Storia · capitolo 1 · finale

L'uomo che dipingeva i ricordi i

L'uomo che dipingeva i ricordi di Riccardo Dellepiane

                 L'uomo che dipingeva i ricordi





La vita concede, regala, impresta per ragioni insondabili. A volte, al contrario, e sempre per motivi ignoti, ruba, sottrae, nasconde. Capita, in qualche caso, che si accorga di avere sbagliato. E allora, quando, per esempio, il furto perpetrato si rivela ingiustificato secondo meccanismi estranei ai deboli ragionamenti umani, prova a riparare al torto. E ci riesce. Restituisce ciò che ha portato via e magari risarcisce pure la vittima per l'ingiustizia. Non accade spesso, purtroppo. Le sue valutazioni ci sono sconosciute e lo saranno per sempre. Però succede.




La guerra sarebbe finita sei mesi dopo. Parlo della prima guerra mondiale. Era il 1918. Precisamente il 25 di maggio.

Il tenente dell'esercito Augusto Alberici Sforza era tornato finalmente a casa. A Genova. Era stato congedato in anticipo, appena tornato dalle praterie di Asiago, disseminate di fosse e di croci. Era stato distaccato al fronte vicentino prima della battaglia degli Altipiani combattuta tra il 15 maggio e il 17 giugno del 1916. Aveva salvato per miracolo la pelle in quel mese di fuoco e lì era rimasto di stanza. Il territorio era ancora teatro di sporadici scontri con le truppe austriache. In uno di questi era stato colpito quasi per caso, ironia della sorte.

Era arrivato finalmente nella sua terra il primo pomeriggio, a bordo di un treno speciale che l'esercito aveva allestito per riportare gli ufficiali a quelle che erano le loro residenze prima del conflitto. Molti dei reduci non trovarono più casa e nemmeno i loro cari ad aspettarli. Quei vagoni erano stati destinati soprattutto a chi, in guerra, aveva avuto brutte ferite ed era ancora in convalescenza. Ma c'erano anche feriti che non sarebbero più tornati come prima. Qualcuno aveva perso un braccio, altri una gamba, altri ancora si sarebbero mossi sulla sedia a rotelle per il resto della loro vita.

Augusto Alberici Sforza teneva la faccia in direzione del finestrino dal vetro calato. Il treno stava passando tra le gallerie del Tigullio. Nei tratti aperti, annunciati dallo sferragliare più deciso delle ruote di metallo, gli pareva di sentire il profumo del mare. Il vento sapeva di terra umida e di salmastro. Forse era una semplice illusione che il prossimo ritorno nella sua città gli proponeva come un “ben ritornato” speciale dall'oblio, fatto di odori e suoni famigliari.

Teneva gli occhi chiusi, i capelli al vento e la mente attaccata ai suoi ricordi. Non quelli di guerra che non gli offrivano altro che dolore masticato. Ma a quelli che appartenevano alla sua gioventù ignara. Aveva ventotto anni compiuti il giorno prima. Nessuno l'aveva festeggiato e lui si sarebbe dimenticato della ricorrenza se l'infermiera non gli avesse letto la data del giornale acquistato in stazione alla partenza. Negli ultimi tre anni, il suo compleanno non era mai coinciso con un giorno felice o, almeno, sereno. E come avrebbe potuto? Era stata una mattanza. Gli austriaci avevano tracciato col sangue italiano le nevi ghiacciate fino a marzo su quei pendii di pietra e fatica che assomigliavano a sentieri diretti all'inferno.

Molti dei suoi amici e camerati erano morti. Alcuni non avevano neanche vent'anni e da quella giovinezza mozzata non avevano ricevuto altro che fatica e paura. Anche lui aveva creduto di dover morire quando quella granata gli scoppiò vicino. O forse era stato un colpo di cannone sulla roccia? Non lo ricordava più. Aveva perso conoscenza subito. “Si vede che non era il mio” momento, si disse quando si svegliò su di una branda oltre la trincea. Non avvertiva più il freddo. Il sangue gli pulsava nella testa come un'onda intermittente. Sentiva la gente muoversi e il tuono lontano e stonato della guerra. Gli sembrarono rumori troppo distanti, forse perduti nei ricordi allucinati che si riproponevano come incubi inquieti. Una specie di saluto di commiato per chi, come lui, non sarebbe stato più utile al fronte. Dio, o chi per Lui, aveva scelto, per quel tenente che aveva voluto preservare fra i tanti più sfortunati, un progetto diverso, proprio lì su quella terra fatta di urla e spari, così lontana dalle spiagge della sua città dove il piccolo Augusto aveva costruito nei sogni ad occhi aperti il suo futuro, ormai spazzato via.


