Storia · capitolo 3

II. VENUTI DA UN ALTRO TEMPO

I Cavalieri di Luthy83

16:45.  20 ottobre 2020.

All’università, le lezioni erano giunte al termine. Dafne era seduta sulle scale davanti all’ingresso e riordinava i suoi appunti. Era un tiepido pomeriggio di fine ottobre e il sole si apprestava a nascondersi dietro all’orizzonte. La scia dei suoi raggi rossastri, si allungava come un’ombra più scura e lasciò sul suo quaderno una strana forma. Lasciò scivolare lo sguardo verso la porta e tese l’orecchio: sentiva una gran confusione, grida e risate. Alcuni studenti uscivano dalle aule: certi procedevano molto lentamente, forse per paura di tornare a casa troppo presto; altri invece camminavano in fretta, per raggiungere gli amici al bar, dall’altra parte della strada.

In pochi minuti il vasto cortile esterno si gremì di gente, e questo non la disturbava affatto; le piaceva stare lì in mezzo al chiasso, il silenzio le metteva ansia.

Poi uno sbuffo d’aria le passò davanti e le sfiorò l’orecchio. Dafne venne percossa da un brivido. Si voltò di colpo. Nessuno. Eppure per un istante le era parso che l’aria le avesse sussurrato qualcosa. Un briciolo di inquietudine le passò per la mente. Sciocchezze, pensò.

Molti ragazzi e ragazze le passavano accanto e tra loro c’era chi la salutava ridendo e pronunciava il suo nome in tono squillante. Lei rispondeva con un gesto meccanico della mano e lo sguardo sicuro di sé.

D’un tratto, un giovane smilzo con occhiali di tartaruga e calzoni strappati si avvicinò, le sorrise gentilmente e si fermò, togliendosi uno strano fazzoletto dal capo. Chinò la testa dai capelli rizzati.

Dafne annuì lentamente ma non sorrise. Invece di ricambiare lo sguardo del ragazzo, fissò un punto oltre la folla di studenti.

Il ragazzo le strizzò l’occhio: era davvero raffinata con quella giacca di raso blu e i pantaloni a vita bassa grigio-perla.

Dafne, con un gesto seducente, si scostò i lunghi capelli dal viso ovale. Non era sua abitudine passare inosservata.

Senza aggiungere altro, lui se ne andò soddisfatto, come se lei lo avesse riempito di mille attenzioni. Le bastava poco, uno sguardo, un gesto minimo.

Le si accostò una ragazza, davvero bella, con i lineamenti delicati e occhi grigioverdi. Le lanciò un’espressione allegra: era la sua vecchia amica Electra e compagna di studi.

“Guarda, guarda! La cara vecchia Dafne tutta sola e silenziosa! Cos’è, hai deciso di spaventarmi?”

“Adesso non posso neanche riordinare i miei appunti?! Fai poco la spiritosa!” apostrofò l’altra ridacchiando.

“Dì un po’, chi erano quelli? I tuoi nuovi spasimanti? Ma non sei stufa di essere continuamente corteggiata?”

 “Mah, degli idioti con cui sono uscita. Oggi è già la seconda volta che mi cercano! Odio quando mi si appiccicano così! La sai la novità? Stasera sono stata invitata ad una festa. Praticamente non ho detto niente, ma credo che ci andrò, altrimenti sarò costretta a stare a casa con i miei.” rispose fingendosi infastidita.

“E dove sarebbe la novità? Secondo me tu a loro piaci. Piaci a tutti. Sei incredibile, lo sai?”

“Lo so.” affermò Dafne con un ghigno e si alzò in piedi.

Dirigendosi al cancello, scorsero poco distante una ragazza. La prima volta che l’aveva vista, Dafne aveva individuato il suo volto pallido e smunto e uno sguardo vitreo. Eccola che improvvisamente abbassava lo sguardo appena gli altri la fissavano. Aveva sempre un atteggiamento dimesso, quasi calcolato come se desiderasse apparire il meno possibile.

“Ecco da chi devi fuggire, Electra. Dammi retta!” sbuffò, girandosi verso la collega.

“Chi? Quella?”

“Naturale!” assentì.

