Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Vite impreparate di roberto pierucci

VITE IMPREPARATE

“Esistono dei bracconieri del cuore, della vita e dell’anima. Mi creda commissario, la signora seduta qui fuori ne è un limpido esempio”.

Salvo Foresti era indagato per omicidio e sotto interrogatorio del commissario Contini da almeno due ore. La sua linea di difesa era semplice quanto inefficace, almeno fino a quel momento. Cercava di mettere in cattiva luce l’unica altra sospettata, Nina Savelli, una sua compagna di liceo che, dopo la quinquennale condivisione scolastica, aveva distanziato socialmente l’ex vicino di banco.

Nina, di origini umili, era diventata un’ apprezzata manager di una famosa multinazionale, mentre Salvo, proveniente da una famiglia agiata, era inciampato nei lacci di un’esistenza sfibbiata. Da più di sei anni viveva per strada.

Le conseguenze della vita spesso ribaltano il principio, come in una partita a monopoli.

Il commissario Paolo Contini era stanco dei discorsi sconclusionati del clochard, cosciente del protrarsi indeterminato dell’interrogatorio e stressato dai suoi problemi familiari. Partì come una fionda il pugno liberatorio sulla scrivania, che schiacciò l’ultimo raggio di luce della sera ormai inevitabile.

“ Senta Salvo, ho sopportato le sue non risposte, tollerato la sua inconcludenza , però adesso mi sono rotto i coglioni. Ora faccio entrare la signora Savelli e organizziamo un confronto a due. E la smetta di giocherellare con la foto della mia famiglia” urlò in faccia al sospettato e poi “Maresciallo faccia accomodare la signora Savelli”.

Salvo riponendo la cornice sulla scrivania borbottò : “E già … io sono Salvo e lei la signora Savelli”.

Nina entrò con ostentata sicurezza nell’ufficio e si sedette vicino a Salvo, senza salutarlo ed evitandolo con lo sguardo. Erano entrambi cinquantenni, ma l’età aveva accarezzato la donna, mentre si era accanita sul viso e sulle membra di Salvo, arando rughe e mietendo una vecchiaia precoce.

Il commissario non li guardava, intento a sfiorare con l’indice le pagine virtuali della chat alla ricerca di un messaggio della moglie, mai arrivato perché mai partito, né pensato.

Contini avrebbe mollato i due scompagnati compagni per correre a casa e controllare se il suo armadio contenesse ancora segni di convivenza o fosse diventato un cimitero di appendiabiti. Sapeva che non lo avrebbe fatto, per paura, per deontologia o forse perché da molto tempo non riusciva a risolvere un caso e questo era importante, perché trattava di omicidio.

“ Allora, ricapitoliamo. La vittima Marco Tentoni è stato trovato morto nella cucina del suo ristorante con un coltello Santoku conficcato nel cuore. Ciò accadeva intorno alle quindici e trenta”.

La signora Savelli, aggiustandosi nervosamente il rosso crine, esclamò a voce alta: “ E io cosa c’entro con questo triste evento?”. Salvo, sprofondando nella sedia, emise uno strano risolino nervoso e fuori luogo. “No, scusate … non volevo essere irriverente, ma l’atteggiamento della signora è lo stesso di quando, in terza liceo, prendemmo una nota. Tutta la classe tranne lei. Era stato sottratto il registro dei voti dalla segreteria e Nina pronunciò la stessa frase. Peccato, che un anno dopo io stesso trovai il registro a casa della candida signora Savelli” e rivolgendosi verso la donna “ Io cosa c’entro, vero?”

Il commissario bloccò sul nascere la pronta replica di Nina. “Bene Salvo, vedo che lei ha una buona memoria, quindi sono sicuro ricorderà che anche la vittima era un vostro compagno di classe” e dopo una breve pausa aggiunse “ la signora Savelli è stata trovata alle diciassette nel magazzino del ristorante, mentre lei giaceva completamente ubriaco a pochi passi dall’entrata del luogo del delitto. Io non sono il preside del vostro liceo, ma ritengo che entrambi in questa situazione ci entriate … molto”.

