Storia · capitolo 6

V. IL NUOVO CONTE DI DURKHANIA

I Cavalieri di Luthy83

A Durkhania, per le strade e le piazze correvano voci di morte. Vagavano nel vento e si disperdevano tra le ombre della gente. Ma non solo parole. L’odore inconfondibile della fine si percepiva distintamente, come il tanfo indelebile di un vicolo sudicio. Ansia e preoccupazione irroravano i pensieri nascosti, calpestando ogni appiglio di difesa o d’incoraggiamento. Non erano illusioni o stupide fantasie di qualche vecchio pazzo: nessuno aveva un’idea precisa di cosa sarebbe successo in un prossimo futuro, la gente s’interrogava e aveva paura. Si arrovellava cercando invano una sicura soluzione, ma niente era più certo da qualche giorno.

Il Conte Darnio passeggiava nervosamente davanti alla porta della grande Sala. Erano pensieri incerti, dubbi profondi che a tratti lo divoravano, privandolo di una breve tregua interiore: quale fine sarebbe toccata a Merenir?

Quelle notti il suo riposo non aveva pace.

A dire il vero, il suo sonno non era più così confortevole da troppo tempo.

I sogni erano sempre stati agitati ma ora il terrore di addormentarsi era diventato più tenace, forte.

Erano strani, cupi e così maledettamente reali, che quando si svegliava restava turbato per tutto il giorno. Chiudeva gli occhi e gli si presentavano immagini chiare, come disegni impressi sulle pareti o figure distinte di persone reali. Nelle sue illusioni, la città di Durkhania era coperta dalle fiamme o veniva sommersa dall’acqua; il cielo si rannuvolava, trasformandosi in una grossa macchia nera e dovunque la gente gridava e piangeva, invocando aiuto. Per la prima volta in vita sua, aveva quindi una grave preoccupazione. Sentiva stanchezza nel corpo, avvertiva una nuova fragilità dentro di sé ed era completamente consapevole di non essere più in grado di sostenere il popolo, non in quella vita almeno.

Nella grande piazza dominata dal monumento in onore dei grandi nobili, aveva pronunciato un solenne discorso in cui preannunciava le sue dimissioni. Concedeva a Federico suo nipote e suo unico erede, l’incarico di Conte della città di Durkhania al suo posto. A quelle parole, molti visi si erano inaspriti e un improvviso turbamento si era depositato nelle menti degli ascoltatori.

C’era il timore che un’intera città potesse rimanere in mano a un così giovane uomo in un momento pericoloso come quello.

Forse il Conte era stato precipitoso, forse sarebbero morti tutti prima ancora di pronunciar parola, o forse egli era veramente lucido ed era in grado di conoscere le conseguenze delle sue azioni. D’altronde, per Legge poteva farlo.

C’era stato un mormorio generale, il Conte aveva sostenuto le sue ragioni davanti alla Legge e aveva promesso un futuro migliore per ognuno di loro, accanto ad una guida capace e attenta.

Dal canto suo, il Conte Darnio non aveva grandi timori per l’ingenuità del nipote. Lo giudicava abbastanza intelligente, molto più intelligente di lui stesso e volenteroso.

 

Ripensò ai suoi anni come Conte a Durkhania: non era certamente stato il peggiore fra tutti quelli che avevano rappresentato quella città, anzi. Ma per un istante dubitò di sé stesso più di quanto avesse mai fatto in passato.

Aveva sempre cercato di essere un uomo giusto per i suoi cittadini. Probabilmente sarebbe stato ricordato a lungo, dopo la sua morte. Ma non era pronto per morire, non ancora. Almeno lo sperava. Sperava che la fine pronosticata da Wihelm sarebbe ritardata o quantomeno avrebbero trovato una soluzione.

 

Qualcuno bussò. Egli indietreggiò di alcuni passi e si appostò vicino alla larga parete alle sue spalle. L’uscio si spalancò e un uomo basso, provvisto di corazza e mantello attraversò la Sala. Il Conte Darnio sorrise perché lo riconobbe e lo osservò camminare impettito, come solo lui sapeva muoversi. Lo sguardo severo si posò su di lui. Senza profferire parola, fece un inchino. Il Conte lo fissò e per un momento gli parve di vedere una smorfia impercettibile sul volto del suo consigliere. Ciò lo stupì, perché in anni e anni di servizio, egli non aveva mai lasciato trasparire alcuna emozione. Rispose dunque al saluto e disse:

“Cavaliere, vi ho fatto venire qui perché mi preme parlarvi di una faccenda molto importante. Ricordate il mio discorso nella piazza principale ieri?”

“Sì.” il sorriso di Darribar cominciò a spegnersi.

“Rammentate la mia decisione dinnanzi al popolo?”