Le due ricominciarono a squadrarla. Dafne non capiva perché non venisse mai alle loro serate. Quella aveva sicuramente qualcosa che non tornava, non c’è che dire. Ma perché le dava tutta questa importanza? A Dafne bastavano le sue amicizie.

Si ricordò di quel lontano primo giorno all’inizio dei corsi. Aveva salutato Helena allegramente ma questa non aveva risposto. Helena le aveva detto che non erano affari suoi, e che se avesse avuto bisogno, non sarebbe certo andata da lei. Aveva poi aggiunto che cercava una persona migliore, meno superficiale, a cui rivelare i suoi dubbi e timori e forse i suoi sogni.

Dafne le aveva risposto che prima di giudicarla, avrebbe dovuto conoscerla; l’altra aveva ribattuto che non sarebbe stato necessario, perché certi lati del carattere si intuivano anche dopo solo un’occhiata.

Dafne non gradì quell’affermazione. Con il tempo si era rassegnata ed era arrivata ad una sua conclusione molto più comoda: se Helena non desiderava confidarsi con lei, tanto peggio. Doveva essere piuttosto sciroccata, era opportuno starle alla larga.

Dafne aveva ripensato spesso all’accenno di Helena riguardo ai sogni, ma di una cosa lei era convinta: erano solo fantasie da bambini ancora in fasce.

 

Sforzandosi di portare altrove i suoi pensieri, s’incamminò con Electra e fu allora che lo notò. A pochi metri di distanza, un ragazzo alto e dalle spalle larghe era in mezzo ad altri corsisti. Non era solo carino. Era proprio bello, ma vestito così sembrava non avere alcuna intenzione di dimostrarlo.

“Guarda quello”, pensò Dafne: “non parla, sembra non avere un’opinione. Mah... e come si è vestito?” ridacchiò tra sé: portava una camicia di cotone azzurra scolorita e un paio di jeans così vecchi e rovinati che stavano in piedi da soli.

 “Lo conosci?” domandò euforica.

“No, credo di no. Perché? Ti interessa?”

“Io conosco tutti qui, ma lui non l’ho mai visto. Credo che gli dirò il mio nome e gli chiederò di uscire. Tanto, non rifiuterà mai un mio invito. Non sarà certo lui, il primo.” sorrise beffardamente. Ma poi un lampo le passò veloce nella mente. E se fosse proprio lui, il primo? Distolse subito quel pensiero e tornò a sorridere.

“Sì, ma ti stufi troppo presto. Non ti dimenticare di quello che hai fatto a quel tipo l’anno scorso. Lui era proprio perso per te. Gli hai spezzato il cuore, poverino e non era la prima volta che ti comportavi così.” Dafne sogghignò. Le sue relazioni amorose, infatti, non arrivavano mai ad una conclusione.

“E allora? La vita è bella proprio per questo. Io posso fare tutto quello che voglio con chi mi pare. E per tua informazione, cara, a lui il cuore non ho ancora spezzato. Credo che sia l’unico in tutta l’università con cui non ho avuto neanche uno scambio di saluto. Questo mi urta!”

“Ma fammi il piacere!” sghignazzo `l’altra “se fino ad un momento fa per te non esisteva! Un giorno anche tu proverai un sentimento verso qualcuno e allora...”

“Non succederà mai.” la interruppe Dafne. Poi abbassò lo sguardo. “Io sono troppo forte per queste cose. Ma lo sai che è proprio bello? Peccato però che si veste come un pellegrino!”

“Si, certo…Domani te lo sarai già dimenticato! Ti saluto. Almeno io ce l’ho un vero fidanzato!  Buona caccia e alla prossima.”

“Oggi non è domani e domani non sarà importante. A presto.” rise Dafne divertita e si volto`.

 

Alan si sentiva quasi un estraneo lì con il suo gruppo di amici. Non aveva un gran desiderio di parlare, per lo meno non ne sentiva la necessità e a dirla tutta, non era mai stato un grande chiacchierone. Lasciava sempre agli altri l’iniziativa di intervenire nei discorsi o mostrare spavalderia. Piuttosto, preferiva di gran lunga rimanere a riflettere o a fantasticare con la sua mente. Non che si ritenesse migliore degli altri, anzi. Forse era solo un modo per sentirsi meno esposto, per restare dove nessuno pretendeva troppo da lui.

