Capitolo 1
Meglio del previsto
Da che ne aveva memoria, avere lo stesso nome di sua nonna era una cosa che l'aveva sempre riempita d'orgoglio. Ed era anche molto divertente. A volte qualcuno in famiglia lo pronunciava e, se erano presenti entrambe, rispondevano in due, poi si guardavano e ridevano.
In quei giorni, però, aveva scoperto una nuova sensazione legata al nome di sua nonna: la pesantezza. Sentirlo pronunciare in chiesa, durante l'omelia, l'aveva fatta sentire a disagio. Per un attimo aveva cercato il suo sguardo tra i banchi, per condividere ancora una volta quel sorriso.
Ma adesso è l’unica in famiglia a portare il suo nome.
Rovistare fra le cose che erano appartenute a sua nonna le provocava emozioni contrastanti. Uno scialle le portava alla memoria dolci ricordi, mentre imbattersi in effetti troppo personali la faceva sentire come un’intrusa. Ma la casa andava svuotata. Avrebbe voluto tenere tutto, ma era impossibile, c’era una vita intera dentro quella casa e doveva fare delle scelte.Si era ripromessa di prendere con sé poche cose, per ricordo. Aveva trovato una scatola abbastanza grande ma non enorme e non doveva assolutamente andare oltre quello che poteva contenere. Per ora c’erano dentro solo delle fotografie, qualche indumento, dei libri. Il resto delle cose, mobilio, abiti, suppellettili, sarebbero andate a un’associazione di beneficenza che la nonna frequentava da decenni. Le faceva piacere pensare che quello che non poteva tenere con sé sarebbe andato ad aiutare altre persone e avrebbe continuato a vivere.
“Certo che la nonna comprava proprio cose strane!” disse a voce alta mentre era in cucina davanti ad una scatola ancora chiusa col cellophane, riportava il prezzo in lire italiane: un robot da cucina manuale per fare le verdure a julienne.
“Non me ne parlare, sto tirando fuori cose assurde da questi armadi, tutto ancora da aprire! Lenzuola, copriletto, teli bagno…” le rispose la madre dalla stanza da letto.
La raggiunse con ancora la scatola in mano, vide una pila enorme di confezioni di biancheria sparsa sul letto di sua nonna. La vista della sua stanza così sottosopra un po’ la rattristò. Era sempre stata molto attenta all’ordine della sua casa, concedeva solo ai nipoti di fare un po’ di caos quando venivano a trovarla o quando stavano da lei per qualche giorno. Ma ogni volta che arrivava in questa casa la trovava profumata, pulita, in ordine.
“Tutta questa roba è nuova, vedi se può servirti qualcosa, il resto lo diamo all’associazione” le disse la madre con la testa ficcata nel grande armadio.
“Mmm… no, non credo mi serva niente qui, magari prendo qualcosa dallo studio. Penne, altri libri…” così dicendo lasciò la madre sepolta fra la biancheria e si diresse verso il piccolo studiolo.
La accolse l’enorme libreria che copriva un’intera parete, zeppa di libri. La nonna era stata docente universitaria di Lingua Inglese. C’erano anche molti libri scritti da lei in quella parete, le prime edizioni, e poi diversi manoscritti ancora da pubblicare, quelli non voleva che andassero perduti. Con tempo e con calma voleva poterli rivedere e pensare ad una possibile pubblicazione postuma. Aveva espressamente chiesto che quella stanza non venisse intaccata dallo sgombero frenetico, le serviva tempo per gestire il suo contenuto e voleva essere lei a farlo.