“Sì, me ne rammento.” il sorriso di Darribar scomparve.

“Bene. Gradirei che voi facciate una cosa per me.”

“Vi ascolto.” lo squadrò corrucciato.

“Vorrei convocare oggi stesso in questa sala, i miei cavalieri più fidati e mio nipote. Desidero discutere con voi quando sarà il giorno della nomina e una volta divenuto Conte, cosa Federico dovrà dire al popolo. Fra pochi giorni dobbiamo partire. Non abbiamo tempo e questa è una faccenda che va risolta in fretta.”

“Avete ragione, il tempo non ci è amico in questa vita. Ma se posso permettermi Conte, nutro alcuni dubbi al riguardo. Né va della salvezza di Durkhania e soprattutto di ognuno di noi.”

Il Conte aggrottò le sopracciglia. L’affermazione lo colse di sorpresa.

“Cosa volete dire?”

“Vedete, è un momento assai sbagliato lasciare nelle mani di vostro nipote, un ragazzo giovane e inesperto la sicurezza di Durkhania. Avete udito bene le tremanti parole di Wihelm? Non sarà un’impresa facile, guidare il popolo fuori dalla città. C’è bisogno di un uomo maturo e valoroso e non di un ragazzo che non ha quasi la minima idea di come si parla alla gente. Avete deciso tutto troppo velocemente.” il cavaliere si lasciò sfuggire un tremito alle labbra.

Il Conte restò incredulo per breve tempo, poi fissò l’altro con determinazione.

“E’ Federico colui che ho scelto anche perché è il mio unico erede.” rispose ignorando l’avviso di Darribar.

“Questo lo so, conosco la Legge di Durkhania. Credo però che vi siate arreso. Siete sicuro di quello che fate? Perché non attendete ancora un po’? La città ha bisogno di voi ora più che mai. E se Federico non fosse la scelta giusta?” insistette l’altro ostinato.

Nello sguardo del Conte passò per un istante una sensazione di profonda comprensione nei confronti di Darribar, ma le sue convinzioni tornarono decisive e più ferme di prima.

“Vi ringrazio per le vostre impegnate parole, ma mi rendo conto perfettamente anch’io della gravità della situazione. Sono stanco ed inizio ad essere troppo vecchio, penso. C’è bisogno di un giovane forte e pieno di buona volontà per guidare il popolo e Federico lo è. È vero che è inesperto ma sono fiducioso nelle sue capacità e che saprà valorizzarsi in molte occasioni. Del resto, si è dimostrato un ottimo soldato quando ne ha avuto la possibilità. Voi lo aiuterete in questo compito, avete esperienza e potete insegnargli tutto ciò che sapete. Ho cominciato ad aver paura e questo non è un aiuto per la nostra gente. Non è resa la mia, ma ho realizzato di non essere abbastanza forte per quello che ci aspetta.” rispose sospirando.

“La paura non è sinonimo di codardia, ma la fuga lo è.” disse il cavaliere con fermezza.

“Non fuggo, faccio ciò che sento meglio per tutti. Io mi preoccupo per le persone quanto voi, Cavaliere. Per questo è meglio passare il potere a qualcun altro e cioè a mio nipote.” ribatté.

“E mentre egli è in carica?”

“Gli offrirò il mio aiuto e consigli, ma non me la sento di fare nient’altro.”

Darribar trasse un profondo sospiro di rassegnazione:

“Come preferite.” disse. “farò quanto mi avete chiesto.” fece una pausa e tirò un altro sospiro “il meglio per Durkhania. Andrò immediatamente a parlare con Federico e con i Cavalieri Friedrick e Aushoben.”

S’inchinò e si diresse verso la porta.

Il Conte gli rispose con un cenno cordiale del capo.

“Sono lieto di sentirvelo dire. A più tardi.”

I due uomini si salutarono nuovamente e Darribar prese commiato.

Federico colpì il bersaglio piantato sul palo che si lacerò. Egli s’arrestò, fiero di sé stesso: le sue grida di esultanza, risuonarono nel giardino.

Lanciava il suo cavallo al galoppo da alcune ore, allenandosi con la lancia; gli piaceva allenarsi con la sua lancia, era come una sfida verso sé stesso. Quasi desiderasse dimostrare di essere un bravo combattente, un uomo con molte risorse da spendere. Gocce calde di sudore gli irrigarono il suo bel viso abbronzato ma non si sentiva particolarmente stanco, era sempre stato un giovane pieno di energia. Si pulì velocemente la fronte con il dorso della mano e i suoi occhi neri scrutarono l’ambiente.

Lo pervase una strana improvvisa sensazione di ilarità, come se nessun altro assurdo pensiero cercasse di prendere il suo posto.

E qualcuno lo chiamò.

