Capitolo 1
L’ultimo gradino del treno
Credo che in qualche modo io stia facendo pace col natale. O forse, a cinquantaquattro anni, non ha tanto senso voler essere per forza arrabbiati in questo periodo. Ci ho messo un secondo ad accettare il suo invito, giusto due righe dopo anni per dire che sarebbe passata in città. Senza spiegare il perché. E io subito a completare il suo sottinteso, a organizzare questo incontro.
Fa freddo, un bel freddo come quando ero bambino, tanto che all'esterno dei bar sono spuntati i funghi caloriferi, per sfruttare lo spazio esterno, aggiungendo un’ulteriore sensazione di paese incantato. Grande idea per un tabagista, a prescindere dall’atmosfera che suscita in chi passa. Avrei dovuto aspettarla, ma avevo bisogno di un primo bicchiere e un paio di sigarette. Vino, sigarette e il freddo che salendo dalle gambe si mischia col calore che viene dal cappello dell’ombrello sotto cui sto. Dicevo un bel freddo, austero ed elegante come questa città, che sembra sempre respingerti, ma che in qualche modo ti entra dentro. Ti scava, ti mangia. Come il gelo appunto.
A sinistra dei tavolini dove sono seduto, c'è una pista di pattinaggio all’aperto, bambini e mamme che mettono alla prova il loro equilibrio. Il resto del centro sono bancarelle e luminarie festose, solita mescolanza di odori di cibi incompatibili tra di loro. Ma non sono nauseato. Ho fatto pace, lo ripeto. Anche se sono dovuto morire per arrivare a questa consapevolezza. Ho altro a cui pensare ora. Un po’ agitato sì, per lei ovviamente, ma sarebbe stato preoccupante il contrario. Le cose vanno avanti, anche quando non ce ne accorgiamo. Non c’è alternativa alla vita.
Eccola, compare da dietro la pista di pattinaggio. Bellissima come sempre, una ranocchietta dentro un cappotto pastello e sotto un baschetto parigino. I capelli le coprono le orecchie. Sono più corti rispetto a quando la vidi per l’ultima volta, ma più lunghi di quanto mi aspettassi. Non so perché, ma avrei scommesso di trovarla con un taglio più adulto. Una parte del suo essere è rimasta quella che conobbi, come una parte di me d’altro canto. La vita va avanti, va bene, ma alcune cose non cambiano.
«Ciao, come stai?» al solito la sua voce è leggera ma ferma, definita.
La sensazione nell’abbracciarla è sempre quella, altra cosa immutabile. Noto le prime piccole rughe attorno alle sue labbra, si potrebbe pensare al tempo che passa anche per lei, nonostante i quindici anni di meno; ma riconosco i segni lasciati dalle sofferenze. Le trovo adorabili.
L’imbarazzo del momento ce lo giostriamo con frasi sul tempo e banalità assortite.
«Sono belli gli addobbi quest’anno, mi piacciono tantissimo.»
Rispondo che piacciono anche a me, accenno di qualcuno che si è lamentato dei colori troppo vistosi, poi esaurisco le ovvietà standard.
In maniera all’apparenza gioviale mi fa notare come sia sempre lei a cercarmi. Questa me l’aspettavo, ma averla prevista non fa scudo dal provare una punta di fastidio.
«Come mai sei qui?» le chiedo.
«Sono in ferie, tra qualche giorno scendo dai miei e ho pensato che visto che ormai non riusciamo più a sentirci per telefono, magari questa era una buona scusa per parlarci di persona.»
«Hai fatto benissimo, non siamo mai stati molto bravi a parlare al telefono.»
«Oddio, negli ultimi periodi manco di persona» le esce così, senza cattiveria, senza voler calcare la mano. Ma quando si parla di addii, è impossibile non buttare un pizzico di sale sulla ferita.
«Dai tuoi vai con lui? State ancora insieme?» e anche le mie domande non suonano tanto bene. Decisamente peggio delle mie reali intenzioni.
«Sì.» risponde atona.
Stiamo qualche secondo a guardare le reciproche sigarette che fumano nel posacenere, poi è lei a parlare.
«Però scusa, che ti frega con chi vado?»
«Piano, piano! Mi è uscita male…»
«No, perché sembra che mi voglia mettere sotto interrogatorio…»
«Scusa, va bene? Nessun interrogatorio. Mi hai cercato tu, ricordi? Se non posso chiedere…»
«Scusami tu, hai ragione. È che è strano.»
«Abbastanza» convengo.
«Quanti anni sono passati?»
«Da che sei andata via o da quando non ci sentiamo più?»
«Entrambi.»
«Oddio… sei andata via cinque anni fa…»
«No, meno» puntualizza «sono quattro e mezzo.»
«Vabbè, dai! Comunque, che non ci sentiamo saranno tre.»