Posò la scatola del robot antiquato sul settimino all’ingresso. Si diresse verso la grande scrivania ingombra di pile di libri, di fascicoli, di fogli, di post-it di tutti i colori. Si sedette nella grande poltrona imbottita, sotto la scrivania davanti a lei un poggiapiedi che la nonna usava per aggiustare la postura nelle lunghe ore che passava a rivedere tesi, libri e lezioni. Ecco, questa stanza sembrava appartenere ad un’altra donna. Rispetto al resto della casa, ordinata e precisa, questo studio era sempre stato un ammasso di pagine, libri, oggetti che fin da piccola l’avevano sempre incuriosita. Ricordava che mentre stava dalla nonna si sedeva ad un piccolo banchetto che le aveva comprato appositamente. La guardava lavorare e disegnava i suoi scarabocchi, le faceva ritratti che poi lei appendeva in giro per la stanza. Ricordava benissimo l’odore di libri che emanava quello studio e ricordava ancora meglio la bellissima sensazione di stare là dentro con lei per pomeriggi interi.
“Ah, questo lo comprò quando si era iscritta a quel corso di cucina internazionale… Che anno era? Forse il 1995… Poi non ha concluso il corso, chiaramente. Sempre troppo presa dal resto del mondo per poter fare qualcosa per sé” La madre era alla porta con la scatola in mano. Percepì amarezza nelle sue parole, ma non seppe cosa ribattere.
“Da poco mi fece vedere un faldone con tutti i miei disegni, mi sembra fosse blu scuro, vorrei ritrovarlo”
“Sicuramente lo trovi qui dentro, ma buona fortuna… Sei sicura che non vuoi che chiami l’università per gestire questa stanza? C’è tantissima roba, non so quanto ci metterai…” lasciò la frase a metà, sperando in un ripensamento.
“No, mamma. Voglio davvero pensarci io. Glielo avevo promesso e non voglio che lo facciano persone estranee. Potrebbero esserci anche dei diari personali, voglio essere io a vederli, non devono finire in mani che non siano familiari”
“Va bene, allora prenditi il tempo che ti serve. Non voglio convincerti o altro. Io ora devo andare, ti lascio le chiavi attaccate alla porta, poi quando finisci chiudi e me le lasci a casa, ok?” Si avvicinò per darle un bacio sulla fronte e la lasciò da sola.
Si trovò a vagare per le stanze vuote. Aveva un compito ma sì, era probabilmente un compito molto grande, era ancora incerta su come affrontarlo. Le serviva un piano d’azione. Mentre ragionava passeggiando per la casa sentì il suo stomaco brontolare.
“Devo mettere qualcosa sotto i denti… come diceva la nonna, si pensa meglio con la pancia piena!” sorrise perché le sembrò proprio di sentire la sua voce e la sua risata. Davanti ai fornelli era stata una grande cuoca. Piatti semplici ma sempre gustosissimi. Poi c’erano i suoi cavalli di battaglia, quelli che non potevano mancare in nessuna occasione conviviale che coinvolgeva tutta la famiglia: le lasagne alla bolognese e le melanzane alla parmigiana! E poi sì, la Sachertorte, che per anni è stata la protagonista di tanti compleanni. L’aveva assaggiata nel suo primo viaggio a Vienna, da studentessa, e poi aveva voluto riprodurla a casa, con risultati eccellenti. Aveva tramandato la sua ricetta perfetta solo alla nipote che portava il suo nome e l’aveva aiutata in tutti i passaggi per più volte.
Aprì il frigo con un gesto automatico, come aveva fatto tantissime volte in quella cucina. Sua madre aveva lasciato dei tramezzini, delle bibite, un contenitore con un po’ di insalata russa e un altro con una macedonia di fragole e banane. Prese un po’ di cose e le mise sul tavolo. Ma non voleva mangiare alla rinfusa. Si apparecchiò la tavola con una tovaglietta americana, il bicchiere, le posate, il piatto. Sapeva che lei ci teneva e le venne spontaneo. Mangiò con calma, pensando a tutte le volte che si erano riuniti a quel tavolo in occasioni famigliari, o a quella volta quando arrivò da lei in lacrime, disperata dopo la prima sessione di esami. Era stata lei a darle i migliori consigli in quel momento, quando si sentiva persa. Cambiare facoltà da Medicina a Lingue, soprattutto dopo una sessione così perfetta, a tutti sembrava una follia, ma lei si sentiva fuori posto, non voleva deludere suo padre, ma voleva anche seguire quello che amava di più. Sua nonna accolse la sua frustrazione e la aiutò a decidere da sola, senza pressioni. Se adesso aveva il suo dottorato in traduzione e una lunga lista di libri tradotti era anche grazie a quel pranzo con sua nonna, su questo stesso tavolo, fra lacrime e incertezze. Sospirò prima di mandare giù l’ultimo sorso di Pepsi.