Voltandosi, i ricci ribelli dei suoi capelli bruni sbuffarono come al primo soffio del vento. Da lontano scorse la bassa figura del capo dei Cavalieri. Il discorso di suo zio allora, lo richiamò alla mente e l’immagine di grande felicità che fino a quel momento lo aveva distratto, disparve. Una strana paura invalidante, lo stava pian piano assalendo benché la sua testa si rifiutava di ricordarglielo: una subdola intrusa tra le pieghe dell’inconscio. Un ragazzo giovane come lui cosa avrebbe potuto offrire al popolo di Durkhania in una condizione delicata come quella? In un solo giorno gli era stato accollato un enorme peso sulle spalle.

Non che fosse una sensazione solo spiacevole, ma nel fondo del suo cuore si diramavano molti dubbi. Era infatti una grande responsabilità, ma lui ci sarebbe riuscito? Scese in fretta dall’animale e raggiunse Darribar che lo guardava con aria severa.

“Ricomponetevi, futuro Conte di Durkhania. Vostro zio desidera vedervi e organizzare un incontro oggi stesso con voi, i Cavalieri Friedrick, Aushoben e io.” gli disse con un accenno di collera.

“Stavo solo esercitandomi per adempiere meglio al mio compito, Cavaliere.” ridacchiò nervosamente il giovane.

“Fate poco lo spiritoso. Non siete divertente. Non è il momento adatto per allenarvi o giocare in cortile. Dovete spogliarvi di questa armatura e ricoprirvi di altri indumenti. Il Conte Darnio vi attende.” rispose il cavaliere spazientito.

“Saro’ da mio zio prima ancora che pronunci il mio nome.” ciò detto, rimontò a cavallo e corse in direzione del castello.

Darribar lo osservò allontanarsi. Le sue convinzioni che il Conte non aveva preso la decisione giusta, si rafforzarono e galoppò anche lui verso il palazzo. 

 

Si discusse molto alla riunione. Era notte fonda quando avvenne la sua conclusione. Darribar era ancora dubbioso, benché avessero fissato la nomina per il pomeriggio dell’indomani e la partenza per le quarantotto ore successive. Aveva ascoltato inaspettatamente gli altri Cavalieri che nutrivano fiducia nelle ultime azioni del Conte. Come poteva essere solo lui lo scettico? Forse quel pensiero doveva scacciarlo… o forse no. Il Conte era stato molto schietto in proposito e non accettò obiezioni; Federico invece si era limitato ad annuire tutto il tempo, tentando di assecondare i voleri dello zio. Uscendo dalla stanza, Federico e il Conte sparirono dalla loro vista, lasciando in Friedrick e Aushoben una forte curiosità.

Essi squadrarono Darribar. Quando furono certi di non essere ascoltati, Friedrick disse:

“Cosa vi turba, Darribar? Siete ancora esitante verso Federico?”   

“Ritengo che il ragazzo non sia pronto per questo impegno. Egli deve assumere un certo criterio, se vuole prendere il posto di suo zio.”

“Lo avete ribadito più volte durante la riunione Cavaliere, ma il Conte non possiede altri eredi al di fuori di suo nipote. Per legge egli è il successore e noi non possiamo mancare al nostro dovere.”

“Lo so. Io rispetto la legge e non mi opporrò in alcun modo ma ritengo che il giovane sia troppo immaturo per la responsabilità impostagli.”

“Forse avete ragione, ma che possiamo fare noi? Probabilmente il Conte sa quello che fa.”

“E se non fosse così?”

“Cosa volete insinuare? Che il Conte ha perso il lume della ragione?”

“No, ma la sua stanchezza mentale e fisica lo hanno portato a commettere azioni troppo precipitose e, di conseguenza, rischiose per chi gli sta intorno. Ne convengo che la Legge è dalla sua parte, ma in una situazione complicata come questa, avrebbe dovuto essere lui la guida del popolo.”

“Io non la penso così. Che sia vecchio sono d’accordo, ma poiché egli non è stupido e irresponsabile, ha rispettato il testamento d’eredità di Durkhania e farà ciò che è meglio per tutti.”

“Giusto, Friedrick. Avete l’incarico di seguire il ragazzo e aiutarlo a preparare i cittadini alla partenza. Ponetevi come consigliere e non come nemico. Altrimenti, come potrà egli essere un buon Conte se nemmeno i suoi Cavalieri lo incoraggiano?”

“Adempierò ai miei obblighi, niente di più. Ora se volete scusarmi vado a coricarmi. Domani ci aspetta un’altra giornata importante.” rispose in tono asettico e scomparve nel corridoio.

 

L’indomani la città di Durkhania, era in estrema agitazione.

L’annuncio della nomina del nuovo Conte da parte del Conte Darnio, avvenne a mattina inoltrata.