«No, ma come tre? Meno anche in questo caso. Non ci posso credere che siano tre anni.»
«Sono abbastanza sicuro, era il periodo del primo processo di…»
«È vero» ora sembra ricordare «era quel periodo, ma davvero sono già tre anni?»
«Ma siamo qui a fare la conta degli anni? È quasi peggio che essersi ritrovati per litigare.»
La vedo che ci è rimasta male, la risposta le tentenna nella testa e sulle labbra.
«Hai ragione, scusa ancora… sono una stupida. Non riesci… non riesci a parlare a parlare di… di quella cosa?»
Adesso raccogliamo le sigarette dal posacenere e rimaniamo in silenzio mentre le fiamme bruciano fino ai filtri.
Cosa la chiama, almeno ha trovato un termine per definirla. Mi rendo conto di non aver mai dato un nome a ciò che è accaduto, a quello che sta rappresentando per me. Il nostro rapporto a quel tempo era già terminato, anche se ci aggrappavamo a un’attrazione palese e a quello che di buono ci eravamo dati nel corso dei due anni insieme. Ma le tensioni, quelle personali che nessuno dei due aveva mai risolto e quelle di un mondo che stava impazzendo, misero la parola fine a ogni possibile futuro insieme. Fu un anno tremendo, nel quale la rabbia sociale covata da tanti giovani esplose. Un anno dopo il quale niente fu più come prima e non mi sarei mai aspettato che il detonatore fosse mio figlio. Mi sono odiato all’inizio, per le letture maledette, le canzoni e le idee con le quali l’ho cresciuto. E ho odiato anche lui. Non auguro a nessun genitore di trovarsi in questa situazione. L’attentato, l’esplosione, i morti. Il fine che giustifica i mezzi si confonde con la giustizia sociale. La necessità di un segnale affinché tutto cambi. Il terrorismo che si maschera da martire. E in mezzo a tutto questo mio figlio, del quale conosco l’animo, ma non è ancora una attenuante in tribunale l'essere troppo spaventati.
«Non so cosa dire di quella cosa, mi limito a viverla. Ho capito che siamo troppo piccoli, limitati, per pensare che le nostre emozioni possano essere metro di tutto quello che accade.»
«E vai sempre a trovarlo in carcere?»
«Ovvio che vado, è il mio ruolo, non posso concepire di fare altro.»
Ancora silenzio mentre considero che lei è sempre stata più forte di me. Se ripenso alla sua storia so bene che ha affrontato battaglie indicibili, trovando sempre il tempo per gli altri; un promemoria appuntato sull’agenda dei suoi impegni morali. Presto o tardi, lei è una che a quell’impegno tiene fede. Io invece sono scomparso, travolto da una cosa troppo grande, ma non è una giustificazione. Sento di non doverne dare. Quello che capita, capita. Uno la vive come viene.
«Però dimmi di te» la esorto «come va il lavoro? Sei entrata di ruolo in ospedale?»
«Va bene, io sto bene solo lì, lo sai» risposta troppo frettolosa, fin troppo evidente.
«E per il resto? Siete felici? Almeno tu, sei felice?» questa volta il tono è stato quello giusto.
«Ma sì, che vuoi sapere, come sempre, come tutti.»
E no, qui non ci siamo. Mi vengono in mente i pochi messaggi che ci siamo scritti dopo il suo annuncio del ritorno in città: quante cosa ho da raccontarti, anche io, tu non sai quanti cambiamenti, ma per messaggio è troppo lungo, va bene tanto avremo una serata per noi.
Invece eccoci qua. Cerchiamo entrambi di farci raccontare cosa sia realmente accaduto negli ultimi anni, ma un nuovo pudore ci serra le gole. Ogni domanda riceve una risposta sintetica, di quelle che chiudono ogni possibilità di dialogo. Nemmeno fossimo in ascensore, costretti a qualche forma di cortesia verso persone di cui ignoriamo, o detestiamo, l’esistenza. Le dico brevemente dei miei libri, che vendono più di quanto immaginassi, ma che non basta mai per vivere solo di quello. Le domando dei suoi genitori, loro notizie. Risponde tutto bene, compatibilmente con l’età. Leggiamo ancora entrambi, quanti più libri possibile, ma non ne troviamo nessuno letto da tutti e due. Quindi zero interazione reale anche su questo argomento. Ogni domanda una risposta secca. Come le operazioni di matematica delle elementari: uno più uno uguale due. Fine della storia.