Aveva già rovistato in tutti i cassetti e fra le fila dell’enorme libreria. Recuperò una penna stilografica scarica, ma ricordava bene quanto ci tenesse e la mise da parte per metterla nella sua scatola dei ricordi. Ritrovò anche due album zeppi di foto di viaggi fatti con l’università e molti dei suoi studenti. Alcuni di loro erano diventati professori a loro volta e la fece sorridere vederli poco più che adolescenti ai loro primi anni di corso. Del suo faldone blu però, nessuna traccia.
Girava delusa per la stanza, quando un grosso scrigno di legno scuro con intarsi attirò la sua attenzione. Ricordava che la nonna lo teneva nel soggiorno per metterci dentro i suoi lavori a maglia e all’uncinetto, quasi mai terminati.
“Accidenti se è bello questo scrigno… non mi ci sta nella scatola, ma lo vorrei prendere lo stesso. Ma sì, posso fare una piccola eccezione!” Si avvicinò e lo aprì. Ed ecco là il suo faldone! Lo afferrò felice, lo aprì ed ecco che saltarono fuori tutti i suoi disegni. La nonna aveva scritto la data in ognuno di essi, ed erano perfettamente in ordine, dallo scarabocchio più vecchio, quando aveva circa tre anni, al più recente che riportava il tratto di una giovane adolescente che riproduce una donna curva su una scrivania, circondata da libri e fogli, sullo sfondo si intravedeva una finestra dalla quale entrava la luce. Si emozionò davanti a questo ritrovamento, sapeva che l’avrebbe trovato, ma le lacrime di sollievo le velarono la vista.
Rimise tutti i disegni in ordine e richiuse il faldone. Notò solo in quel momento che nello scrigno c’era un’altra scatola. Su quella scatola c’era scritto a pennarello: Per la mia omonima, con amore, nonna.
Rimase un attimo a rileggere quella frase. Era stordita, non sapeva cosa ci potesse essere dentro. Appoggiò una mano sulla scatola e restò un secondo in attesa. Poi si buttò e la aprì.
Vide un quadernetto in formato A5 sul quale c’era scritto con pennarello rosso: 1 VIENNA. Lo prese in mano, sembrava molto datato, era sottile. Sotto di lui un altro quadernetto, con la copertina di un’altra fantasia, con scritto: 2 IL FIDANZAMENTO. Li scorse velocemente, erano dieci, in ordine numerico.
VIENNA
IL FIDANZAMENTO
IL MATRIMONIO
LA NASCITA DI FRANCESCA
LE ESTATI A TORRE DELLE STELLE
ARTURO
I MIEI NIPOTI
LA PENSIONE
VIAGGIO IN GRECIA
L’ultimo aveva un titolo più evocativo: 10 SE MAI AVRÒ TEMPO…
Quei puntini di sospensione le diedero un brivido.
Riguardò i titoli dei quadernetti. Erano tutte storie che lei conosceva già, le aveva raccontato quelle cose tante volte. Il suo primo viaggio in assoluto fuori dall’isola, in una città così importante come Vienna. Quando la ascoltava riusciva quasi a vedere il tavolino al quale assaporò la sua prima fetta di Sachertorte! I suoi racconti riuscivano sempre ad essere così vivi.