Già nel pomeriggio, poco prima della funzione, furono esposti giganteschi manifesti e issate dieci bandiere. Ma non vi furono né feste né acclamazioni. Nessuno desiderava festeggiare. Nemmeno Federico.

I discorsi della sera precedente lo avevano irrimediabilmente turbato.

Ciò che più lo sconcertava, non era tanto l’eccessiva sfiducia che il cavaliere Darribar riponeva in lui, ma piuttosto la sicurezza di suo zio in tutte le sue azioni. La paura folle lo divorava sempre di più nelle ultime ore e il timore di deludere lo zio, si faceva spazio nell’anima. Scoppiò a ridere.

Lui una guida per il popolo verso la salvezza?

Non si era aspettato certo questo, quando anni prima scoprì di essere lui, l’unico erede. Smise così di ridere e sui suoi occhi riapparve la fiamma dell’inquietudine. Avrebbe dovuto parlare con il conte e dirgli che si era sbagliato sul suo conto? Era possibile ritenere proprio lui la persona migliore per quell’impresa? I fitti dubbi ricominciarono a consumarlo. Probabilmente era su questo che mirava Darribar, sulla sua insicurezza. Ma in cuor suo sapeva che non poteva essere altrimenti e forse il destino o qualche Dio nascosto lo avrebbe suggerito, proprio come Wihelm. Ma lui non era Wihelm. Era solo un ragazzo al quale era stata affidata una funzione troppo grande prima del tempo. Nei pochi minuti che gli restavano come semplice soldato o nipote del Conte, si concentrò a fissare la porta. Se quell’uscio si fosse aperto, sarebbe entrato Darribar per portarlo alla cerimonia.

 

Tentò di far svanire i suoi contorni e di trasformali in nebbia. Per un breve istante raggiunse il suo intento e un pizzico della sua inseparabile allegria rifece capolino dalle profondità della mente. Si sentì bene e l’ansia era d’un tratto sparita.

Ma la porta si aprì improvvisamente e Federico sobbalzò.

Darribar penetrò nella stanza.

“Siete pronto, futuro Conte di Durkhania?”

“Sì, credo di sì.” ma egli non lo era affatto.

Il Cavaliere gli diede la precedenza e Federico con solo una tunica bianca indosso, gli passò davanti.

Uscendo dalla stanza, si voltò a guardare un’ultima volta il suo passato di soldato.

 

 

Quando egli varcò la soglia, molti uomini gli diedero il benvenuto inchinandosi. Federico stentò a riconoscere la stanza dove spesso suo zio, lo invitava alle riunioni.

Era vuota ad eccezione di un enorme tavolo nel fondo, le sedie e le poltrone non c’erano più; solo le pareti della Sala erano state arredate di un rosso fiammante. Camminò lentamente: i soldati e cavalieri che lo avevano salutato, non lo seguirono e rimasero fermi l’uno di fronte all’altro. Raggiunse l’estremità della stanza: i due uomini che erano in piedi ad attenderlo, li distinse subito come i cavalieri Friedrick e Aushoben. Suo zio non era presso di loro e allora Federico cercò il suo sguardo.

Lo vide addossato al muro dalla parte opposta.

I due si guardarono ma non si scambiarono alcun cenno. Allora Federico tornò a concentrarsi su Darribar e gli altri. Il Cavaliere Robert Darribar del Conte Darnio prese dal tavolo una grossa pergamena e lesse: 

“Secondo il Testamento della città di Durkhania, firmato dal Conte Darnio I stesso, voi siete suo nipote quindi il suo legittimo erede non avendo egli figli o altri parenti a lui prossimi oltre a voi.” fece una pausa, poi continuò:

“Consci dunque, del vostro titolo nobiliare e della vostra successione legittima alla carica di Conte, condivisa da questo testamento, da me Robert Daribbar, dai nobili qui presenti e da tutto il popolo di Durkhania, siete eletto nuovo Conte di Durkhania. Sappiate che per indossare la cintura e la spada del conte Darnio I di Durkhania dovete osservare una importante rivelazione: che gli obblighi del vostro nuovo titolo chiederanno il vostro impegno in ogni momento della vostra vita.” il Cavaliere respirò profondamente e proseguì:

“Avete ben compreso dunque, lo scopo del vostro incarico e cosa viene richiesto dalla sua carica?”

Federico chinò il capo e lo rialzò. Infine rispose:

“Sì, ho compreso.”

“Aderite di seguire il comportamento esemplare che il popolo di Durkhania si aspetta da voi?”

“Sì.”

“È vostra intenzione accettare la nuova nomina di Conte di Durkhania riscontrabile nella Legge di Durkhania?”

“Sì.”