Proprio in quell’istante il commissario fu interrotto dallo squillo del cellulare e si precipitò a rispondere con il cuore che sperava di trovare la dolce voce di sua moglie. Un senso del tutto incontrollato gli fece sfuggire di mano il telefono, mentre successivamente il senso dell’udito gli cancellò la speranza. Era la ruvida voce del tenente, che riportava un fatto: la telefonata che alle sedici aveva avvertito la polizia dell’omicidio nel ristorante di Tentoni era stata effettuata da Salvo Foresti.

Il commissario ripose il telefono senza alcuna emozione , con lo sguardo fisso sulle foto dei due figli. Quale sarebbe stato il loro destino nel caso della separazione? D’altronde questi ultimi mesi di convivenza erano stati strazianti. Non si parlavano, non si toccavano. Forse per deformazione professionale, lui aveva indagato per capire se lei avesse qualche altra relazione. Non c’era nessun altro tra di loro, ma il problema era molto più grave perché non esisteva più un ‘loro’. Paolo Contini aveva imputato tale freddezza al tempo eccessivo dedicato al lavoro, ma la verità è che sua moglie non trovava alcun interesse verso di lui, soprattutto quando il commissario non era al lavoro e la metteva a disagio con la sua presenza fatta di sguardi svuotati di complicità, di domande senza risposta, di gesti consumati dalla noia.

La manager spazientita ruppe un silenzio distratto: “Sono seduta in questo ufficio, con una compagnia sgradita e senza alcuna prova che mi leghi all’omicidio. Lei lo sa commissario che sono o, forse, ero socia del ristorante gestito da Marco? Lo avevo aiutato finanziariamente per realizzare il suo sogno. Questo è il motivo per cui oggi, come altre innumerevoli volte, mi trovavo all’interno del locale”.

Salvo il senzatetto la interruppe con veemenza: “ Certo. Lo avevi aiutato a non sognare più, a passare notti insonni.” rivolto al commissario “ la signora Savelli da tempo chiedeva che quei soldi le fossero restituiti e così ogni tanto passava per aprire i cassetti e prendere qualcosa. Anche il sogno di Marco era chiuso in un cassetto e ormai puzzava di muffa”.

Nina si riprese con una risata violenta e accusatoria: “Se parliamo di sogni, allora diciamocela tutta. La verità è che il tuo sogno d’amore non si è mai avverato. Perché tu eri innamorato di Marco dai tempi del liceo e non escludo che con quel coltello hai spezzato un cuore che non potevi avere”.

Il buio era giunto nella stanza senza avvisare e la staticità dell’ispettore di polizia oscurava qualsiasi possibilità di soluzione del caso. Contini accese l’abat-jour della scrivania e nel tentativo di illuminare la sopita capacità investigativa si rivolse a Salvo: “E’ vero?”. “Cosa?” rispose apaticamente l’interrogato. “E’ vero che provavi questo sentimento per Marco Tentoni? Era corrisposto?”.

Lo sbuffo irritante di Nina sollecitò la risposta di Salvo, che in quel momento avrebbe desiderato essere in un altro pianeta piuttosto che rendere conto delle sue intimità. “Sono sempre stato affascinato da Marco come persona - sussurrò con voce sommessa – ma non ho mai desiderato un rapporto fisico con lui. E’ così difficile da comprendere? Non si può amare una persona senza provare alcuna pulsione sessuale? D’altronde eravamo due anime incompatibili. Marco apparteneva alla razza che ha pene di denaro e difficoltà di cuore, mentre io … desidero soltanto morire con dolcezza. Avere denti buoni, ginocchia solide e qualche erezione che mi renda desiderabile a me stesso. Questi sono i miei obiettivi nella vita”.

L’atmosfera in bianco e nero si prestava a confessioni e intimità, ma il funzionario Contini non trovava indizi e la mancanza di sviluppi lo innervosiva oltremodo. Si accese una sigaretta e accavallando le gambe cercò nel cellulare qualche arrivo benaugurante, ma non trovando nulla sentì la conferma di partenze imminenti. Si alzò dalla sedia, dimenticando il telefono e accompagnato dal fumo svogliato della sigaretta si avviò verso la trasparente oscurità della finestra. Sul davanzale trovò il libro che sua moglie gli aveva donato come invito al congedo. Sorrise con amarezza e compassione rileggendone il titolo ‘Vivere in tempo di catastrofe’.