La musica del mare in burrasca fatta di cavalloni gettati sugli scogli sembrava adesso lo scoppio di cento cannoni senza bersaglio, che sparavano all'unisono verso il nulla. Già: il nulla e poi il silenzio. Gli unici conforti di un'anima trafitta da improvvise coltellate di angoscia.

Alla stazione di Porto Principe, il treno sostò per circa mezz'ora. Sbuffi di vapore e stridore bruciato di freni. Ancora mille voci sciolte tra le lacrime. Furono tanti i militari che scesero. Molti di più di quelli originari di la Spezia arrivati per primi a casa. La fermata a Genova doveva soddisfare le esigenze di tutti gli ufficiali della Provincia. Non erano previste altre soste nelle stazioni degli altri Comuni più piccoli. Il treno avrebbe fermato anche a Savona ed Imperia, ma la grande maggioranza dei passeggeri era già arrivata a casa.

La sorella di Augusto, Angelica, era sul binario insieme al marito Adriano e al piccolo Andrea. Era un vezzo di famiglia quello di avere i nomi propri che incominciavano con la A. Un vezzo che, ove possibile, era gradito anche per i parenti acquisiti. Retaggio curioso ed eccentrico di un lontano passato nobiliare che la guerra si era portato via.

Augusto scese tra i primi, potendo contare sulle sue gambe, anche se venne accompagnato personalmente da una crocerossina di venti anni che ne dimostrava quindici. Quella lo condusse per braccio dalla sorella che si era messa a correre in parallelo al treno, verso di lui, non appena lo riconobbe.

Mentre il marito teneva a freno il figlioletto, la donna gettò le braccia al collo del fratello, riempiendo il suo volto di baci. Augusto le sorrise, ma lei non poté guardarlo negli occhi. Lui li teneva sempre chiusi dal giorno dello scoppio.

Angelica non lo sapeva. Lui non glielo aveva scritto. Augusto era diventato cieco.


Non voleva portare gli occhiali scuri come gli proposero dopo avergli curato le ferite. Si era oramai abituato a tenere le palpebre abbassate. Tanto non avrebbe fatto differenza sollevarle dietro due lenti buie o meno. Ciò che avrebbe visto sarebbe sempre stato un mare nero, fermo, come in una notte senza vento, quando, da ragazzo, andava a pescare sul gozzo di zio Aldo, al largo, oltre le luci della città. Allora gli sembrava di aver perso la vista perché anche la barca e lo zio sembravano ricoperti di pece. Ma quelle volte si trattava di un illusione, ora, invece, il suo cielo senza stelle era l'unico spettacolo al quale assistere controvoglia e a cui aveva destinato le sue ultime lacrime.

Non fu facile abituarsi a vivere nel buio, soprattutto in un ambiente, l'ospedale da campo di Asiago, che non conosceva. Sperava, tornando a casa, che i suoi luoghi familiari fossero in grado di restituirgli almeno l'orientamento. Ma, in quella lettera che la giovane crocerossina, non troppo segretamente innamorata di lui, gli lesse sei mesi fa, la sorella lo informava che, alla fine della guerra, sarebbe andato a stare da lei. I genitori erano morti e la loro casa, se lui fosse stato d'accordo, sarebbe stata venduta. Servivano dei soldi. Adriano aveva perso il lavoro. Augusto le aveva rilasciato una procura. Non gli aveva detto della sua disgrazia per il semplice motivo che temeva che la sorella lo avrebbe ricoverato in qualche Istituto per non vedenti. Quella gli aveva scritto che la sua parte di soldi ricavata dalla vendita sarebbe stata conservata per lui. Non aveva mai dubitato che la sorella mantenesse l'impegno. Era una brava donna e così anche suo marito. Poi c'era Andrea che era per lui come un figlio. Lo ricordava di neppure quattro anni quando partì. Ora ne aveva appena compiuti otto. Era nato lo stesso giorno dello zio. Sperava di rivederlo cresciuto, ma non sarebbe stato più possibile. I medici, per la verità, non gli avevano tolto ogni speranza. Anzi, col tempo, dissero, magari la cornea si sarebbe rigenerata e lui avrebbe potuto tornare a vedere almeno un po'. Quanto e quando non erano in grado di dirlo, tanto che Augusto era sicuro che bluffassero per non demoralizzarlo più di quanto già non lo fosse.


