Un angelo da Marte
In un giorno qualunque d’estate, nel pieno del XXI secolo, qualcosa squarciò il blu limpido del cielo. Non era una stella cadente né un rottame di satellite, ma una sagoma antropomorfa che precipitava a tutta velocità, scortata da un boato sordo che fece tremare la campagna. Mentre cadeva, l’attrito con l’atmosfera divorò le sue ali. Non erano fatte di piume, ma di un'energia fredda e cerulea. L’impatto con l'aria fu così violento che quell'energia si fuse sulla pelle, consumandosi in una manciata di secondi. L'essere toccò terra con un colpo secco in mezzo a un campo di sterpaglie, sollevando una fitta nube di polvere e terra arsa.
L'angelo si rialzò a fatica, tossendo. Lì sulla schiena, dove prima c'erano le ali, il calore dell'atmosfera aveva scavato due file di cicatrici scure e simmetriche, simili a geroglifici impressi a fuoco nella carne. I capelli, un groviglio di ricci bruciacchiati, non lasciavano intuire il colore originale, sfumando dal biondo alle punte annerite. Senza pensarci, l’essere affondò la testa nella terra secca per soffocare le ultime scintille. Poco lontano, un ragazzo alto e magro, con un paio di occhiali spessi e i capelli neri come la pece, assistette alla scena dal finestrino del suo furgone. Si chiamava Leo. Avendo visto la scia luminosa, aveva inchiodato in mezzo alla strada sterrata; quando scorse quel corpo steso a terra, coperto di cenere e piagato sulla schiena, rimase paralizzato.
In lontananza, il fischio delle sirene della sicurezza della base spezzò il silenzio dei campi.
Stavano arrivando. Leo guardò il naufrago caduto dal cielo, che lo fissava con due occhi d'un azzurro chiarissimo. D'istinto, compì il gesto più azzardato della sua vita: lo prese sotto braccio, lo caricò a peso morto sul sedile del passeggero e schiacciò l'acceleratore, sparendo tra le curve della strada polverosa un istante prima che spuntassero le pattuglie. Raggiunsero la periferia di Malà e si posteggiarono dietro l'alloggio di Leo. Il paese era un pugno di vecchie case in pietra e muretti a secco sgretolati dal tempo e tra questi svettavano da dietro le colline le parabole e le torri della base spaziale, illuminando le notti con i loro segnalatori rossi. In questo scenario surreale, mentre Leo aiutava l'angelo a scendere e gli copriva le ferite con una felpa sformata, il nuovo arrivato si guardava intorno con aria curiosa. La prima cosa che attirò la sua attenzione fu un'anziana vicina di casa. Era ferma nel ccortile, davanti a un muro scrostato da cui pendeva una busta di plastica appesa a un chiodo. La busta era piena d'acqua e da una cannuccia infilata sul fondo gocciolavano alcune gocce, che la donna usava per bagnarsi le dita nodose e bere un sorso risicato.
L'angelo la osservò con una velata amarezza negli occhi. Poco più in là, davanti a un vicolo cieco, tre ragazzi iniziarono a spintonarsi ferocemente per il possesso di un minuscolo involucro di stagnola.
«Lasciali perdere, muoviti», mormorò Leo, spingendo l'angelo in casa e sbarrando il fermo della porta. Sono tutti fuori di testa.»
Nella penombra della cucina, Leo tirò un respiro profondo. Fece sedere l'ospite e andò verso una botola nascosta sotto il pavimento e da lì tirò fuori una scatoletta di metallo che custodiva il suo unico tesoro: un quadratino di cioccolato vero, scuro e profumato.
«Vedi questo? Sulla Terra il cacao non cresce più, c'è troppo calore», spiegò Leo, tagliandone un frammento con il coltello per offrirglielo. «I governi ne hanno vietato il commercio. I ricchi della base ne tengono i magazzini pieni, mentre qui per strada la gente si devasta il fegato con le imitazioni chimiche pur di sentirne il sapore».
Seguì qualche secondo di silenzio.
«Ma tu mi capisci quando parlo?» chiese Leo.
L'angelo prese il tassello di cacao, lo annusò e lo masticò piano. Sul suo viso si dipinse un'espressione di sollievo, accompagnata da un verso sommesso. Poi tornò a fissare Leo, battendo le palpebre con aria del tutto assente.
Leo rimase in attesa di una parola o di un cenno, ma l'angelo si limitò a leccarsi un residuo di cacao dal labbro.
«Chiaro», mormorò Leo mettendosi le mani nei capelli. «Sto spiegando il mercato nero del cacao a uno che sa solo fare versi».
L'angelo accennò un sorriso tranquillo, emettendo un suono lieve. Leo alzò le braccia al soffitto. «Perfetto. Ho appena raccontato i miei reati a un alieno».