Non era così una volta. Con lei a cavalcioni nuda sopra di me, un fiume in piena che raccontava ogni singolo dettaglio di quello che le era accaduto, non solo nella giornata. Mentre io lottavo contro la mia cronica incapacità di concentrarmi e contro la sua bellezza, che mi distraeva e portava in mondi lontani. Allora cominciavo a farle il solletico, lei si divincolava e rideva come una bambina, facendo un verso mentre tirava dentro l’aria dalla bocca che mi ha sempre fatto morire. Oppure quando, finiti gli argomenti spiccioli della giornata, ci leggevamo a voce alta pagine dei nostri libri preferiti e la prendevo in giro per il suo accento. O, ancora, quando cominciammo a scrivere il nostro romanzo: la storia di una libraia che uccide, uno a uno, tutti quelli del gruppo di lettura. Ho ancora la scaletta in un cassetto chiuso. Non c’era mai silenzio tra di noi, una fame continua di dirsi e scoprirsi.
Gente entra ed esce dalla profumeria alle sue spalle, mi perdo un attimo immaginando quali vite possano avere quelle immagini capitate nella mia percezione per quel breve attimo e sono ancora rapito dietro quelle fantasie quando lei mi chiede: «E invece tu? Sei veramente andato in pensione dopo di me, come ti piaceva tanto dire una volta?»
«Io?» le rispondo assorbito da quegli intrecci sfocati di sciarpe e cappelli di lana «io ormai sono come uno di quei libri sugli scaffali vicino ai binari: lo prendi per il capriccio del momento, forse lo sfogli, probabile che te lo dimentichi sul seggiolino del vagone. Ho il cuore take a way, un po’ bancomat, un po’ mignotta; ma è per sopravvivere.»
Quindi no, non sono andato in pensione, anche se mi lamento della cosa dopo ogni incontro. Però è stata una grande risposta da paraculo, un tempo ci avrei scopato tutta la sera. Ma non ho considerato che con lei non posso bleffare.
«Hai pensato che questa sera potremmo finire a letto?» lo chiede piegando il mento verso il bavero del cappotto, in un gesto di involontaria timidezza che le ho visto fare mille volte. Anche ora mi scioglie qualcosa dentro, ma è tardi perché possa riprendere il controllo della situazione.
Le ho insegnato io a spiazzare l’interlocutore, a ribaltare una situazione di difficoltà o stallo, in una a suo favore. Grosso errore, perché non avevo considerato che stavo creando un mostro, un essere al quale non sarei più stato in grado di porre freno. Adesso basterebbe la risposta giusta per indirizzare la serata come vorrei io. Non dico di finire a letto, davvero nemmeno ci avevo pensato, ma almeno capire come se la passa al momento. E invece la sua schiettezza mi spaventa, comincio a parlare proprio dei momenti andati tra di noi. Che è il modo migliore per buttarla sul ricordo, per impossibilitare una qualsiasi forma di crescita del rapporto in questa nuova fase. Una strana forma di cortesia datata, dalla quale tutti prendiamo le distanze, ma dalla quale non sappiamo saltarne fuori. Magari la sua è stata una autodifesa, non lo so. Di certo ci ritroviamo a parlare e ridere per due ore: del mondo che credevamo nostro, di una storia che non sarebbe mai finita, delle cretinate fatte, di tutti quegli aneddoti che avevamo bellamente ignorano negli ultimi anni. Un bicchiere dopo l’altro, una sigaretta dopo l’altra. Uno sguardo che provoca lo sguardo che ha di fronte dopo l’altro. E una sensazione, tenue ma netta, un po' come la sua voce: stare a parlare ci crea dipendenza, ci spinge un pelo più in là. La vita va avanti, non c’è alternativa alla vita, lo abbiamo detto. Però alcune cose non cambiano mai e questa è una di quelle. È la madre delle cose che tra di noi non cambieranno mai.
A un certo momento mi dice che è tardi, ha il treno tra poco.
«Ma come? Pensavo ti fermassi qualche giorno.»
«E chi dovrei vedere qui, oltre te? Io la odio questa città, pure tu, lo dici sempre. Ma tu hai un motivo per restare, io non più, o magari sì, ma farei solo danni.»
«E quando hai detto del sesso?»
«Così…» si morde il labbro inferiore e lo sguardo fugge di nuovo verso il basso.
«Così tanto per provocarmi» ammetto di essere un poco irritato.
«No, così, per dire.»
«Magari avevi voglia di vedere se sarebbe stato come l’ultima volta…» sono stato oltre il paraculo, ora vinco facile proprio.
Adesso non ho bisogno di concentrami su altro per aprire la mente al ricordo. Quando andai a salutarla, prima che partisse, lo sapevamo entrambi che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui ci saremmo visti di persona. Perché non puoi pensare di rivederti dopo tutta quell’intensità spesa a fondo perduto. Lacrime di rabbia. Non verso l’altro, non verso noi stessi, nemmeno contro il destino. Rabbia e lacrime solo perché sono quello che resta. E noi schiantati sopra quel parquet, i vestiti lanciati non so dove, una compenetrazione oltre il fisico e una foga come un rito tribale per scacciare via gli spiriti maligni.