“Le leggi della società e le usanze della città di Durkhania richiedono che il Conte sia una guida per il suo popolo e voi dovete dimostrare di avere stoffa; che siate cortese e rispettoso e così possono testimoniare i nobili e i signori qui presenti e che voi siate fedele alla legge della città e società. Desiderate quindi accettare il titolo di Conte di Durkhania e giurare rispetto nella legge e protezione al popolo?”

“Sì.”

“Dunque, giurate protezione e rispetto al popolo di Durkhania e guidarlo sempre nelle difficoltà o nella buona sorte?”

Il Cavaliere gli porse il manoscritto e Federico promise:

“Io qui dinnanzi giuro di proteggere e di rispettare la popolazione di Durkhania e di Merenir a costo della vita; giuro di essere un buono e giusto conte, generoso, scudo dei deboli, obbediente alla legge della regione e della città, primo in battaglia, cortese in ogni momento, campione del giusto e del buono. Così giuro io Federico Xander II di Durkhania.”

Allora Robert Darribar si avvicinò al nuovo Conte e proclamò:

“Inginocchiatevi Federico Xander II di Durkhania.”

Federico s’inginocchiò e Darribar continuò:

“In rimembranza del giuramento fatto e ricevuto; in rimembranza del vostro lignaggio e dei vostri impegni, siate un buon Conte.”

Robert Darribar e Federico si strinsero la mano.

“Alzatevi Conte Federico Xander II di Durkhania.”

Federico si alzò.

“Dunque è un nostro piacere darvi il benvenuto nella vostra nuova carica e titolo e aggiungere la vostra voce alle nostre in modo che tutte insieme possano influenzarsi per raggiungere l’eccellenza.”

Darribar si fece indietro e il Cavaliere Friedrick portò al nuovo Conte un mantello di colore rosso simbolo del sangue versato, la spada del Conte Darnio I e la cintura simboli del nuovo titolo nobiliare.

“Indossate questo mantello, la spada e la cintura Federico Xander II di Durkhania. Essi simboleggiano la vostra nuova carica in questa città.”

Federico fece quanto gli fu detto.

Il vecchio Conte Darnio gli si avvicinò, gli appoggiò le mani sulle spalle e lo baciò in fronte. Gli altri Cavalieri gli diedero il benvenuto e la cerimonia terminò.

 

Darribar infine gli si accostò e gli suggerì piano:

“Ora dovete uscire, andare nella grande piazza e presentarvi alla gente come nuovo successore. Leggete questo documento che vi porgo e niente di più.” Sospirò. “non accennate alla partenza. Stasera avremo il tempo per decidere come incoraggiare domani la popolazione.

Sarà una riunione molto importante e tutti gli uomini rilevanti dovranno essere presenti. Cercate di non dimenticarvene. Avete capito bene?” disse sospirando di nuovo.

“Sì, credo di sì.”

“Allora andiamo. Dopo di voi, Conte.” Federico lo precedette nel corridoio e lentamente uscì dal palazzo.

Quando arrivò nel centro della città, ogni cosa era deserta. Comprese che tutti avevano raggiunto il luogo importante e attendevano la sua presenza.

Il grande monumento dei nobili, si ergeva ancora maestoso sul largo perimetro della piazza. Federico restò a fissarlo un minuto, prima di farsi scoprire dai cittadini. Un bambino gridò: “Il nuovo Conte è qui!” Molti si mossero dal loro posto per lasciargli il passaggio e tra le urla delle donne e quelle degli uomini, Federico si aprì la strada. Aveva tra le mani il documento che il cavaliere gli aveva consegnato. <Chissà se alla fine avrò il coraggio di usarlo> pensò.

La mente tentò di convincerlo che forse, per farsi maggiormente apprezzare, doveva dimostrare che era in grado di dire qualcosa, anche senza un pezzo di carta. Il Cavaliere Darribar rimase indietro e solo quando egli salì i gradini dell’opera architettonica, lo seguì. Il chiasso infernale si placò improvvisamente e un profondo silenzio si propagò in tutta la piazza. I dubbi di Federico ricomparvero. Posò gli occhi sul papiro, poi sulla gente e infine di nuovo sul documento. Non aveva la minima idea di cosa era giusto dichiarare, ma non era appropriato rimanere lì a lungo immobile di fronte alla folla. Una profonda vergogna e nausea crebbero dentro di lui. Allora iniziò a leggere.

“Cittadini di Durkhania…” s’interruppe. Migliaia di teste erano rivolte verso di lui e lo fissavano. Si rese maledettamente conto di non essere più in condizione di interpretare quel foglio e non ne sapeva la ragione. Nemmeno un discorso con un filo logico gli passava per la mente. Com’era possibile? Mosse le labbra ma non emise alcun suono.

Più di mille persone aspettavano un suo segnale. Se si fosse arreso e non avesse aggiunto nient’altro, probabilmente se ne sarebbe pentito per il resto della sua vita. Doveva escogitare qualcosa, altrimenti non avrebbe più avuto la forza di parlare a suo zio.