L’ospite continuava a fissare lo schermo della televisione, dove andava in onda l'ennesimo bollettino sulle operazioni anticontrabbando della base. Nei suoi occhi passò un'espressione enigmatica, come se stesse afferrando una realtà del tutto invisibile a Leo.
La mattina seguente, Leo dovette prepararsi per il turno di lavoro. Prima di varcare la soglia di casa, si fermò a guardare il ragazzo venuto dal cielo.
«Non posso continuare a chiamarti a gesti. Io sono Leo. Tu un nome ce l'avrai», disse, indicando se stesso e poi lui. «Sei precipitato qui in pieno luglio, come un proiettile ... Ti chiamerò Ares».
L'angelo non parlò, ma nei suoi occhi si accese una scintilla e le labbra si distesero in un cenno d'intesa.
«La gente si distrugge per il cioccolato perché è l'ultimo anestetico rimasto», sospirò Leo sulla porta. «In una vita simile, quel sapore serve a dimenticare tutto il resto. Tu non muoverti da qui, chiaro?»
Rimasto solo, Ares non resistette a lungo. Innervosito dal chiuso di quelle quattro mura, forzò il fermo della finestra e scivolò all'esterno. Camminò per Malà mantenendosi a ridosso dei muretti. Il fumo nero e il rombo di un camion sulla sterrata lo fecero trasalire, costringendolo a balzare su un tetto per sfuggire al cane da guardia di un cortile. Ma Furono le viuzze cieche a colpirlo di più: lì si raccoglievano i disperati intossicati dai surrogati sintetici del cacao, ridotti a ombre ricoperte di piaghe da quei veleni spacciati per sollievo.
Prima del tramonto Ares rientrò dalla stessa finestra e si mise ad attendere sul tavolo.
Quando Leo tornò dal cantiere e trovò l'infisso spalancato, gli si gelò il sangue. Corse per le
vie di Malà cercandolo per un'intera ora dietro ogni muretto prima di rientrare a casa sconfortato.
Varcata la soglia vide Ares seduto sul tavolo che lo osservava. A Leo crollarono le ginocchia per il sollievo e si lasciò cadere contro la parete. Ares registrò quel respiro affannato, il sudore, le lacrime del ragazzo: in un pianeta mosso dal tornaconto, quell'umano si era angosciato per lui.
Ancora scosso, Leo si sedette in cucina. «Ma tu chi sei veramente? Da dove arrivi?», gli chiese gesticolando.
Ares si alzò, andò alla finestra e indicò lo spazio sopra le loro teste.
«Cosa c'è lassù? La base? I satelliti? Non capisco», disse Leo frustrato.
Ares notò il disordine sul tavolo, dove c'erano le carte di lavoro di Leo. Ignorando i fogli, fece scivolare un dito sulla cenere rimasta sul proprio braccio e tracciò tre cerchi imperfetti sul legno scheggiato, appoggiandovi sopra la mano. Poi accostò la sua pelle alla mano di Leo: dal corpo dell'angelo si sprigionò una brusca variazione termica. Sfiorando il primo cerchio, Leo avvertì un calore cocente; sul secondo un gelo arido e metallico; sul terzo, piccolissimo, la vibrazione distinta dell'acqua sotto una superficie ghiacciata.
Leo ritrasse la mano. «Non capisco ... vuoi dell'acqua?»
Ares scosse la testa. Cercò con lo sguardo qualcosa nella stanza, fino a notare una vecchia scatola sopra una mensola: erano i tubetti di tempera che Leo usava da bambino. Ares ne estrasse un foglio ingiallito e aprì tre tubetti: rosso, azzurro e nero. Intinse le dita nel rosso e tracciò una sfera al centro del foglio, soffiatovi sopra con fiato caldo.
«Un pianeta caldo? Marte? Viens da lì?», tentò Leo. L'angelo pulì le dita ed estrasse l'azzurro, disegnando un secondo cerchio che per un attimo sembrò limpido. Subito dopo, però, vi fece colare sopra macchie di nero e di rosso, soffocando l'azzurro sotto una crosta scura.
«Questa è la Terra», mormorò Leo. «Lo so che il pianeta si sta esaurendo ...»
Ares negò con fermezza. Tracciò una linea spessa che partiva dalla Terra e arrivava a un terzo cerchio isolato nell'angolo, dipinto d'azzurro e cinto da un profilo di tempera bianca. Poi si toccò la gola e con uno sforzo immenso pronunciò: «Eu - ro - pa.»
Leo si bloccò. Aveva visto quel nome stampato sui container sigillati che trasportava di notte nella base. «Europa è una luna di Giove. Lì c'è solo ghiaccio. Cosa c'entra la base con Europa?» In quel momento dalla TV la voce del notiziario proclamò: «Nuovo sequestro di cacao illegale. Garantire la stabilità alimentare è la nostra priorità ...».