Non avrebbe saputo descrivere la sua nuova stanza. Provò ad appoggiare le mani sui muri percorrendone la lunghezza, mentre il nipote lo sorreggeva quando incocciava un mobile o una sedia sul tragitto lungo le pareti. Il bambino premuroso lo avvisava della porta, della finestra descrivendogli tutto quanto il giovane ufficiale urtava o toccava. Andrea non capiva come fosse possibile non vedere. Per un bambino non possono esistere uomini senza gli occhi o con le pupille spente. Non lo concepiscono se non in un mondo di orchi e di streghe. Osservava lo zio che teneva le palpebre chiuse come si fa quando si dorme e aveva pensato, almeno per le prime ore dopo averlo riabbracciato, che quello scherzasse. Poi, complice il viso triste di sua madre, capì che non era una burla. Allora decise di diventare gli occhi che Augusto non poteva più usare. Ci avrebbe pensato lui allo zio. Per sempre. Perché i bambini come Andrea, quando promettono, mantengono ostinatamente anche gli impegni più duri se presi nell'età della purezza.

Nell'armadio a due ante, Angelica aveva fatto trovare al fratello tutti suoi effetti personali e i vestiti, quelli ancora in buono stato. Così la sua macchina fotografica e i libri. Accanto al letto, Angelica aveva appoggiato per terra tutti suoi attrezzi per dipingere. Ora si pentiva di averlo fatto, ma non poteva sapere cosa gli fosse successo. E non ebbe neppure il tempo di togliere tutto.

Augusto cominciò a riconoscere gli oggetti al tatto, ma non accolse il ritrovamento delle cose care con dolore per non poterle di nuovo vedere. In fondo si sentiva un privilegiato per essere tornato dal fronte vivo e con tutti gli arti attaccati al busto. Poi era un uomo forte, che non si arrendeva. Il periodo del rimpianto e della disperazione, in fondo, era durato poco. Un grande aiuto gli era venuto da quella piccola donna che lo aveva curato fin dal primo giorno di ricovero nell'ospedale da campo e poi lo aveva seguito per tutta la convalescenza. Aveva provato ad immaginarne i lineamenti sfiorandole i tratti del volto. Una volta si accorse che la ragazza piangeva in silenzio. Le sue dita asciugarono gli zigomi bagnati della giovane: quelle gocce che, attraversando le guance, scendevano alle labbra per poi tuffarsi nel vuoto, raccontavano di lei. Nessuno dei due parlò. Non c'era nulla da dire. Augusto smise di accarezzarle il viso. Le sue mani ormai sapevano tutto di quel volto e del sentimento che ospitava.


Tutto considerato, l'aspetto più grave per Augusto nella sua nuova condizione di non vedente, consisteva nell'amara considerazione che la cecità gli avrebbe impedito di coltivare la sua passione più grande. Prima di partire per la guerra era un abile pittore dilettante. Uno dei tanti si dirà. Ed, in effetti, lui stesso non si riconosceva un gran talento. Dipingere non era per Augusto un tramite per emergere dalla mediocrità di un lavoro come tanti, oppure un sistema per guadagnare dei soldi, o ancora la scorciatoia per la celebrità. Niente di tutto questo. Era solo ed unicamente l'unico modo che conosceva per sentirsi vivo, per realizzare il desiderio di esprimere la propria anima silenziosa. E la pittura non ammetteva rumori. Non chiedeva suoni. Era, per lui, il percorso muto dei desideri, la strada sorda dove condurre i sogni per mano. Adesso era diventata l'unico modo per curare il suo spirito d'artista, violato dal sangue delle tante vite rubate.

Amava ritrarre gli spazi. Quelli che i suoi occhi non sapevano più trovare, ma che avevano conservato per lui nelle pieghe sofferte della memoria per farglieli vedere di nuovo, diversi, più grandi e luminosi di quanto non fossero mai stati davvero.