Ma lui che ci faceva lì? Non aveva chiesto quell’incarico e non lo voleva. Riabbassò la testa e ancora una volta la rialzò:

“Cittadini di Durkhania.” ricominciò, ma questa volta non lesse. “probabilmente vi starete già domandando cosa ci fa un ragazzo così giovane a farvi da guida. Ebbene…me lo chiedo anch’io.” Ci fu un mormorio di disapprovazione e qualcuno si lamentò.

Darribar lo ammonì sottovoce ad attenersi solo a quello che c’era scritto. Si scusò con gli ascoltatori e fece cenno a Federico di continuare. Il giovane provò imbarazzo nel lasciare che un suo subordinato lo correggesse in pubblico, ma capì che non era il momento per le improvvisazioni e riprese ad alta voce, stavolta esponendo ciò che il foglio comunicava:

“Rivolgo a voi il mio primo saluto e vi ringrazio di essere qui oggi, in questo giorno così importante.

Al Cavaliere Darribar e ai suoi uomini, esprimo la mia gratitudine per avermi nominato nuovo Conte. È per me un grande onore ed anche una grande emozione assumere solennemente, con il mio giuramento, quest’incarico. Adesso e in futuro sarò il rappresentante di questa città, la nostra città. In questa posizione di primo piano quale mi trovo, prometto di mantenere un comportamento equo e corretto. Sono convinto che con un po’ della vostra pazienza e fiducia, potremo creare insieme qualcosa di veramente forte. Percio’ vi chiederò di farlo insieme a me. Con il vostro aiuto sono sicuro che diventeremo migliori. La nostra città dovrà essere anch’essa una gran luce dell’intero paese. Con voi osserverò e valuterò il valore delle nostre azioni.

Aiutatemi ad essere giusto, a non commettere errori imperdonabili, a non essere uno stolto. Spero di essere per voi ciò che è stato mio zio, il Conte Federico I. Grazie di cuore.” 

 

Darribar gli si accostò e con un tono poco convincente sussurrò:

“Ben fatto.”

Lungo il perimetro risuonarono applausi svogliati e la lettura terminò. Ma nonostante le parole del cavaliere, Federico dentro di sé non fu soddisfatto di sé stesso.

 

Più tardi nella sua stanza a palazzo, ripensò a quello che era successo poco prima.

Desiderò non aver mai pronunciato quel discorso. Non era questo ciò che si era sempre aspettato dalla sua posizione. E se il giorno della partenza avesse avuto ancora bisogno di quel maledetto pezzo di carta?

Voltò di scatto la testa e udì passi flemmatici giungere nel corridoio. Era forse Darribar? Probabilmente il cavaliere aveva qualcosa da comunicargli che richiedeva una certa attenzione, ma non era questo ciò che lo preoccupava di più.

Quasi certamente egli aveva discusso con suo zio e con gli altri cavalieri, confermando ancora una volta, esitazione nei suoi riguardi. Bussarono alla porta. Ma non era Darribar. Il Cavaliere Friedrick entrò ma non lo salutò cordialmente come faceva di solito. Lo invitò invece a seguirlo. Mentre percorreva il lungo andito, Federico sentiva che una strana paura lo assaliva di nuovo. Che suo zio avesse cambiato idea e si fosse fatto convincere che lui non era adatto per quell’incarico? Poi si ricordò. La riunione era quasi finita e lui era in ritardo. Si prospettavano guai seri per lui.

La grande sala era tornata alla normalità. Le sedie e le poltrone rosse erano state rimesse nel loro ordine, ma il tavolo era ancora in fondo alla stanza. Federico gettò uno sguardo rapido a destra e sinistra prima di attraversare la sala, ed uno più lungo e intenso al gruppo di uomini che lo attendeva dietro il banco. Lottando contro il panico, raggiunse il lato opposto della camera, mentre Darribar gli faceva segno di avvicinarsi. Ma sul suo viso non era dipinta un’espressione di pace.

“Perdonate la mia assenza, signori.” restò in silenzio per un minuto e aggiunse “avevo dimenticato l’incontro di questa sera.” disse e si lasciò sfuggire un lieve tremito nella voce.

“Avevate dimenticato la riunione di questa sera, Conte? Eppure questo pomeriggio mi sembrava di essere stato molto esplicito al riguardo. Se non adempiate ai vostri doveri, qualcun altro sarà obbligato a farlo e vi assicuro che piacevole non potrà esserlo.” asserì indignato Darribar.

 Federico non rispose e cercò disperatamente rifugio negli occhi dello zio. Ma egli non restituì l’espressione e guardò invece nella direzione del cavaliere.