Non si accorse subito della ragazza, ma poi la vide con la coda dell’occhio: non era molto alta, ma ben proporzionata, con un portamento elegante e composto; sembrava conscia del proprio fascino, perché gli lanciò uno sguardo malizioso e ammiccò. Fu in quel momento che lui notò i suoi occhi di un azzurro brillante. Si girò per guardare altrove, ma quell’immagine restò scolpita nella sua mente solo per poco: il mondo femminile lo aveva sempre disorientato e lui non amava essere al centro dell’attenzione. Non che le donne lo spaventassero così tanto, ma era la prima volta che una di loro gli rivolgeva un’espressione così intensa e intrigante. Si convinse perfino di non essere lui l’oggetto del suo interesse, ma quella ragazza continuava ad avanzare verso la sua direzione a passo disinvolto e non distoglieva lo sguardo. Lo raggiunse, ondeggiando i lunghi capelli biondo platino. 

 “Ciao! Studi qui anche tu? In quale corso sei?” disse salutandolo allegramente.

Le mani gli si irrigidirono lungo i fianchi.

A Dafne piacquero subito quei suoi occhi neri e profondi, che se li avesse fissati troppo a lungo, avrebbe corso il rischio di perdervisi. Distolse però subito lo sguardo. Dopotutto ho visto di meglio, pensò.  La barba di tre giorni gli dava un aspetto più accattivante anche se pareva non fare nulla per valorizzarsi.

Prima di risponderle, egli la guardò dubbioso: - una ragazza così carina, cosa può volere da me? - pensò. Poi però distolse lo sguardo, come se la risposta non fosse davvero importante. Abbozzò un timido risolino:

“Ciao.” fu tutto quello che riuscì a dire. La sua voce era bassa e calda ma Dafne scrollò le spalle. Non è poi così originale. E sorrise.

Dafne non tralasciò di mettere in mostra la sua loquacità:

“Io sono al corso di letteratura straniera. Molto interessante devo dire, però secondo me il professore è troppo sintetico. Le altre mie compagne sostengono invece che il suo modo di spiegare è esaustivo ma io credo che deciderò di frequentare altri insegnamenti. Tu? Sono qui, anzi ero qui con la mia amica Electra che ora è andata via perché deve andare dal suo ragazzo. Stasera c’è una festa e mi hanno invitato, anzi credo che siano stati chiamati tutti e allora…”

“Ma tu parli sempre?” la interruppe il giovane.

Dafne gli rispose con un largo sorriso:

“Piacere, Dafne.”

“Alan. Al, per gli amici.” disse e si strinsero la mano.

 

 

 

Nell’immensità della Grande Sala, per pochi secondi Wihelm trattenne il respiro. Quindici volti erano puntati su di lui e sembravano carichi di una speranza, che lui non sapeva come sostenere. Ma non voleva altro che qualcosa di certo, di definito; proprio ciò che per il momento non riusciva a dare. Il Conte Famer lo studiava attentamente, come se volesse leggergli nella mente. Invece alla fine chiese:

“Chi di noi percorrerà un’altra strada? E gli umani? Dove andranno?”

“Due Conti saranno le guide degli umani. Li condurranno a sud – ovest, verso il Palazzo dei Cavalieri. Sceglierete voi chi è più idoneo ad accompagnarli. Dovranno andare a sud-ovest, verso il Palazzo dei Cavalieri. La strada li porterà prima a Danaccort.

A Nantur la situazione è grave. È arrivato un messaggio proprio ieri, peggiore di quanto temessimo.

Danaccort è una deviazione necessaria. Ma la salvezza di Merenir non può aspettare.”

“Ahimè, lo sappiamo. Danaccort è nostra alleata: abbiamo combattuto insieme più volte per difendere i confini. Sarebbe opportuno che qualcuno di noi vada lì ad indagare. Pason l’ho udita nominare poche altre volte e non mi ci sono mai addentrato.” disse il Conte Lavinio.

“Neanch’io.” disse il Conte Ceres e gli altri assentirono.

