Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Germanno di Marco Vignudelli


Hai sempre detto che non ricordi come si chiamava il gatto.

Però sai che era un gatto nero. Che era nero lo ricordi bene perché ti avevano detto che i gatti neri proteggono dagli spiriti maligni e allora lo tenevi sempre in braccio, e lo portavi ovunque.

Dev’essere lì che hai imparato ad abbracciare così bene.

Hai detto che forse un nome non ce l’aveva nemmeno, chissà, sembra strano che tu non gli avessi dato un nome, però eri così piccolo, che il nome forse è volato via perché c’erano delle cose più importanti da conservare nella tua memoria.

Poi Walter un giorno ti ha costruito una piccola cariola di legno. Era da vedere la tua faccia quando caricavi il gatto e lo portavi in giro, stupito che si lasciasse trasportare senza scappare via.

Mi sa che hai capito lì quella cosa di lasciare andare. Che non è mica detto che se non tieni stretto le cose che ami, queste vanno via.

Ecco io questa cosa non l’ho mai imparata. Ma il gatto che avevo io alla tua età era grigio, forse non era così adatto a tenere lontano gli spiriti maligni, mi ricordo si chiamava Pucci, e facevo una gran fatica a tenerlo tra le braccia, forse era troppo grosso, ma forse anche il tuo non era così grande, eri tu che avevi quattro anni.

Ti ho chiesto se Walter aveva il casco dei soldati tedeschi, perché a me i soldati tedeschi, con tutti quei racconti sulla guerra, mi facevano paura anche solo a pensarli. Hai detto che aveva il capello, era un ufficiale. Quando sono andati via i tedeschi, in fretta perché stavano arrivando gli alleati, ti ha regalato il suo orologio , un orologio dorato, e io ho sempre desiderato che mentre la raccontavi questa storia dell’orologio tu lo tirassi fuori da un cassetto e me lo facessi vedere. Come nei film. L’orologio di Walter.

Invece chissà dov’è finito. La nonna lo aveva nascosto in un cassetto e tu lo andavi a vedere quando lei era al lavoro e un giorno hai rotto qualcosa mentre ci giocavi. Non ne hai saputo più nulla.

Una volta mi hai portato a vedere il Casetto. Lo avete sempre chiamato così e in effetti, anche se non l’abbiamo visto dentro perché era pericolante, era una casa piccolina, con la facciata uguale a quelle che disegnano a scuola i bambini, una porta centrale, due finestre e un tetto spiovente. C’era anche il comignolo, che a scuola coloravi di marrone con un bel fumo rassicurante che andava verso il cielo.

Ti ricordavi la cucina al piano terra e un’altra stanza attigua, poi si saliva al piano di sopra per una scaletta di legno dove c’erano altre due stanzette. Il bagno era fuori, vicino al pollaio, ma adesso è distrutto. Ti ho di nuovo domandato quanti eravate. La nonna Anna e il nonno Artemio, tua madre Lice mia nonna, le zie Rina e Mimma, Orazio, tua cugina Valeria, Gianna e Alfredo dopo che era tornato dalla Russia. Osservavi la casa in silenzio pensando a come potevate starci tutti quanti. Ti rendevi conto che c’è una bella differenza tra vedere le cose da bambini e guardarle da adulti.

I tedeschi avevano occupato la zona ma non entravano in casa. Avevano scavato un fossato attorno al Casetto, una trincea da dove sparavano agli aerei. Ne avevano abbattuto uno che era precipitato sulla collina di fronte ed è rimasto anche dopo che la guerra era finita. Lo zio Alfredo e tuo cugino Orazio lo smontavano un po’ alla volta per vendere il ferro.

Hai sempre detto che non avevi paura degli spari, che non capivi mica niente. Dicevano arriva Pippo e correvate in un rifugio dietro casa, un buco scavato in un rialzo del terreno dove vi infilavate tutti quanti e pensavi fosse una specie di gioco.