“Dunque, nell’incontro a cui siete mancato, abbiamo ragionevolmente esposto in questo documento, il discorso che dovrete tenere non più tardi di domani, nella piazza principale. Leggetelo per conto vostro e imparatelo. Che non vi venga in mente di ripetere l’errore di oggi pomeriggio! Allora si, che anche il resto di Durkhania vi riterrà davvero un incapace!”

Poi al vecchio Conte:

“Ve lo avevo detto!”

Con la rabbia stampata sul volto Darribar uscì accompagnato dagli altri cavalieri. Ma Federico non era solo. Il Conte Darnio lo fissò per un tempo interminabile, infine parlò con estrema calma anche se appariva insoddisfatto.

“Mi hai deluso, Federico. Dovevo dare ascolto alle parole di Darribar e aspettare una tua maggiore responsabilità per quest’impegno.”

Il ragazzo non obiettò. Nemmeno con suo zio trovava il coraggio di confidarsi. Allora il vecchio conte lo lasciò in compagnia dei suoi pensieri e se ne andò sospirando. Federico’ indugiò a lungo, prima di varcare il corridoio. Era il popolo che doveva essere stimolato o egli stesso? Da qualche ora non lo sapeva più. Sicuramente poteva fare di meglio, lui era un buon soldato, quindi perché non dimostrare a tutti che era capace di essere anche un buon Conte? - Accidenti a Darribar e alla sua diffidenza! - pensò. Con il foglio ancora tra le mani si coricò, riflettendo tutta la notte.

Anche il mattino seguente a Durkhania c’era movimento. Al centro della grande piazza, di fronte alla legge, Darribar aveva preannunciato che la partenza per l’intera città, sarebbe stata il giorno successivo. Non dimenticò di puntualizzare che maggiori dettagli li avrebbe comunicati il Conte quel pomeriggio stesso. Ma l’entusiasmo era carente.

Nel susseguirsi delle ore, così come dei giorni, la progressiva crescita dell’angoscia si era fatta insistente, pressante, perseguitando il coraggio degli uomini. L’inquietudine dimorava ancora tra gli animi dei passanti, accompagnata dall’insoddisfazione verso quel nuovo successore, un erede che non era stato in grado di esprimersi dinnanzi al pubblico, se non attraverso un foglio scritto da altri. Il popolo allora cominciò a vagare per le vie e le piazze e continuò per tutta la giornata.

Chiedeva di essere lasciato in pace, di restare lì nella città di Durkhania e di morire sul proprio suolo. Il tardo pomeriggio giunse sospirato. Ma lo scompiglio generale non demordeva.  Nessuno ora desiderava più attendere, nessuno voleva più andarsene.

Lungo le strade, uomini, donne e bambini gridavano. S’incitavano gli uni con gli altri aggredendosi tra loro e rivolgendosi al Conte e ai suoi cavalieri con aspre parole.    

Federico dalla finestra della camera, guardava allarmato la città in piena confusione. Se la collettività iniziava a ribellarsi, come avrebbe potuto guidarli o proteggerli e condurli verso una più probabile salvezza? L’inquietudine prese ad assillarlo per l’ennesima volta. Sentiva però, qualcosa di differente intorno a lui: era nell’aria o semplicemente dentro sé stesso? La porta si spalancò di colpo ed entrò Darribar come non l’aveva mai visto. Si notava preoccupazione nei suoi occhi.

“Conte, dovete scendere e andare a parlare con tutti o nessuno vi ascolterà più, per il resto del vostro incarico. Non perdete di vista il documento con il quale dovrete esprimervi.” disse.

Federico allora uscì e Darribar lo scortò fino al centro della città. Appena il pubblico li vide, si diresse infuriato nella loro direzione. Un uomo armato di un nodoso bastone si avvicinò al nuovo Conte, seguito da una notevole massa inferocita e spaventata. Federico stese le braccia al cielo e un improvviso silenzio di tomba, risuonò. Nel suo animo viaggiava ancora il terrore di commettere altri errori.

  “Cittadini di Durkhania…” lesse semplicemente. In quell’istante s’impose di fare quanto Darribar gli aveva chiesto nonostante nel profondo del suo cuore, lo ritenesse poco efficace. Il fiato riprese a strozzarglisi in gola, ma stavolta non si fermò. “Vi ringrazio per il vostro ascolto. Siete stati pazienti, finora. All’alba di domani è prevista la nostra partenza. Voi non dovrete preoccuparvi e ...”

“I vostri ringraziamenti non ci sono d’aiuto.” lo interruppe una voce. “Cosa ce ne facciamo? Andremo incontro alla morte, per la miseria!”

“Noi restiamo!” disse un’altra.

“Sì, è quello che faremo!” parlò una donna in fondo alle fila.