Pensò che presunti omicidi, presunti risolutori degli stessi come anche i veri morti erano tutte vittime di questa sopravvivenza.

Nina Savelli scosse il silenzio prendendo in mano le chiavi della macchina: “Me ne posso andare? Oppure devo chiamare il mio avvocato? Che poi sarebbe l’unico, perché non penso che il signor Foresti possa permettersene uno”.

Un’inaspettata sensazione di disagio fece scattare i nervi del commissario che, spenta la sigaretta direttamente sulla scrivania, espirò il residuo afrore di tabacco sul viso di Nina.

“No, non può andare. Il povero Marco Tentoni le doveva molti soldi da troppo tempo. Sono a conoscenza di mail e messaggi che negli ultimi mesi aveva inviato alla vittima con crescente costanza. Il contenuto è pieno di intimidazioni, recriminazioni e tentativi di estorsione perché lei, cara signora Savelli, oltre che avere una relazione sentimentale con il suo socio, lo ricattava con la minaccia di rivelare il tradimento a sua moglie”.

Salvo intervenne con voce dispersiva, ma efficace: “Ecco Nina. Il mio rapporto con Marco era basato sulla verità, il tuo sulla menzogna”. Nina replicò senza indugiare: “Forse è così, ma era un rapporto stabile e duraturo. Mentre tu, caro compagnuccio, sfruttavi le occasioni in cui Marco ti permetteva di entrare nel ristorante come delle manifestazioni di falsa amicizia. La tua verità era interessata e sporca. L’ho sempre detto a Marco, il suo errore è stato di restituirti la dignità e tu non lo hai mai perdonato per questa sua debolezza”.

“Dignità, interesse –ribatté Salvo- ma cosa ne sai tu? L’ultima volta che sono entrato Marco mi ha negato un pranzo e quando gli ho chiesto se potevo almeno mendicare e chiedere qualche moneta ai tavoli, mi ha risposto che non dovevo essere inopportuno. Mi ha accompagnato alla porta dicendo che non si potevano disturbare quei signori mentre mangiavano delle aragoste”.

Il commissario si sedette energicamente e con voce soddisfatta: “Bene. Tutti e due avete un movente per volere la morte di Marco Tentoni”. Era il suo momento e l’ispettore Contini lo sentiva. Come un vento potente riesce a scongiurare una pioggia imminente, così risolvere questo caso avrebbe alleviato il dolore di un’inevitabile solitudine.

A Paolo Contini non interessava l’identità del colpevole, il clochard alla deriva dell’emarginazione o la manager naufragata nell’abbandono. Lui voleva un colpevole. Le conseguenze della colpevolezza non rientravano nella sua sfera professionale e neanche in quella umana. Allentò il nodo della cravatta, strinse il cuore e partì all’attacco del più debole: “Salvo Foresti, perché ha telefonato alla polizia mezz’ora circa dopo la morte di Tentoni, segnalando che c’era un cadavere all’interno del ristorante?”.

L’interrogato stava noiosamente stropicciando la busta di plastica che conteneva tutta la sua vita, rappresentando la sua casa mobile, il suo guardaroba prensile.

Alzò lo sguardo verso il funzionario e con una voce priva di emozione replicò: “Ero entrato nel locale come faccio da tempo. Marco mi lasciava prendere le mance lasciate sui tavoli. Ho visto il coltello, il corpo del mio amico e il sangue. Mi sono sentito chiuso dentro una scatola, non potevo respirare e per uscirne, per riprendere il respiro ho fatto quella telefonata”.

“Questa è una confessione?” ribadì il commissario.

“Sì, lo è. Confesso di aver preso molte mance nel corso degli anni, ma io non ho ucciso colui che consentiva la mia sopravvivenza”.

La stanchezza si era impossessata delle parole, delle luci dentro e fuori quella stanza e cercava una notte in cui dormire.

“Salvo non faccia il furbo. Tra qualche istante avremo il risultato delle analisi sulle impronte digitali rinvenute sul coltello e finalmente le assegnerò un tetto e un letto sul quale dormire, ma senza libertà”.