Il fidanzamento rocambolesco con il nonno, il loro matrimonio invernale con quel terribile acquazzone che rischiò di allagare la chiesa. La nascita difficile di sua madre. Lo raccontava sempre con un velo di lacrime agli occhi: se l’erano vista davvero brutta. E le estati passate nella casa al mare, le ricordava anche lei benissimo, erano i ricordi della sua infanzia, ma quella casa era là da molto prima che lei nascesse, chissà quante altre storie la nonna aveva deciso di condividerle in questi scritti. E poi Arturo! Il grande cane barbone, nero come la pece, lei lo aveva conosciuto già anziano e sempre alla ricerca di uno spicchio di sole dove mettersi a sonnecchiare, ma la nonna le aveva raccontato più volte di come lo aveva trovato da cucciolo e di tutte le marachelle che aveva combinato quando era più giovane.
Riguardò i quadernetti stretti fra le sue mani. L’emozione era altissima, non sapeva dove cominciare, si sentiva la testa girare. La nonna le aveva lasciato qualcosa di prezioso e lei non sapeva nemmeno da dove cominciare.
“Ma sì, procediamo per ordine… Vienna!”
Afferrò il quaderno e lo aprì. Aggrottò le sopracciglia. Sfogliò le pagine velocemente fra le dita. Erano tutte bianche. Controllò meglio che non fossero state strappate, ma no. Il quaderno era intonso e le sue pagine erano completamente bianche.
Prese il successivo, tentennò un attimo prima di aprirlo. Sgranò gli occhi. Pagine bianche. Uno dopo l’altro li prese in mano e scoprì che contenevano solo pagine bianche.
“Non è possibile, nonna, ma perché?!”
Sentì la delusione crescere mentre sfogliava uno dopo l’altro quei quaderni vuoti. Arrivò all’ultimo, SE MAI AVRÒ TEMPO… Lo osservò con un po’ di rancore. Aprì il quaderno e riconobbe la scrittura di sua nonna, quella bella grafia ampia e ariosa. Lesse e rilesse quelle poche righe e le lacrime salirono prepotenti così come i singhiozzi. Tutta la tensione di quei giorni la assalì all'improvviso. Non provò nemmeno a trattenersi. Pianse a lungo, stringendo il quaderno fra le mani.
Quando riuscì a calmarsi il sole stava già tramontando. Ripose con cura i quaderni nella scatola. Non aveva ancora capito il motivo di quel regalo, ma una cosa era certa: non poteva lasciarlo lì.
È finalmente a casa sua, la giornata è stata lunga, estenuante, troppo ricca di emozioni forti.Porta dentro la scatola e la sistema sopra lo scrigno di legno.Prende un calice dalla lavastoviglie, poi dal frigo tira fuori una bottiglia di vino bianco. Riempie il calice a metà, prende i quaderni della nonna, si dirige alla scrivania. Si siede davanti al suo portatile e rimane qualche secondo a riflettere.
Apre un documento nuovo di Word.
In cima alla pagina scrive:
MEGLIO DEL PREVISTO
Mia nonna aveva programmato di raccontare la sua vita. Poi la vita continuò a sorprenderla e lei si lasciò distrarre volentieri.
Mette davanti a sé tutti i quaderni in ordine e riporta i titoli di quei capitoli:
VIENNA
IL FIDANZAMENTO
IL MATRIMONIO
LA NASCITA DI FRANCESCA
LE ESTATI A TORRE DELLE STELLE
ARTURO
I MIEI NIPOTI
LA PENSIONE
VIAGGIO IN GRECIA
Rimane a guardarli per qualche secondo.
Poi apre l'ultimo quaderno e si concede di rileggere ad alta voce quelle poche righe.
10 SE MAI AVRÒ TEMPO…
Ho comprato questo ennesimo quaderno a sessantanove anni. Pensavo che, dopo una vita di intenso lavoro, la pensione mi avrebbe regalato giornate lente da riempire di ricordi.
Invece mi ha regalato altre giornate piene di vita.
Pazienza. Le pagine bianche aspetteranno.
Alla fine non ho scritto quasi niente, perché è andata meglio del previsto.
Sorride rileggendo quelle parole.
Poi porta il cursore sotto il titolo VIENNA e inizia a scrivere.
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