Federico trattenne il respiro. Allora capì che non era quello che la gente si aspettava da lui. Capì che tutto ciò che era su quel foglio non doveva essere pronunciato mai più. Capì che doveva scacciare i suoi timori in quell’istante o non lo avrebbe fatto nemmeno una volta. Serrò le dita tra i pugni chiudendo gli occhi. - ecco il momento giusto - pensò - non deludere il popolo -. Una nuova energia e voglia di vivere attraversarono il suo sangue in una frazione di secondo. Accartocciò il pezzo di carta che aveva tra le mani e lo gettò. Non voleva più essere bloccato dalla paura. La paura distruggeva il carattere. Alzò quindi gli occhi in direzione della gente e disse:

“Avete ragione, ciò che è scritto in questo foglio è stupido, come tante inutili parole appese al vento.” Darribar restò allibito da quest’affermazione e tentò di intromettersi, frenando la sua voce. Ma Federico lo zittì con un gesto stizzito della mano e voltandosi nuovamente verso il popolo, proseguì:

“Se volete la salvezza come me, perché volete rimanere?”

Un uomo anziano dalla barba incolta e con pochi capelli si fece largo tra la folla e gridò con quanto fiato aveva in corpo:

“Perché non vogliamo perdere questa terra! Che ne sarà delle nostre case! Noi siamo cresciuti, qui! Noi moriremo comunque, perché andarcene?”

“Giusto!” rispose di rimando un altro uomo dal passo zoppicante. Un mormorio d’assenso si accese. 

“Cittadini di Durkhania!” esclamò Federico “chi vi ha detto che in ogni caso morirete sicuramente? Questo non potete saperlo.” ribatté “e anche se fosse, ve ne starete qui passivi in attesa della fine? Ricordate le parole di Wihelm!”

“Non ci inoltreremo per terre sconosciute sapendo di non tornare mai più. È vero, qui moriremo, ma almeno saremo nella nostra città, nella nostra terra!” gridò un giovane.

“Sì, certo. Ma quando saranno le persone che amate di più a pagare, cosa farete? Qui non potrete proteggerle! Non potrete proteggere niente. Allora vi scoprirete pentiti e vorrete tornare indietro nel tempo per rimediare. Solo che non potrete farlo perché sarete morti o devastati dalla follia!” gli rispose Federico con uno sguardo severo e continuò:

“Abbiamo una grossa responsabilità, ne convengo e soprattutto nei vostri volti c’è la stessa paura che è dipinta nel mio. Ma non c’è niente di male ad avere paura, credetemi. Basta solo non lasciarsi sopraffare da essa e che non cambi quello che siamo.” Federico trasse un profondo respiro: “Sì, la paura non deve cambiare la nostra mente. In voi però vedo proprio questo, cittadini: le state permettendo di usare il suo potere su di voi! Ascoltate: probabilmente non tornerete, è vero ma almeno avrete tentato. La resa non è la miglior soluzione e non è questo il momento. Sopraggiungeranno la morte o la distruzione, qui a Merenir e non ci sarà più niente che potrete fare. Nemmeno per i vostri cari. Se partiamo, forse un giorno le case potranno essere ricostruite e i campi riseminati.

La morte è crudele, ma noi dobbiamo fare il possibile per combatterla e solo dirigendoci verso il rifugio avremo più probabilità di sopravvivere.” fece una pausa e proseguì: 

“Ora mi direte: che ne sa un giovane della morte? Invece io ne so qualcosa, gente. E non voglio finire in una tomba esattamente come voi. Se restiamo moriamo, se partiamo forse abbiamo un’alternativa in più. Cosa scegliete? Ognuno di voi è un uomo libero di decidere, ma state attenti. Il tempo è denaro e non perdona. Dovrete essere forti, se vorrete vivere più a lungo. Cercate la speranza: non ha mai fatto male. Ora, andate a riposare. Ci rivediamo domani all’alba.” e tacque. Il discorso terminò.

Aveva ancora le braccia lungo i fianchi con i pugni chiusi e sentiva il sudore appiccicoso dei capelli, che gli colava sul collo. Federico rise dentro di sé, perché sapeva che finalmente quelle parole li avrebbero risvegliati. Nemmeno un cittadino intervenne. Lentamente la folla si dileguò e Federico notò che nei loro visi trasparivano ancora forti sensazioni di timore. Ma c’era ora anche speranza, una speranza che regalava agli animi frammenti di pace e tranquillità.

C’era una strana energia nei cuori delle persone, una nuova energia che avrebbe combattuto e forse sconfitto proprio quella sensazione di morte che si era annidata pian piano tra gli angoli e le vie della città, così come tra la mente degli abitanti. Allora in un futuro non troppo lontano, qualcuno avrebbe visto una nuova luce, forse distante, ma l’avrebbe scorta.

 

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