorno a lui non sembrava più così gelida.
Si tolse le scarpe, lasciando cadere i calzini sulla sabbia asciutta. Avanzò lentamente verso il bagnasciuga, finché i piedi nudi non affondarono nella sabbia fredda e umida. Chiuse gli occhi e lasciò che l’acqua gli avvolgesse le caviglie, salendo decisa, accarezzandogli la pelle. In quel preciso istante, una corrente d’aria calda gli girò intorno al collo, come una mano invisibile che gli accarezzava il viso.
L’aria sapeva di sale, di alghe e di quella stessa identica pace che stava affiorando. Il dolore stava iniziando a cambiare forma. L’acqua si ritirò lentamente, trascinando con sé i granelli di sabbia sotto i suoi piedi, alleggerendo il peso dei suoi passi.
“Sono qui”, sussurrò al vento. “Sono la vostra spiaggia. Tornate quando volete”.
E per la prima volta, guardando l’onda successiva che avanzava fiera verso di lui, l’uomo sorrise.
Voltando lo sguardo verso il sentiero degli scogli, cercò con gli occhi la figura del vecchio, ma era già svanito nel grigio delle onde, senza lasciare impronte profonde, come se la sabbia lo avesse riconosciuto e accolto senza sforzo. Capì allora il senso profondo del titolo di quella storia che aveva appena incrociato. Non c’era separazione. Erano rimasti solo loro due, immobili contro lo scorrere del tempo: il vecchio e il mare, fusi in un unico, eterno e pacificato ricordo di pura, sconfinata bellezza.
Il giorno dopo l’uomo tornò sul posto. Era in piedi e guardava il flusso delle onde quando all’improvviso l’acqua gli venne incontro sotto forma di una grande mano aperta, come se volesse accogliere il suo cammino. Dietro quell'onda, apparvero una donna e un giovane che lo salutavano sorridenti, anch’essi fatti d’acqua, mentre una voce calma all’orecchio gli sussurrava: “Basta, non addolorarti per noi… ti siamo vicini, molto vicini…”.
Non credeva ai suoi occhi… Erano là, dietro quella mano aperta d’acqua che si librava nell’aria. Era felice.
… e lanciò un bacio, un bacio lungo al mare.
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