Prima della disgrazia trascorreva molto tempo davanti al mare. A volte nella piccola baia di Boccadasse. Altre volte lungo la spiaggia di sassi che conduce alla foce del Bisagno, il contorto torrente di città che taglia in due l'abitato e incontra le onde carico delle piogge di collina. Cavalletto smontabile, tela, tavolozza, scatola dei colori, pennelli, spatole, matite di carboncino, una boccetta di trementina e una di acqua ragia. Tutto dentro un grande zaino di juta. Lo stesso che lo avrebbe accompagnato in guerra e che, sul fronte, teneva insieme a quello di ordinanza. Ogni tanto, quando la malinconia bussava più forte alla porta del cuore, si metteva ad annusarne l'interno, pregno di quegli odori così particolari che solo un pittore sa apprezzare appieno e riconoscerebbe ovunque. Quell'aroma misto era capace di calmare le pene e di rasserenarlo perché gli suggeriva la promessa che un nuovo futuro lo avrebbe aspettato tra tempere e tinte ad olio verso nuovi orizzonti da disegnare e colorare come prima.

Ora di domandava se solo l'olfatto e l'udito, insieme ai ricordi, avrebbero potuto permettergli di tornare a dipingere...scegliendo i colori giusti poi. Come avrebbe mai potuto riuscirci? Allora gli venne in mente di usare le dita per avere un contatto diretto con la tela. In questo modo anche il tatto lo avrebbe soccorso. I colori grassi e morbidi si prestavano ad essere plasmati, accarezzati tra i polpastrelli, ritagliati dalle unghie. E “amen” se il mondo che avrebbe disegnato sarebbe stato irriconoscibile per gli altri. Fatto di mari rossi o di cieli gialli. In fondo le tinte sono delle convenzioni che la natura propone. Nulla vieta di cambiarle. Magari, invece, suo nipote lo avrebbe aiutato nella scelta appropriata. Certo, ci sarebbe voluto del tempo, della pazienza. Sul primo non c'erano problemi. Ne aveva quanto ne volesse. Sul secondo ingrediente, aveva qualche dubbio in più. Ma decise di provare lo stesso.


Tre giorni dopo il suo ritorno a casa, decise che era arrivato il tempo di provare ad essere di nuovo Augusto il giovane “pittore delle onde”. Così lo chiamavano gli amici perché, tra i tanti soggetti marinari che era solito dipingere, il moto continuo del mare era quello che lo affascinava di più. Voleva riprodurre sulla tela il movimento dell'acqua, costante, ostinato, irrefrenabile. Non era un'impresa facile anche per artisti dotati di grande talento. Da piccolo era affascinato dai quadri dei grandi Maestri del passato, dai mari tempestosi fatti di schiuma furiosa tra ombre di sere inquiete che coprivano tele immense appese ai muri delle pinacoteche più famose. Aveva una collezione di libri e cartoline perché un vero museo non lo aveva mai potuto visitare. Neppure i quadri delle collezioni presenti nei palazzi nobiliari della sua città aveva mai potuto ammirare dal vivo. Quando avrebbe potuto andarci da solo, quelle dimore non erano più visitabili. I suoi genitori, malgrado le nobili origini, erano gente più dedita al commercio che alla contemplazione. Persone pratiche, prive di interessi culturali per le arti in genere. Un paradosso per gente di origini altolocate che, nella comune considerazione, dovrebbero vivere di rendita e non fare nulla tutto il giorno, salvo occuparsi del futile e del non necessario. Augusto non capiva come i suoi non potessero apprezzare la pittura, ma, soprattutto, come fosse stato possibile per lui avere gusti così diversi dai genitori. Da chi li aveva ereditati? Come si tramandano i desideri e le passioni? Non aveva mai trovato una risposta soddisfacente. Era arrivato a ritenere possibile che fosse un trovatello. Era un pensiero stupido, ma, del resto, tanti bambini della sua età lo coltivano quando i genitori appaiono distanti.

La giornata doveva essere soleggiata. Aveva imparato presto che il bel tempo si può riconoscere con l'olfatto e con sorprendente precisione. Per fortuna la sua nuova abitazione non era molto distante da Boccadasse. Andrea lo aveva accompagnato il giorno prima. Ottocentocinquantuno passi compresi gli scalini era il conto che Augusto aveva fatto. Grosso modo circa quattrocento metri dalla porta di casa al lungo mare nel punto più a est, dove c'è la chiesa che si affaccia sulla piccola baia.