“Avete detto Danaccort?” scattò il Conte Burton come punto da un insetto.

“Si, Danaccort.” gli rispose Wihelm.

“E chi dovrà aiutare questi due presunti umani nell’impresa?” chiese il Conte Lavinio con una smorfia.

“Non certo voi, perché siete sempre troppo scettico.” rispose il Conte Tarra.

“Io no. Devo prendermi a cuore la salute della popolazione e non posso essere una guida per qualcun altro.” disse uno.

“E nemmeno io.” continuò un altro.

“Come potete notare, cari Conti, amiamo di più i nostri cittadini che questi due prescelti. Non possono andare da soli?” azzardò il Conte Ilario.

“Anche Danaccort ha bisogno di noi e noi di lei. Voi mandereste due giovani inesperti privi di spade e armature in zone che nemmeno voi conoscete?” gli si rivolse il Conte Burton con uno sguardo duro.

“Si, se non abbiamo molta scelta.” il Conte Ilario lo guardò infastidito.

“Siete proprio senza speranza!” rispose il Conte Burton incollerito.

“Parlate per voi! Trovo già tutto ciò una grande assurdità e si pretende anche di lasciare i cittadini soli, senza un capo o qualcuno che li accompagni! Mi dispiace, ma io proseguirò per la Grotta del Risveglio anche se sono convinto che sia solo una sciocchezza!” disse il Conte Ilario ostinato.

“I cittadini non sarebbero lasciati a sé stessi, ma guidati da un nostro fidato cavaliere, che si prenderebbe cura di loro fino al nostro ritorno! Ma come fate voi a rappresentare una città!?” lo ammonì il Conte Burton furioso.

“Allora fatelo voi!” disse il Conte Ilario stizzito.  

Il mormorio nella Sala si fece più acceso. Tutti parlottavano tra loro contribuendo a recare una maggiore confusione, ma le voci dei due Conti erano così alterate che sovrastarono tutte le altre. Il Conte Burton e il Conte Ilario si fissarono con aria di sfida, si alzarono entrambi dal loro posto con un balzo improvviso. Il conte Burton fece il gesto come per estrarre la sua spada. Sarebbero venuti alle mani se Wihelm non fosse intervenuto a dividerli.

“Basta per favore! Invece di insultarvi a vicenda, cercate di mettervi d’accordo su chi compirà quel viaggio. Conte Burton e Conte Ilario: avete deciso?”

Ci fu immediato silenzio ma venne interrotto dal Conte Burton che gridò:

“E sia! Quand’è così io mi offro come la prima guida della missione per Pason. Voglio fermarmi a Nantur ed attenuare i problemi al suo interno.” disse.

“Non è opportuno invece preoccuparci di più della nostra regione?”

“Si, Conte Ilario ma Danaccort è nostra amica e alleata. Nei momenti di difficoltà ci siamo sempre prestati soccorso. Se ora crolla Nantur, crolla anche una parte della nostra difesa.” rispose Wihelm.

“Come può aiutarci a evitare la distruzione di Merenir?” chiese il Conte Nadar.

 “Non eviterà la distruzione di Merenir, ma qualcosa sta per accadere.” disse Wihelm.

“Che cosa?”

“Non riesco a decifrarlo bene, ma potrebbe essere necessaria la presenza di altre città nostre amiche. Per questo, è meglio andare a Nantur.”

“Bene. Il Conte Burton si è offerto volontario. Chi sarà l’altra guida?” disse il Conte Tarra.

Tutti tacquero improvvisamente e una calma innata passò di corpo in corpo. Nemmeno il suono dei loro respiri. Fu il Conte Famer a rompere quell’atmosfera:

“Ci andrò io.” disse.

Tutti lo fissarono ammutoliti.

“Magnifico! Un impulsivo e un saggio riflessivo! Una coppia perfetta, non c’è che dire!” sbottò dopo qualche istante il Conte Ilario in tono ironico.

Wihelm sorrise per la prima volta. Sentiva che forse non tutto era perduto e che, affidare una missione a due caratteri tanto diversi, era la scelta giusta.

“Bene.” disse solo.