Un giorno però hai capito che c’era qualcosa che non funzionava. Il nonno Artemio era vicino al camino seduto su una sedia e lo hai visto piangere perché un soldato tedesco gli parlava minaccioso. Kaputt, gli diceva, anche se non capivi cosa volesse dire. Ma ti eri messo a piangere anche tu. Poi è entrato Walter e ha mandato via il soldato, aveva bevuto, e ha detto nicht kaputt al nonno e tu hai capito che era una cosa buona. Anche da grandi, quando incontravi tua cugina Valeria, vi abbracciavate dicendovi nicht kaputt.

Tuo nonno Artemio ti portava con lui quando andava in giro e tu volevi prendere anche il gatto con la cariola, lui rideva e ti lasciava fare, poi quando non ce la facevi più ti convinceva a lasciarla lungo la strada che andava a Montebudello, che tanto non la rubava nessuno. Il gatto vi seguiva anche se tu le prime volte eri preoccupato che se ne andasse. Aveva piantato del granoturco, il nonno, nella zona dove adesso c’è la pista di moto-cross. Gliela aveva concesso, quel pezzo di terreno, Piretto Garagnani, il proprietario del podere che arrivava con la Fiat Balilla, con il quale Artemio era in amicizia. Era un angolo di calanco, duro e compatto, e ci voleva proprio uno come tuo nonno a cavarci fuori qualche cosa, forse perché sembrava fatto anche lui della stessa materia argillosa. Lui che, bassetto e tarchiato come tutta la genia dei Savini, non portava mai le scarpe e nella pianta dei piedi aveva una cotenna spessa e coriacea come quella di un animale.

Tua cugina Anna abitava vicino al campo e facevate la gara a raccogliere dei piccoli bruchi che abitavano nell’argilla. Appena li prendevate in mano si rivolgevano su sé stessi diventando delle palline. Manein, diceva Anna, con quel sorriso soddisfatto quando ne catturava uno. Te lo porgeva perché tu lo mettessi nel vasetto di vetro che ti portavi appresso. Voleva che le dicessi brava, ogni volta che te ne dava uno, e ci rimaneva male se non lo ripetevi tutte le volte. Come se svanisse in fretta la rassicurazione che ne ricavava, e allora un altro bruchetto Manein, brava Anna.

Anche Carlo, il papà di Anna era in guerra, in Russia con suo fratello Alfredo. Tuo padre invece era stato catturato e lo avevano portato in Germania, non lo sapevi allora, non sapevi neanche come era fatto, era partito che avevi pochi mesi. Non potevi nemmeno sapere che il suo non sarebbe mai tornato, il tuo invece riuscì a scappare dal campo di prigionia.

Ecco, poi c’è quel racconto che mi fa male. Di quella mattina che eri fuori a giocare davanti alla porta del Casetto. Ti stavi perdendo in quelle cose da bambini. Tenevi sotto controllo una colonna di formiche a cui avevi dato un francobollo di pane e loro, le formiche, in pochi minuti erano diventate tantissime. Una ha iniziato a trascinare quel pezzetto di crosta dieci volte più grande del suo corpo e le altre le sono andate dietro superando una foglia di un radicchio selvatico e aggirando un legnetto che non avevi spostato per vedere come se la cavavano.

E hai alzato la testa, dovevi aver sentito qualcosa. In fondo al pendio, dove la strada superava il rio, c’era un uomo. Hai capito subito dal colore dei vestiti che era un soldato, anche se i tedeschi se ne erano andati da mesi sapevi bene come erano fatte le divise. Stava salendo verso casa e hai avuto paura, per quello sei corso dentro. Tua madre era al lavoro, a Vignola, nella fabbrica della Sipe, dove fabbricavano gli esplosivi. Si sono affacciate Mimma e Rina, e hanno cominciato ad urlare che era Carlo, Il loro fratello, il papà di Anna. Era tornato anche lui dalla Russia, finalmente, dopo Alfredo, l’altro fratello.

Sono corse fuori e tu, dopo pochi istanti, hai sentito scemare tutta quella euforia, come se avesse sbattuto contro un vetro spesso andando a pezzi. E mentre quell’uomo magrissimo si avvicinava, con il volto scuro e scavato, hai sentito dire, in un tono deluso che ti ricordi bene, è Bruno.