Quella mattina il bambino doveva andare a scuola. Augusto aveva deciso di provare subito da solo quel nuovo percorso, noto soltanto alle suole delle sue scarpe. Nella destra impugnava il bastone ricoperto da un nastro bianco e, sulle spalle, teneva lo zaino ripieno dei suoi attrezzi. Gli servirono alcune indicazioni dei passanti per non perdere la direzione giusta, ma riuscì con tanta determinazione ed un po' di rimpianto ad arrivare alla meta. Provò dapprima a percorrere in lungo e in largo la piccola spiaggetta di pietre arrotondate dalla risacca per rendersi conto delle misure. Arrivò a bagnarsi le scarpe al livello della battigia. Allora, si chinò e si cosparse mani e faccia di acqua di mare. Era tanto che voleva farlo. Gli occhi, seppur chiusi, bruciarono un poco, ma non da fargli male. Assaporò il suo mare come fa un assaggiatore di vini. Ne riconobbe l'inconfondibile gusto leggero di sale, più delicato di quello dei mari meridionali; almeno così gli avevano detto. Per assurdo, solo in quel preciso momento fu certo di essere tornato a casa.

Poi, tenendo presente il numero di passi utilizzati per aggiornare la lunghezza della baia, si posizionò verso le case a destra della spiaggia avendo di fronte l'orizzonte d'acqua. Da lì, se non ricordava male, avrebbe potuto vedere la linea degli scogli che tratteggiava la parte più estesa del Borgo, al di là della quale i pescatori ricoveravano le barche tirate a secca. Ormai solo la fantasia gli avrebbe suggerito le novità che gli anni di guerra avevano portato con sé a quell'eremo di mare stretto tre le spire della città.

Qualche curioso osservava la strana scena: un pittore apparentemente cieco che si posizionava per riprendere il paesaggio poteva sembrare o un pazzo o un burlone. O solo un reduce disperato. Non c'era altra alternativa. Augusto, dopo aver montato il cavalletto e sistemato tavolozza e pennelli. Provò ad aprire gli occhi. Non lo aveva ancora fatto da quando era tornato. Si era ripromesso di tenere le palpebre chiuse fino a quando non avesse avuto davanti solo un orizzonte come quello. Si trattava di un rito pieno di scaramanzie e superstizioni, lo sapeva bene. Ma sperava che lì e allora, se ci fosse stata una qualche minima speranza di recuperare la vista, il miracolo avrebbe potuto avverarsi più che in qualunque altro luogo ed in qualunque altro momento. Forse era troppo presto, ma confidava che il mare ed il cielo avrebbero potuto, con la forza della loro luce, accendere anche solo un poco i suoi occhi spenti. Ma non accadde nulla. Il sole non riuscì a forare quella tela scura fatta di tessuto impalpabile, privo di sfumature. Come lentamente li aveva riaperti, così richiuse gli occhi. Si diede dello sciocco. Che cosa credeva di ottenere? La speranza senza fondamento è solo un'illusione si ripeté. Non avrebbe provato ancora a sfidare quel destino che pareva aver preso una decisione definitiva su di lui. Almeno per un po' non avrebbe osato. Non aveva più voglia di dipingere. Si sentiva come tradito da un amico sul quale avesse riposto male tutta la sua fiducia. Ma passò in fretta quello stato d'animo sciocco, senza senso ed ingiusto.

Prese con le dita la tempera che, grazie al nipote, aveva suddiviso applicando le prime due lettere di carta ritagliata del nome del colore sui rispettivi tubetti per non confondersi e cominciò a riempire gli spazi che i ricordi avevano lasciato tracciati nella sua mente con assoluta precisione.


Trascorsero i mesi. Subito arrivò la prima estate di pace. Poi giunse un autunno precoce. Quindi un inverno piovoso da passare lo stesso all'aperto. Finalmente, infine, tornò la primavera. Ormai tutta la gente del Borgo aveva preso in simpatia quel singolare artista. Una porzione della spiaggia di Boccadasse era a lui riservata e, malgrado ciò, Augusto amava posizionarsi ogni volta in un punto diverso come per scorgere nuove prospettive da disegnare. Così i pescatori che usavano la baia per tirare le barche in secca oppure come improvvisato mercato del pesce, dovevano stare attenti a non occupare le possibili postazioni del pittore anche per evitare che si potesse fare male a causa di ostacoli imprevisti. Lo avevano adottato come fosse una parte preziosa del quartiere, che andava preservata con attenzione e cura.