“Quale strada ci consigliate di prendere, Wihelm?” chiese il Conte Famer dopo una breve pausa. 

“Sono riuscito a scorgere una parte del percorso e prima di raggiungere Pason, vedrete che sul sentiero e nelle vicinanze ci sono delle case rosse circondate da grossi massi dello stesso colore.” gli rispose.

 “Il territorio di Pason…a sud ovest di Danaccort…” meditò il conte Famer a voce alta.

 “E perché proprio in quella terra a noi quasi sconosciuta? Non correremo il rischio di fare spiacevoli incontri come essere derubati o attaccati da popolazioni ignote?” intervenne il Conte Burton.

“Io non conosco Pason e non posso purtroppo indurvi a credere che non ve ne siano. Ho visto foreste e boschi ombrosi, pochi villaggi. Non avete molte alternative.” disse Wihelm.

“E una volta arrivati?” chiese il Conte Famer.

“Ho visto una collina brulla, il tratto di un sentiero nel bosco e una grotta. L’entrata della grotta è molto ampia e particolarmente umida. Dall’alto di una bassa cresta rocciosa scorgerete un edificio d’oro. Lì, dovrete lasciare gli umani soli. La voce mi ha detto che troveranno loro, la strada. Nel palazzo vivono i Cavalieri.”    

 “Chi sono i Cavalieri? E perché né io né il Conte Burton possiamo continuare il percorso con loro?” chiese il Conte Famer.

“Non lo so, ma nel sogno ho compreso soltanto che vivono in quel misterioso Palazzo da molto tempo. È tutto molto vago, purtroppo. So solo che gli umani dovranno arrivare lì e affrontare da soli ciò che li attende.

Voi li accompagnerete verso il palazzo. Prima però, dovrete fermarvi a Danaccort. Nantur non può essere ignorata. Dopo li lascerete proseguire da soli e tornerete da noi.” rispose Wihelm.

“Quindi a un certo punto ci ritroveremo?”

“Sì. Credo il luogo più sicuro sia il territorio di Danaccort.” disse Wihelm.

Ci fu un’altra breve pausa e un altro breve silenzio. Alla fine, il Conte Tarra intervenne:

“Qualcun altro ha qualcosa da aggiungere prima che io pronunci i punti essenziali della Legge e i termini del Consiglio?” chiese.

Nessuno rispose.

“Dobbiamo definire i nostri piani, allora.” continuò.

“Merenir avrà cinque giorni. Questa notte stessa radunerete la milizia, avviserete le città e affiderete il comando temporaneo a uomini fidati. Allo scadere del quinto giorno ci ritroveremo qui a Tornio. Le città dell’ovest apriranno la marcia, le altre ci raggiungeranno prima del viaggio verso Nihil. Dovrete parlare anche con le vostre famiglie. Avete capito?” disse.

I Conti annuirono. Nei minuti che seguirono, il Conte Tarra rammentò ad alta voce alcuni frammenti fondamentali della Legge Aiuva. Al termine, esclamò:

“Allora muoviamoci! Abbiamo molte cose da fare. Forza!”

Tutti si alzarono.

“Che la fortuna vi assista.” disse il conte Nadar rivolgendosi al Conte Burton e al Conte Famer.

“Lo stesso vale per voi.” gli rispose il Conte Famer.

“Allora forse un giorno ci rivedremo.” il Conte Nadar sorrise leggermente.

“Sì. Forse un giorno ci rivedremo.” disse il Conte Famer. Si fissarono e quell’attimo si caricò di una quiete intensa.

“Ricordatevi i confini ovest di Merenir. È lì che dovrete incontrarli. E non indugiate se a Danaccort le cose dovessero complicarsi per qualsiasi motivo. Il giovane Alan non deve rimanere a Nantur, qualsiasi cosa accada. La vostra meta è Pason, non dimenticatelo.” disse Wihelm e quel breve minuto di pace finì.

“Che significa il giovane Alan non deve rimanere a Nantur?” lo squadrò il Conte Famer stupito.

