Storia · capitolo 1

La veste magica

La veste maledetta di Ruggiero

MAGICA

 

In Firenze, al tempo che il popolo grasso governava e che Dante Alighieri era de' Priori, sul finire del milledugento, era il mercato di Porta Santa Maria ricchissimo di mercanzie venute d'oltremare.

 

Avvenne che un navigante veneziano,  Brugolon de San Polo, sì nomato per certe sue brutture del viso causate dal mal francese, non da lungi tornato d'Alessandria, pose su di una stanga al mercato una veste maravigliosa contando di farne gran guadagno. Non era panno nostrale, ma seta indiana di colore azzurro come l'aria d'estate dopo la pioggia, e sì fine che parea tessuta di vento. Sopra v'erano ricamati con filo d'oro purissimo e d'argento elefanti e pavoni, e l'orlo era tutto tempestato di piccole perle del Guzerate che, al muoversi, tintinnavano come gocce. Valea un tesoro.

 

A mirarla si fermarono due uomini.

 

L'uno era Messer Lodovico dei Gualandi di Pisa, uomo ricco di poderi e di bestiame, ma sciocco come un otre e violento come un cinghiale ferito. Voleva quella veste per farne dono a Madonna Giannotta, una giovane vedovella di Oltrarno che gli concedea le sue grazie per danari.

 

L'altro era Mastro Lapo di Lucca, compradore di drappi, uomo vasto di persona quanto sottile d'ingegno, e truffatore solenne, avidissimo di danari a guisa di mercatante genouese,  non nuovo a truffe e già due volte bollato sulla pubblica piazza per baratterie.

 

- Cotesta veste è mia! - grida il pisano - E offro dugento fiorini d'oro di buon conio fiorentino!

 

Era somma smisurata. Il veneziano già tendeva la mano.

 

Mastro Lapo, che non volea spender più che pochi baiocchi, ma intendeva rivender la veste per trecento fiorini ai Bardi, gente nova che teneva un  banco in Santa Croce e ambiva a mostrare pompa di recente ricchezza.

Il lucchese avvedendosi che per via di borsa non potea vincere, tosto gli venne un pensiero malizioso.

 

Si fece innanzi, togliendosi la berretta, e con voce da frate predicatore disse:

 

- Oh Messere, fermatevi, per l'amor di Cristo! Voi non sapete ciò che comprate!

 

- Che fole son coteste, lucchese ladro? - ringhiò Lodovico.

 

- Non son favole, ahimè! Cotesta veste io la conosco. Ella fu della figlia del gran Re di Calicut, in India. Principessa d'anni sedici, bella come aurora e innocente come agnella, la quale fu accusata di tradimento dall'empio marito suo, un Raja' crudele. Il quale, per gelosia, la fece strangolare da’ su eunuchi col velo istesso di questa seta. Il padre di lei, che era grande stregone e signore dei serpenti, per vendicar la figliuola innocente, lanciò questo maleficio: chiunque possederà la veste dell’infausta messa a morte innocente, dopo sette lune, morrà di morte orrenda, con le budella attorcigliate come quella seta!

 

Il mercato si fece di ghiaccio. Gli uomini inorrodiro. Le femmine si segnarono.

 

Messer Lodovico, che era superstizioso e sciocco, divenne bianco come la cera.

 

- Per la Santa Madre di Dio…Che... che muore? - balbettò.

 

- Orrendamente, Messere. E prima gli cascherà la virilità, che è quanto di più caro ha l'omo.

 

A sentir questo, Messer Lodovico gittò la veste come fosse una biscia velenosa.

 

- Tienla! Tienla tu, lucchese maledetto! Io non la voglio, manco fosse ricamata di diamanti e perle!

 

E si ritrasse di tre passi, facendosi più volte la croce.

 

Allora Mastro Lapo, ridendo sotto i baffi, si volse al veneziano:

 

- Vedi la paura del pisano? Io, che son uomo di mondo e non credo a ciance di vecchie, te ne do venti baiocchi. Pigliar o lasciar.

 

E il veneziano, che avea capito l'inganno ma non volea perdere tutto, gliela diede.

 

Mastro Lapo prese la veste, se la mise al braccio e cominciò a schernire l'altro:

 

- Oh Lodovico, savio d’un pisano! Hai avuto paura d'una camicia! Va', va' a comprare un cilicio, che meglio ti si confà! Pisano codardo e credulone!

 

Messer Lodovico, sentendosi beffato dinanzi a tutto il mercato, e per giunta dinanzi a Giannotta che era venuta a vedere, montò in furia bestiale. E senza dir parola, come usano i violenti, trasse dai panni un pugnale lungo un palmo e si avventò contro il lucchese gridando:

 

-Mal n’aggia, mo’ ti sbuello, porco lucchese!

 

Fu gran trambusto. Le ceste caddero, le galline volarono, le grida s’alzarono al bel cielo fatato di Firenze.

 

Passava di lì per ventura Dante Alighieri, Priore dell'Arti, con due famigli del Podestà, perso nel sogno di una certa Beatrice, dagli occhi invitanti e dal sorriso malizioso che avea tosto incontrato all’angolo di Ponte Vecchio.

Ma, essendo omo severo e dritto, s’avvide della rissa, separò i forsennati e, fattosi contare le cagioni della contesa, non volle udir ragione.

 

- Che è questo baccano da taverna? - tuonò. E comandò che fossero presi.

 

Furono ambedue incatenati e menati al Bargello. Messer Lodovico con l'accusa di rissa e di porto d'arme da offesa, Mastro Lapo con l'accusa di baratteria e truffa.

 

*E qui finisce il fatto, ma non la morale.*

 

Anni appresso, quando Dante fu cacciato da Firenze e andava esule, salendo e scendendo l’altrui scale, nello scrivere la Commedia si ricordò di quei due sciocchi.

 

E per non sprecare inchiostro, li allogò dove meritavano: mise Messer Lodovico pisano nel girone dei violenti, che bollono nel sangue, e Mastro Lapo lucchese nella bolgia ottava, fra i consiglieri di frode, dove stanno i truffatori che furon sì maliziosi in vita.

Ma, cari lettori, non cercate l’episodio in nessun canto del poema poiché Virgilio, mantovano, chiese a Dante che non si mostrassero ai posteri i difetti dei cittadini delle due repubbliche toscane e l’odio che da essi nasceva.

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