E’ un problema mio sai, legato al fatto che vorrei che i racconti andassero come pare a me. E allora, uno che torna dalla guerra dopo 4 anni, io mi immagino una gran festa.

Ma come facevi a fargli festa tu che non lo avevi mai visto. Ma la cosa strana è che non te ne avevano mai parlato di tuo padre in quegli anni.

Parlavano di Carlo, che Alfredo lo aveva incontrato in Siberia una volta e poi ognuno era ripartito con il proprio plotone, ma di Bruno mai una parola.

Mi sembrava una specie di mistero all’inizio. Il Casetto era la sua casa dove erano venute a viverci Mimma, Rina e Valeria sfollate da Bologna per i bombardamenti. Era venuto a viverci anche il fidanzato di Valeria, un cantante lirico. Uno strano che si metteva a sedere sul davanzale della finestra, a torso nudo e cominciava a cantare. Non ti ricordi come si chiamava, ma che era strano si. Vivevano tutte queste persone a casa sua e nessuno che ne dicesse mai qualcosa. Mi sembrava crudele, anche nei tuoi confronti, quel dire niente di tuo padre.

Non ce l’ho avuto il coraggio di dirtelo, ma forse, loro, speravano che non tornasse.

Bruno lo guardavi con sospetto, tu preferivi stare con il nonno Artemio che ti prendeva in braccio e facevi finta di fargli la barba con un dito e, all’improvviso, ti dava una leccata sulla guancia che ti veniva un gran nervoso.

Poi è cambiato tutto.

Il problema era stato il ritorno di tuo padre. Adesso in quella casa piccola che era il Casetto sembrava non starci più nessuno, eppure doveva essere normale fare posto a chi quella casa l’aveva trovata grazie alla cugina Marcella, che gli voleva davvero bene a Bruno, loro infatti hanno sempre detto che erano fratello e sorella anche se invece erano solo cugini. Mi è sempre piaciuta questa cosa di cambiare la parentela, che dei cugini possono diventare fratelli, mi sembrava una grande opportunità anche se poi io, con i miei cugini, i figli di tua sorella Rosanna, alla fine sono rimasto cugino.

Sono cominciati i litigi, tuo padre e tua madre. Lei pretendeva che tutta la sua parentela rimanesse lì e Bruno alla fine ha accettato di trasferirsi, con te e la Lice in affitto nella casa dei Tavoni, una casa colonica sulla via di Montebudello. Non mi hai mai parlato bene di quel posto, poi ho capito perché.

Invece mi hai fatto capire la sofferenza per i litigi. Erano così frequenti in quella nuova casa, anche se era nata da poco Rosanna. Dicevi che la Lice era capace di provocare il nonno fino a che lui le metteva le mani nella gola. Ti attaccavi alle gambe di entrambi urlando di smetterla.

E smettevano, poi ricominciavano.

Quando ti ho chiesto di queste cose sentivo il tuo imbarazzo mentre mi dicevi. Le tue frasi corte e le pause.

Avevi trovato una via di fuga da Marcella e Bruno, la cugina sorella di tuo padre e suo marito. Erano persone buone hai detto, e in quel periodo il tuo mondo sembrava complicarsi nel tentativo di capire chi fossero i buoni e i cattivi. I tedeschi erano stati buoni, tuo padre e tua madre potevano essere cattivi? Da Bruno e Marcella stavi bene, c’era tua cugina Anna che voleva sempre giocare con te, suo padre non era tornato dalla Russia ma tu pensavi che questa era una cosa buona. Bruno ti chiamava Germanno, con una n in più, si alzava alle 5 del mattino per andare a lavorare in campagna e tornava alle 8 per fare colazione. Ti svegliavano e ti davano da mangiare di tutto, il prosciutto, le uova, a volte addirittura la pasta con il ragout di salame. Poi di nuovo nei campi a lavorare. Il tuo compito era raccogliere i meloni, dovevi capire quando erano maturi, ti avevano spiegato che il momento giusto era quando il picciolo si staccava appena lo toccavi, e tu stavi lì piegato ad accarezzare quei frutti per capire quelli che potevi mettere sul carro.