“Di più non riesco a dirvi. Nelle mie visioni accadrà qualcosa d’inaspettato; sarete costretti a ripartire, anche se ciò provocherà in lui molto dolore.” sospirò Wihelm, poi aggiunse:

“Tenete segreta la vostra identità agli estranei e raccontate lo scopo della vostra missione solo a chi ritenete degno di fiducia. I territori fino a Danaccort sono sicuri, ma state attenti a Pason o nelle zone limitrofe. Badate ad ogni ombra.”

Il Conte Famer annuì lentamente imitato dal Conte Burton. Tuttavia, non furono del tutto rassicurati.

 I due Conti e gli altri, si diressero verso la porta e si voltarono solo una volta. Lasciarono il castello e galopparono verso casa.

 

Rimasto solo nella Grande Sala, Wihelm si fermò di fronte all’arazzo dei cavalieri. Restò per un po’ ad osservarlo, come se dovesse aspettarsi qualcosa di nuovo da un momento all’altro. Per un istante gli sembrò che le immagini cambiassero posizione e la luce sopra le due figure si oscurasse. Ridacchiò nervosamente tra sé e sé pensando di aver sognato; eppure si chiese perché a un tratto quel dipinto fosse diventato da alcune ore così fondamentale.  Poi le sue cupe riflessioni ricominciarono a divorargli l’anima: - siamo veramente maledetti? Meritiamo di morire così presto? – pensò. Sbuffando gli diede ancora un ultimo sguardo e uscì sospirando.

 

Giunto a destinazione, il Conte Burton scrisse una lettera al Conte di Nantur per informarlo della situazione a Merenir e del viaggio previsto per l’indomani, verso Danaccort.

Più tardi, lui e il conte Famer, convocarono i capi dei loro eserciti e i loro nobili al loro servizio e infine, il popolo. Anche gli altri avvisarono e radunarono i loro soldati e cavalieri ma decisero di attendere l’indomani per informare i cittadini.

Fu allora che la festa in ogni città cessò, mentre le prime luci dell’aurora facevano capolino da dietro le grosse nubi nere.

Alcune ore prima dell’alba successiva, dopo essersi assicurati che uomini fidati li avrebbero temporaneamente sostituiti, il Conte di Flanders e il Conte di Berefast partirono.

 

Dafne e Alan si fissarono. Dafne deglutì ma la gola rimase secca. Alan trasse un tranquillo respiro e abbozzò un lieve sorriso. Non distolse lo sguardo. Non riusciva però a intuire cosa si celava dietro lo sguardo della ragazza: ciò che mostrava non sembrava coincidere del tutto con ciò che veniva nascosto.

A Dafne questo non garbava. Scostò il capo lentamente e fissò un punto lontano. Si morse le labbra e si toccò nervosamente i capelli. Non capiva perché all’improvviso non avesse nient’altro da dire. Come poteva essere lei l’imbarazzata? Lei che non aveva mai provato timore davanti agli altri? Si schiarì la voce e il suo sorriso si illuminò. Lo faceva spesso di fronte al prossimo e le riusciva sempre piuttosto bene. Mostrare le sue reali emozioni, non le era mai venuto facile.

Fu Alan a spezzare l’incanto.

“Allora, Dafne, stavi parlando di una festa.”

“Certo! Beh, dato che ora ci conosciamo, volevo chiederti se ti andava di venirci con me.” gli rispose Dafne, che nel frattempo aveva ritrovato sé stessa.

“E perché proprio io?” le domandò titubante.

“Sembri a posto. Ti ho messo in difficoltà?”

Alan si sentì nuovamente mancare il fiato.

“No.… sì... cioè…scusa…” ritrovò infine la calma e riprese:

“Mi hai sorpreso…” esitò un attimo.

“Duffy. Sono impacciato con le donne.”  sorrise appena.

“Che? Come mi hai chiamata? Non è il mio nome quello.”

“Ok, Duffy.” sorrise di nuovo, alzando le spalle.