“Bene. Mi sembra che il caso sia risolto. Ora posso andare?” esortò Nina alzandosi in piedi. La replica di Contini fu sottolineata dall’indice puntato verso la sedia abbandonata: “Si rimetta subito a sedere e mi spieghi cosa ci faceva nel ristorante quando l’abbiamo prelevata”. Riposando le dolci forme sulla seduta esclamò: “Gliel’ho già detto. Ero passata, come altre volte, a prelevare dalla cassa i soldi che mi spettavano. Questo è l’unico motivo”.

L’ispettore si rese conto di aver rimesso in discussione la sua strategia, di aver perso terreno. In quel momento odiò i due personaggi che lo allontanavano inesorabilmente dal successo professionale e dal residuo di vita familiare. Sconsolato e pieno di amarezza dichiarò: “Mi fate pena, siete soltanto degli ipocriti figuri. Avevate un amico, che conoscevate da più di trent’anni e la forma d’amore che gli avete riservato è stata quella di derubarlo dei suoi soldi. Il vostro era un misero interesse perpetrato con furti e sotterfugi …”.

Fu interrotto da un agente di polizia che, affacciandosi alla porta, chiamò il commissario in un’altra stanza. Così si ritirarono nel locale attiguo, lasciando la porta socchiusa.

Salvo e Nina si sistemarono sulle sedie in modo da poter seguire la conversazione tra i due poliziotti e cercare di capire se qualche atteggiamento potesse riguardare la loro posizione.

Collo allungato, orecchie aperte e ansia crescente accompagnarono l’immobilità dei loro corpi, finché Salvo non fece involontariamente cadere gli occhiali da vista, che inforcava con una sola stanghetta, sulla spalla della compagna di un’adolescenza fuggita e dimenticata.

La reazione di Nina lo sorprese, perché scoppiò in una risata improvvisa, giovane e nuda.

“Sei sempre il solito imbranato. La differenza è che un tempo riuscivi a nasconderti nel mistero, oggi sei solo … imbranato”.

“Può darsi che abbia perso quel mistero – replicò Salvo sistemandosi gli occhiali da mono orecchio – ma ho cercato di rivelarmi, ho provato a vivere una vita mia. Avevo un percorso tracciato dall’azienda di famiglia, dal prendere il posto di mio padre. Non volevo essere paragonato a lui, strisciare nelle mie debolezze per dimostrare di essere all’altezza della situazione. Ho provato a volare”.

Nina lo guardò aprendo dolcemente il sipario del distacco: “E cosa è stato il tuo volo? Avevi ali grandi, forti e oggi sei un colibrì rattrappito. Lo sai? Marco aveva scommesso su di te, perdendo tutto. Così pagava il suo debito con le piccole somme che ti lasciava sui tavoli”.

“Invece io avevo puntato tutto su Nina Savelli -replicò Salvo- sulla sua aura di libertà, sul modo di presentarsi al mondo e cercare di cambiarlo”. Fu il momento in cui si alzò con un’insolita energia e disinteressandosi delle sorti che si decidevano nella stanza attigua continuò: “ Anche la mia puntata è andata persa. Ti ho ritrovata avvolta in un estraneo tailleur, ossessionata da questa voglia di borghesia. Prima eri una preda di felicità, che tutti noi volevamo raggiungere. Il sorriso da disegnare sul muro della camera, l’amica da abbracciare per riempire la paura di crescere. Come diavolo sei riuscita a far svanire tutto questo? Quale cazzo di buco nero ti ha inghiottita? Un fantasma può spaventare, ma non uccidere. Non sei tu, Nina, il giustiziere di Marco”.

L’imperturbabile e algida manager si cinse le guance con le mani quasi a volersele strappare. Poi si rivolse a Salvo con voce calma: “Qualche giorno fa, ricordavamo con Marco la gita che facemmo in bici per festeggiare il diploma. Ti ricordi?”. “Certo che mi ricordo, partimmo con tre biciclette e ritornammo con due. Tu eri seduta sul mio sellino e io in piedi a pedalare”. “Già … sempre per colpa di Marco. Ci fermammo al fiume a fare il bagno e quando uscimmo dall’acqua trovammo quei bambini che guardavano le nostre bici come si guardano le luci di un luna park.”