Andrea, quando la scuola lo permetteva, passava quasi tutto il suo tempo libero con lo zio. Era diventato indispensabile per mescolare al meglio i colori e per correggere qualche errore di dimensione che Augusto spesso commetteva. La cosa più difficile era, infatti, riportare le giuste proporzioni tra gli oggetti che disegnava. Peraltro, la differenza di misure tra il reale e il dipinto costituiva una caratteristica non priva di un certo interesse. Gabbiani giganti e case minuscole, se non giustificati dalla prospettiva, costituivano un curioso esempio di arte surreale che avrebbe potuto diventare il tratto distintivo dell'artista. Ad Andrea piacevano molto quelle figure così distanti dalle dimensioni reali; tanto che, col tempo, aveva deciso di non correggere più lo zio quando questi sbagliava le misure. Anzi, a volte, nel caso in cui fossero state corrette, provvedeva a farle modificare secondo il suo gusto di bambino. In qualche occasione sempre più frequente aveva addirittura cambiato le lettere dei colori. In fondo era pur sempre un ragazzino! Ed allora stelle marine, nere ed enormi, ricoprivano piccoli promontori gialli vicino a riva, e bianche barche lillipuziane sfidavano mari viola, circoscritti tra rossi edifici giganteschi, mentre un sole dai colori improbabili lasciava corridoi bui tra nuvole verdi dalle forme impossibili.


Dal giorno del primo tentativo, Augusto non aveva più provato ad aprire gli occhi alla luce della baia. Qualche tentativo lo aveva fatto, per la verità, in altre circostanze al chiuso, nella penombra di orizzonti limitati. Ma non considerava quelle rare occasioni come uno strappo alla regola. Il dubbio se avesse o meno riacquistato la vista rimaneva sempre attuale ed era sempre meglio di una nuova, definitiva delusione. Un ragionamento strano all'apparenza, ma come si fa a giudicare la scelta di un uomo cieco dai tragitti obbligati?

Intanto, ogni sua discesa alla baia veniva accompagnata da un numero sempre maggiore di curiosi e appassionati. Lui se n'era ovviamente accorto e non gli dispiaceva godere di quella corte improvvisata di ammiratori. Augusto aveva già venduto qualche quadro ai bottegai della zona e la fama di quell'artista che dipingeva i ricordi aveva cominciato a girare in città. Ma la gente non apprezzava i dipinti dove lui era riuscito a riprodurre i suoi paesaggi marinari con precisione e rispetto delle proporzioni. No, la gente amava i suoi quadri dalla realtà stravolta. E la cosa strana era data dal fatto che Augusto non era a conoscenza del suo nuovo stile pittorico. Andrea non glielo aveva mai confidato e così il suo pubblico di estimatori aveva mantenuto il segreto. Ben presto, con l'entusiasmo che accompagna la fine della guerra e la ripresa della vita normale, le persone cominciarono a coltivare di nuovo le proprie passioni e ad acquistare tutto ciò che, fino a poco tempo prima, era considerato superfluo o inutile. Così le opere d'arte ripresero a circolare nei mercati e tra gli appassionati. Chi non conoscesse Augusto di persona o non sapesse della sua menomazione, immaginava in lui un nuovo interprete molto talentuoso di una qualche nuova corrente pittorica. Surrealismo, Cubismo, Espressionismo e Astrattismo erano i nomi dei principali stili innovativi che provavano a confinare nel passato quello figurativo, tipico di un' età buia che si voleva dimenticare. Molti critici, ignari, cominciarono a cercare di inquadrare i lavori di Augusto in un genere piuttosto che in un altro. Ci fu chi addirittura lo incluse senza tema di smentita tra i Futuristi.

Andrea, ad un certo punto, si domandò se non fosse l'ora di rivelare allo zio l'inganno. Prima o poi lui l'avrebbe comunque saputo e temeva che la cosa avrebbe guastato i loro rapporti. Si confidò con sua madre. Poi ne parlò anche al padre. Non si trattava di una decisione facile. Alla fine si trovò una soluzione intermedia: avrebbero detto ad Augusto che i suoi quadri più apprezzati erano quelli più distanti dalla realtà e che le loro imprecisioni di tinte e prospettive (peraltro riferite come molto meno clamorose di quelle reali) non erano dipese da Andrea, ma dal suo estro che, come per magia o per disegno divino, rispondeva ai nuovi gusti pittorici che si stavano affermando in quegli anni. Forse ci avrebbe creduto, forse, più probabilmente, no. Ma se la storia fosse stata confermata dalla gente di Boccadasse, probabilmente si sarebbe scongiurato un guaio. Bisognava, comunque, far presto perché si diceva in giro che alcuni giornali volessero intervistare il Maestro di Boccadasse, il “pittore delle onde”, e un paio di galleristi aveva già suonato a casa per chiedere di lui; non solo, ma occorreva anche che le sue opere avessero finalmente un giusto riconoscimento economico. Augusto non aveva una rendita se non quella, modesta, derivante da un buon investimento della sua parte del prezzo di vendita della casa natale. Quello di “imbrattatele”, come diceva sua sorella per prenderlo bonariamente in giro, ormai era diventato il suo lavoro.