 

Dafne lo fissò per un istante. Poi smise di ascoltarlo. Si voltò improvvisamente, convinta che qualcuno l’avesse chiamata. Ma dietro di lei non c’era nessuno. Spaesata, cercò tra gli studenti qualcuno che potesse aver pronunciato il suo nome. Nessuno. – ma che diavolo…?! –pensò. Il suo nome venne pronunciato di nuovo e poi ancora, sempre più forte. Erano più voci, un coro risonante di voci sovrapposte. Poi il silenzio. Una dolce voce infine emerse, ma non era nitida, era come lontana, indefinita. Qualcuno le afferrò i capelli e lei si sentì trascinare via, come se fosse stata un foglio di carta spazzato dal vento. Non poteva muoversi, né ribellarsi. I suoi occhi si chiusero. Provò a riaprirli ma le fu impossibile. La sua resistenza cedette, infine venne il buio.  

Alan osservò la ragazza. Si era voltata senza motivo ed ora guardava la gente come se avesse visto un fantasma. Improvvisamente una forza lo ghermì alle spalle ed egli si sentì come bloccato, gli era impossibile reagire. Prima che le sue palpebre potessero abbassarsi sentì pronunciare il suo nome e notò che anche alla ragazza era toccata la sua stessa sorte. Cosa stava succedendo? Quello fu il suo ultimo pensiero e poi più niente.

Le ombre si allungarono come rami sottili, sempre più sottili e scomparvero. Fu come se qualcosa stesse risucchiando ogni cosa sotto di loro. Non c’era più alcun rumore, come un silenzio prigioniero di una cupola di vetro.

E l’aria mancò, si fermò a metà del petto e rimase lì, come se fosse stata bloccata. Ogni cosa girava intorno e non poterono controllarla. 

Alan e Dafne vennero avvolti da una nube densa di vapore rinfrescante e poi sparirono; furono scaraventati su un terreno bruno, quasi nero e rimasero distesi con gli occhi rivolti verso l’alto. Dell’università non restava nulla. Sopra le loro teste per qualche istante non scorsero nulla: solo un enorme buco nero, che sembrava risucchiarli presso di sé. Il paesaggio era offuscato, come se fosse stato avvolto da una grande nebbia. Ogni cosa intorno a loro era scura, né piante né alberi né fiori. Pareva non esistesse alcun tipo di anima vivente, vicino ai loro corpi; c’era un terreno bruciato molto simile ad un deserto roccioso. In un primo momento credettero d’impazzire, poi di sognare ad occhi aperti. Erano soli, indifesi e senza una vaga idea di dove si trovavano. Erano ancora storditi per l’urto violento che avevano subìto e restarono sdraiati in silenzio.

Alan faticava a parlare, la sua mente era aggrovigliata; tentò di collegare un ragionamento all’altro per creare un insieme di pensieri logici, ma invano. Guardò l’orizzonte ma non era in grado di scorgere niente, sembrava esistesse solo il nulla, il vuoto. Allora si massaggiò il viso nel tentativo di svegliarsi da un lungo sogno. Ma non era un sogno.

Dafne appoggiò uno dei gomiti sull’area sconnessa e si rizzò a sedere. Si guardò le mani, poi il confine tra cielo e terra e infine si guardò di nuovo le mani. Non le accadeva di essere così ammutolita da tempo indefinito, ma la cosa strana era che per la prima volta nella sua vita non aveva voglia di parlare. Si voltò leggermente e si trattenne dal lanciare un grido.

Anche Alan si girò e nemmeno un suono uscì dalle sue labbra; stupefatto, rimase con la bocca semichiusa a decifrare ciò che i suoi occhi desideravano mostrargli. A diversi metri da loro, due figure immobili e indefinite.

Queste si scambiarono uno sguardo furtivo. Nel lontano orizzonte apparvero forme strane e sfumate che con il passare dei secondi, si tramutarono in due persone dai profili maggiormente chiari. 

La vista di Alan e Dafne a poco a poco si schiarì del tutto e i contorni di quelle, divennero più nitidi. Di una cosa la ragazza fu subito sicura: non erano affatto i suoi compagni di corso; questi sembravano due uomini alti e robusti accompagnati da due enormi cavalli neri. Alan invece aveva la mente vuota, i suoi pensieri non riusciva ad afferrarli. Ad un tratto, uno dei due sconosciuti che pareva seduto in groppa al suo animale, si chinò sull’altro; sembrò sussurrargli qualcosa che Alan e Dafne non percepirono. Un momento dopo, le due figure si diressero entrambe con cautela verso di loro.

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