“Eravamo in mutande e mentre tu cercavi di nascondere le parti intime, io le sbirciavo facendo finta di allontanare quei ragazzini rompipalle. Quel fenomeno di Marco invece ne fermò uno, il più piccolo e con un sorriso gli regalò la sua due ruote. Quanto mi fece incazzare, mentre lui rideva dicendomi di non arrabbiarmi, perché ciò che era successo rappresentava la nostra vita, il nostro modo di vedere il mondo. Perché noi eravamo una razza a parte”.

Come le nuvole si uniscono per restituire alla terra le gocce che la generosità della stessa gli dona per renderle vive, così i due compagni finalmente piansero.

Nina prese dalla borsa uno specchio per controllare lo stato dei suoi occhi stanchi e sconfitti, poi si rivolse a Salvo con delicatezza: “Non abbiamo mai smesso di guardare il passato, non ce ne siamo mai affrancati. Penso che chi ripone troppe energie per rifugiarsi nel passato significa che ha poche energie per abitare il presente … cosa siamo diventati Salvo? Per uccidere qualcuno che si ama ci vuole una forte passione e noi ne siamo entrambi incapaci”.

Il commissario rientrò nella stanza trascinandosi dietro uno sguardo spento e senza futuro. Prese una sigaretta e guardandosi la fede smarrita nell’anulare si rivolse ai due presunti colpevoli: “Potete andarvene, non siete più indagati. Il caso è risolto”.

Mentre Paolo Contini sprofondava nell’inedia, gli ex compagni di scuola si fissarono con una nuova intensità e riemersero vecchi ricordi di una verde età, di bianche promesse e grigi compromessi. Nessuno voleva disturbare la quiete che colorava la stanza numero 11 del commissariato. Ci si può preparare anche alla disperazione, pensare che la vita non abbia uno sviluppo, che si ritorni sempre al punto di partenza, più stanchi e irrisolti. Ma come accettare che la morte non abbia una soluzione, soprattutto la fine di una persona amata? Ora erano i due compagni che volevano un colpevole per dare un senso al dolore che provavano.

La voce pesante di Salvo risuonò come un’inesorabile necessità: “ Ma commissario … che significa il caso è risolto? Come? Quando?”

Il funzionario non era più funzionante. Stava cercando di riempire il vuoto che l’ennesima consultazione dei messaggi al cellulare gli aveva creato. Per lui la serata era terminata all’improvviso e si preparava già ad affrontare una notte di abbandono.

Un forzato colpo di tosse di Nina lo riportò alla realtà. “Il vostro amico, compagno, amante, socio e finanziatore si è tolto la vita. E’ la prima volta che vedo un suicidio di questa freddezza e violenza. Marco Tentoni ha afferrato il coltello con due mani e si è spaccato il cuore. Non so se sia stato un gesto dimostrativo, ma comunque disperato. Il manico del coltello presenta soltanto le sue impronte. Questo è tutto”.

Nina si alzò con impeto dalla sedia e raccogliendo le sue cose esclamò: “Questo è tutto. Che bel commento di merda. Questo è niente caro commissario Contini. Prima cerca un colpevole qualsiasi, a tutti i costi un colpevole e poi ci congeda come due ospiti importuni. Non so se le dispiace di più non averci arrestato o lasciarci andare”.

Il commissario si era tolto la cravatta e, senza alzare lo sguardo, porse un foglio piegato in due ai compagni di liceo: “Questo è tutto. Potete andare, ma prima prendete questo foglio che è stato trovato nella tasca dei pantaloni della vittima”.

Salvo prese il foglio e accostandosi a Nina lo aprì. Era la pagina consumata di un diario scolastico che conteneva il disegno di un cuore rosso e sbilenco.

All’interno del cuore si riconosceva una scritta sbiadita ‘Marco, Salvo e Nina: una razza a parte’. Nina prese la mano di Salvo e nascosti in questo gesto naturale uscirono definitivamente dalla stanza.

All’interno era rimasto uno strano odore, l’aroma acre della vulnerabilità.

Il commissario Contini aprì il libro di Camus distrattamente e si soffermò su una frase che rilesse diverse volte ad alta voce: “I martiri devono scegliere tra farsi dimenticare e farsi adoperare”.

Spense la luce, si tolse le scarpe e, appoggiando i piedi sopra la scrivania, chiuse gli occhi.

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