Quando Angelica decise finalmente di riferire al fratello del suo crescente ed inaspettato successo e, soprattutto, del perché di tanto apprezzamento, scelse la mattina dello stesso giorno in cui era tornato. Era il 25 di maggio del 1919. Andrea era a scuola. Augusto al suo solito posto. Era molto presto. Da qualche mese le sue uscite avvenivano appena dopo l'alba. Lei non si era mai chiesta il perché. Che differenza poteva fare per un pittore non vedente la luce appena sbocciata rispetto a quella piena o a quella che muore? Lui non era solo. E non si trattava dei soliti curiosi mattinieri o dei pescatori che tornavano a riva dopo una notte di pesca. C'era una ragazza vicino a lui. Angelica non la riconobbe. Senza la bianca divisa d'ordinanza della Croce Rossa non avrebbe potuto neppure immaginare chi fosse. La giovane con il viso da bambina stava seduta accanto ad Augusto. Gli teneva una mano. Stavano con il viso rivolto al mare e parlavano. A tratti interrompevano fitti colloqui sottovoce con risate improvvise contenute a stento. Le loro teste si sfioravano. Poi, improvvisamente, lei gli mise le braccia al collo e lo baciò con trasporto ricambiato. Angelica preferì non avvicinarsi e attendere in disparte. Sembravano felici, tanto felici anche se lei non riusciva a vederli in volto. La ragazza pareva non avere fretta, accarezzava il viso dell'uomo come lui aveva fatto con lei tante volte. Dopo qualche minuto, lei si alzò. Diede un bacio sulle labbra ad Augusto e si allontanò. Prima di salire le scale verso la chiesa, si girò e salutò il pittore agitando la mano. Quello rispose allo stesso modo.

Angelica, sulle prime, non diede importanza al fatto. Restò ancora seduta in disparte pensando al da farsi. Poi, improvvisamente, si rese conto della stranezza. Come aveva fatto Augusto ad accorgersi del saluto della donna senza poterla vedere? Era sicura che non lo avesse chiamato. Aveva osservato tutta la scena con attenzione e, se quella avesse parlato, dalla sua posizione se ne sarebbe certamente accorta.

Quindi Augusto ci vedeva di nuovo. Non poteva essere diversamente. Non sapeva se essere felice per la scoperta o arrabbiata per il silenzio del fratello. Per quale motivo non aveva voluto condividere la sua gioia con lei...con Andrea almeno? Tra i due sentimenti prevalse subito quello meno nobile che cercò di scacciare.

Angelica tornò a casa in preda a sentimenti contrastanti, che, passo su passo, si avvicendavano nella sua testa. Ora felicità, ora risentimento, ora allegria, ora rammarico.

Decise che avrebbe aspettato che il fratello le dicesse qualcosa, magari tradendo la vista riacquistata con una mossa avventata, improvvisa, quella che un cieco non potrebbe mai fare. Qualche gesto istintivo che il senso riconquistato gli avrebbe imposto suo malgrado.

Non sapeva per quanto tempo avrebbe resistito al silenzio, ma si sarebbe sforzata di provarci. Non avrebbe detto nulla né al marito né al figlio. Poi, qualcosa sarebbe successo.

Il passo ritmato di Augusto prese a percorrere l'ultima parte di viottolo prima della porta d'ingresso. Da un paio di mesi non usava più il bastone. Forse, si disse Angelica, da quando era tornato a vedere. D'altronde Augusto aveva continuato a tenere sempre gli occhi chiusi e, quindi, eventuali miglioramenti non si sarebbero potuti notare. Questo particolare avrebbe reso più difficile coglierlo in castagna, pensò, ma tanto, in un modo o nell'altro, la farsa sarebbe finita, concluse fra sé e sé. Quando la porta si aprì Augusto aveva gli occhi aperti. Sorrise alla sorella senza bisogno di parole. Bastarono le lacrime.