Ma il momento che ti piaceva di più era quando rientravate verso sera. Ti facevano stare davanti alle due mucche bianche da tiro, quelle dalle corna lunghe. Trainavano il carico e si adeguavano al tuo passo. Se ti fermavi, loro si arrestavano, poi bastava una piccola parola di incitamento e ripartivano al tuo comando. Era un gioco bellissimo.

Una mattina Bruno, così per scherzo, ha detto a Marcella Germanno questa volta non va più a casa e tu hai all’improvviso hai sentito esplodere dentro di te una nostalgia di casa così incontenibile che sei voluto rientrare il giorno stesso. Non ti eri mica offeso, avevi capito benissimo che Bruno scherzava, ma era come se si fosse aperta all’improvviso una finestra in una stanza chiusa e un’aria gelida ti avesse svegliato. Sapevi di dover tornare, c’era qualcosa che ti mancava e che ti faceva paura.

Tuo padre era un uomo alto con gli occhi verdi bellissimi. Tutti voi figli vi siete lamentati tante volte perché nessuno aveva ereditato quei cromosomi. Io i suoi occhi posso dire di averli visti bene una volta sola, due giorni avanti la sua morte. Non so come spiegarlo ma il nonno Bruno mi faceva soggezione. Aveva una preferenza per i miei cugini, Daniele e Sondra, i figli di tua sorella Rosanna. Non mi ricordo gesti di tenerezza nei miei confronti, o sguardi ammirati quando tornavo vincitore dalle gare in bicicletta, ho sempre pensato che la mia presenza, quando andavo a giocare con i cugini nella casa sua e della nonna, la vivesse con fastidio. Un’aggiunta inopportuna di quel rumore che fanno i bambini quando ce li hai intorno.

Una volta con Sondra e Daniele abbiamo iniziato a prenderlo in giro chiamandolo Baito mentre lavorava all’orto. Non so dove avevamo sentito quel nome e quale fosse il significato, ma sapevamo che si arrabbiava se insistevamo a chiamarlo così, e protetti dalla recinzione di metallo che circondava il suo terreno coltivato, continuammo a stuzzicarlo con quella crudele litania al solo scopo di vederlo saltare. Fino a quando, con il tubo dell’acqua, non ci ha completamente inondato.

Aveva fatto bene, anche se lo avevano redarguito ricordandogli che eravamo solo dei bambini. Ma non era vero, eravamo anche tre piccoli stronzetti.

E quella notte all’ospedale, mentre gli inumidivo le labbra con una tela di cotone, i suoi occhi mi guardavano sorpresi, sembravano chiedersi così ci facessi lì io, al suo capezzale. Poi li ho visti arrendersi, rinunciare a porsi domande, e liberare poche lacrime che li hanno resi luccicanti.

Gli piaceva ballare a tuo padre. Tutte le domeniche ti portava al cinema a vedere un drammone, così li chiamava i film, e prima di partire c’era il rituale dei capelli. Ti pettinava disegnando una linea precisa da un lato della testa così si creava un ciuffo rigoglioso dall’altra parte. Era il suo modo di dimostrarti affetto la perizia con cui disegnava la riga tra i tuoi capelli e dopo il cinema vi fermavate in una sala da ballo all’aperto, tra Vignola e Savignano. Era il vostro accordo, un drammone e un paio di balli. Ti metteva a sedere ai lati della pista e tu lo guardavi volteggiare mentre le donne con cui si accoppiava ti sorridevano e, chissà perché, provavi un po’ di vergogna. Mi piace quando racconti questa cosa che ballava, perché mi spazza via il ricordo di quel suo incedere incespicante e la rabbia che provava per il tremore alle mani dovuto al Parkinson. E anche quella cosa che facevate a gara a chi riusciva a tornare a casa con le scarpe più pulite. Vinceva sempre lui e tu non riuscivi a capire quale fosse il suo segreto per mantenerle immacolate anche quando c’era il fango. Una volta sei corso a casa e le hai spazzolate prima che arrivasse, ma niente da fare, ha vinto lui comunque.

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