«Ti è piaciuto quella volta?» conosco la risposta, ma non so quanto voglia essere onesta.
«Oddio, la più grande scopata della mia vita.»
È stata decisamente onesta, utilizzando una parola che mai le avevo sentito dire, che non le appartiene.
Adesso però deve proprio andare, mi offro di accompagnarla, rifiuta, insisto, cerca sul cellulare il numero del taxi, insisto ancora e alla fine la spunto.
In macchina il silenzio è ancora più marcato, ma a questo punto della serata è pure giustificato. Ho in testa mille domande, ma so già che sbatterò contro un muro. La guardo con la coda dell’occhio e colgo la stessa inquietudine mentre tormenta i bracciali ai polsi. Cosa vuoi chiedermi ranocchietta?
«Secondo te perché è finita tra di noi?» non so se è la domanda che vuole fare realmente, però è quella che mi pone.
«Tempo e geografia, essenzialmente questo.» Ci ho ragionato così tanto in questi anni da arrivare a questa certezza. Proseguo. «Tempi diversi di vita, ma lo sapevamo dall’inizio. E un tempo sbagliato nel momento in cui la tua geografia cambiava. C’è stato un periodo nel quale ti avrei seguita, lo sai. Ma tempo e geografia devono coincidere e così non è stato.»
«Esattamente.»
Ci abbracciamo davanti alla porta del vagone che si apre. In stazione le sensazioni sono amplificate. Reprimiamo entrambi qualcosa, costringendola in fondo. Poi lei si ferma, i piedi sul secondo gradino della carrozza. Il mento si nasconde nuovamente tra le pieghe di lana cotta del cappotto e lo so che sta per dire qualcosa. Quello che ignoro è se sarò in grado di avere la risposta pronta. Perché io sono così: o risposta fulminante o se ne parla dopo tre anni.
«Con lui ci siamo lasciati dopo nemmeno un anno dal trasferimento… non ho più avuto nessuno da allora, nemmeno per una notte.»
«Lasciati?» come se fosse quella la cosa emotivamente importante di quanto ha appena detto.
Lei tira su le spalle e fa una smorfia che le piega la bocca, esaltando le rughette. È bellissima.
«L’unica cosa sana che avevamo ormai era l’orto in giardino. E io odio i sentimenti incompleti e la terra dentro casa.»
«Eh… vabbè, ma...» sono chiaramente fuori fase.
«Su questo siamo uguali io e te anche se in forme diverse, le nostre solitudini si somigliano, si sono sempre somigliate.»
Basterebbe allungare un braccio per tirarla giù. Non lo faccio, lascio che siano le nostre solitudini ad abbracciarsi per un’ultima volta. Sui finestrini del convoglio si riflettono i colori a intermittenza di una stella cometa messa sopra la porta d’accesso al binario.
Si gira verso lo scompartimento, sale un altro gradino, poi mi guarda dicendo: «Forse avevi ragione tu…»
Il treno parte, portandosi dietro il suo carico di anime e luci. Lo sferraglio ipnotico alla svelta si allontana. Rimane un silenzio di colpo irreale e il freddo, fuori e dentro il mio giaccone. E il buio, violato solo dai neon della pensilina.
Su cosa ho avuto ragione? Non capisco. O forse sì. Ma adesso serve a poco. Ci saremmo dovuti capire prima che quella bomba scoppiasse, prima che lei mettesse il piede su quell’ultimo gradino.
Dopo questo capitolo puoi leggere anche
LETTERA ALLA MAREA
LETTERA ALLA MAREA Camilla teneva il foglio in mano mentre scriveva con la sua penna preferita. Scriveva in piedi accanto al letto, le lenzuola bianche disfatte. Schiena dritta, le gambe nude; le piaceva sentire il freddo percorrerle la pelle. Vent’anni, ca
IL PROFUMO DELL'ARGILLA tratto da
In un contesto dove le sfide quotidiane si intrecciano con la speranza, il libro esplora la storia di Serena Gullaci. Attraverso una narrazione poetica, divertente, nostalgica e immediata l'opera affronta temi cruciali come la resilienza e la ricerca di identi
Un insolito viaggio di andata e ritorno
È la storia di Olivia giovane scrittrice freelance, che non riesce più a scrivere storie emozionanti. La sua editrice le dice che deve ritrovare la sua vena perché i suoi personaggi, nelle ultime storie, avevano perso carattere. Le consiglia di andare in mezzo
Codice aperto- L'algoritmo a palazzo
CODICE APERTO- L’algoritmo a PalazzoSono le 9 di lunedì 13 aprile quando accendo il registratore davanti al municipio. Il cartello con il nome del nuovo sindaco è già affisso all'ingresso: Alba Rizzo. Lo leggo ad alta voce, per verificarne la consistenza. Ness