Non era stato un miracolo. Un oculista genovese un po' più ottimista degli altri si era detto fiducioso. Gli aveva consigliato un collirio prodotto in Germania che lui riusciva ad avere per vie traverse. Aveva visitato Augusto una settimana dopo il ritorno a casa. Poi l'aveva rivisto almeno altre quattro volte constatando i primi miglioramenti. Augusto si era fatto accompagnare da un tassista del Borgo. Nessuno in famiglia lo sapeva. Per tutti loro si era rassegnato. Ma non era così. O meglio, non era stato sempre così. Qual era stata la molla che l'aveva autorizzato a credere nella ripresa? Una cosa molto semplice dopotutto. Non la voglia di tornare a copiare la realtà nei suoi quadri e nemmeno quella di vedere quanto grande fosse diventato suo nipote o quante rughe avesse aggiunto la sorella al suo bel viso di ragazza. Tutti desideri reali e sentiti per la verità, ma non così forti da permettergli di ribellarsi al destino.

No. Fu il volto di una giovane donna sconosciuta, di cui le sue mani ricordavano i percorsi dei lineamenti delicati e freschi che avevano accarezzato per memorizzarli nell'unico modo che lui conosceva. Era sicuro che fosse bellissima. Ne aveva immaginato ogni dettaglio disegnandolo nella sua mente come avrebbe fatto con tela, matita e pennelli. Voleva con tutto il cuore poterla vedere. Fosse stata anche l'unica cosa che gli fosse concesso guardare di nuovo anche per un solo momento.

Giorno dopo giorno il buio cominciò a diradarsi. Leggere sfumature di luce velata prima ai bordi e poi al centro. Quindi ombre sempre più definite e, poi, i colori e infine i dettagli. Ogni traguardo veniva vissuto con gioia e paura. Il terrore di tornare indietro minava la gioia per i progressi. Per questo non disse nulla ai suoi cari. Così come non raccontò del giorno di qualche mese prima in cui la giovane crocerossina andò a trovarlo di mattina presto. Lei aveva accettato un nuovo lavoro presso l'Ospedale Militare nella zona di Quarto, non troppo distante dalla nuova casa di Augusto, e lo aveva cercato senza poterlo trovare subito poiché la sua famiglia non abitava più al vecchio indirizzo. Lui la riconobbe prima dal profumo di pulito e poi dalla voce. Non c'era pericolo che si sbagliasse. Era lei. In quel periodo aveva già ripreso a scorgere le sagome senza poterle distinguere. Resistette alla voglia di alzare le palpebre. Lo avrebbe fatto quando fosse stato sicuro di vederla. Non prima. Tanto lei aveva preso a venire a trovarlo tutti i giorni, prima di andare al lavoro. E quell'occasione arrivò proprio nell'anniversario del suo ritorno a casa. Fu il caso a decidere che quella stessa mattina Angelica avesse deciso di raccontargli dei suoi successi artistici involontari. Ma anche di questi, lui sapeva già. Pur non riuscendo a distinguere ancora i particolari dei suoi quadri, aveva capito quanti errori avesse fatto e quanto burlone fosse stato suo nipote nel sostituirgli i colori. Se lo avesse detto, avrebbe rivelato la sua segreta battaglia per tornare a vedere. E poi non gli importava più di tanto essere apprezzato o meno per quel che dipingeva se il frutto del suo lavoro non corrispondeva alle sue intenzioni artistiche. Ma, con il tempo, riacquistando piano piano la vista, si rese conto che il miracolo non era stato soltanto quello di tornare a vedere. Ce n'erano stati altri due, più grandi se possibile. Una sorta di ricompensa che la vita gli aveva offerto per il tempo in cui l'aveva costretto al buio. Una specie di riparazione ad uno sbaglio.

La sua menomazione l'aveva fatto diventare un pittore conosciuto, gli aveva regalato uno stile particolare che, ora, se lo avesse voluto, avrebbe potuto rispettare in futuro scegliendo lui colori irreali e forme esagerate o asimmetriche. Non aveva ancora preso una decisione in proposito anche perché, si era detto, la genialità involontaria e casuale sarebbe forse scomparsa dietro a scelte pittoriche consapevoli. Ne aveva presa, invece, un'altra su di un argomento totalmente diverso, che rappresentava, in effetti, il vero risarcimento che la vita gli aveva pagato con gli interessi e che aveva semplicemente a che fare con l'incontro con una ragazza in camice bianco e il suo prossimo futuro da marito accanto a quella donna per la quale era tornato a vedere il mondo.


                                        FINE




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