Leo fissò il disegno. Ricordò i ragazzi che si picchiavano nei vicoli per un grammo di chimica. Un senso di nausea lo assalì.
«Non stanno cercando di curare questo mondo», mormorò Leo. «Ci tengono occupati a contenderci le briciole per evitare che guardiamo in alto. Per non farci chiedere dove finiscono l'acqua e l'energia che la base assorbe ogni giorno».
Guardò l'angelo. «Europa non è una stazione di ricerca. È la loro via di fuga. Stanno preparando i bagagli per lasciarci bruciare qui».
Ares non rispose, limitandosi a un'espressione seria. Poi cominciò a sistemare sul tavolo diversi oggetti presenti nella stanza, tra cui cartoni, tappi di plastica, monete e un accendino consumato, disponendoli come un modello del sistema solare. Prese l'accendino e scaldò un pezzo di plastica nera accanto a una moneta di rame, finché la plastica non fuse emettendo un fumo acre e denso.
Con il dito sporco di fuliggine indicò la moneta vicina al calore, Mercurio. Poi toccò il cerchio rosso di Marte, e infine la Terra. Ripeté la sequenza tre volte, lasciando su ciascun punto la stessa impronta di cenere. Leo si alzò di scatto dal tavolo.
Ares abbassò lo sguardo, sfiorando le cicatrici sulla schiena. «Non è come sembra», disse
Leo con la voce incrinata. «È uno schema. Geometricamente un pianeta è come se fosse una nave per la generazione successiva, ma che però viene inghiottito piano piano dal mulinello, ovvero il Sole, gli altri pianeti indietro e i pochi sopravvissuti? È successo su Mercurio, è successo anche su Marte ... e ora tocca a noi. Europa non è il futuro, Ares. È solo la prossima fermata».
Leo si passò una mano sul volto. «E noi cosa dovremmo fare? Se il pianeta si sta degradando, che senso ha opporsi?».
Ares si avvicinò a lui, intinse un dito in una goccia d'acqua sul tavolo, sfiorò un punto di tempera verde ancora umida e applicò quella traccia di colore sulla maglietta di Leo, all'altezza del petto. Poi indicò il cuore del ragazzo, la Terra sul foglio e di nuovo Leo.
Distese le braccia e spostò le mani verso il basso con decisione, indicando il pavimento, prima di accarezzare il disegno del pianeta.
Leo fissò la macchia verde sulla maglia, avvertendo una sensazione strana espandersi nel petto.
«Rimanere», disse Leo. E la sua voce ritrovò stabilità.
La notte scese su Malà. Per ore Leo rimase a fissare il suo tesserino da tecnico della base sul tavolo. Conosceva bene il rischio e le conseguenze per chi osava introdurre un clandestino in una struttura militare, forse la reclusione, o peggio. Ma guardando fuori dalla finestra le torri d'acciaio sagomate contro le stelle, capì che tacere significava rassegnarsi a un'estinzione pilotata. Ares gli posò una mano sulla spalla. Leo afferrò il tesserino.
«Andiamo a interrompere lo spettacolo».
Approfittando del turno di pulizia e della conoscenza dei passaggi secondari, Leo condusse l'angelo nei livelli ipogei della base, oltre i varchi blindati dove la struttura scavava nella roccia. I sotterranei non avevano l'aspetto di un centro di ricerca, ma di una stazione d'imbarco clandestina. Grossi cavi ad alta tensione correvano lungo le pareti convogliando energia verso una struttura sferica. Attraverso le vetrate della sala di controllo, Leo scorse elenchi di passeggeri, codici di trasferimento, fondi e priorità d'imbarco riservate ai vertici della base e ai finanziatori privati. Un display mostrava l'ammontare delle risorse idriche della Terra dirottate per caricare un unico generatore.
Raggiunsero il settore centrale del Progetto Europa, dove galleggiava una mappa olografica.
Ares si avvicinò a un blocco di roccia marziana integrato nei sistemi della base. Sentendone la matrice, vi appoggiò le mani. Le cicatrici sulla sua schiena emisero un bagliore azzurro e i terminali riempirono gli schermi con le equazioni di rotta per la luna di Giove.
«Ha sbloccato i parametri!», esclamò una voce nel buio. Le luci della sala si accesero. Il Direttore Scientifico, il dottor Seveso, fece ingresso seguito da quattro guardie armate. Leo tentò di frapporsi, ma un soldato lo urtò facendolo finire a terra.
Seveso si avvicinò senza scomporsi, osservando le cicatrici dell'angelo. «Il catalizzatore è arrivato da solo», disse ai soldati. «Avviate la sequenza. La finestra di lancio si apre tra tre ore».
Seveso squadrò Leo e disse: «Non capisci che questo essere è la chiave? Con questi dati le navi cargo cariche di risorse e di personale selezionato potranno partire».
Leo sputò a terra. «Volete evacuare e lasciarci qui? Avete montato la storia della scarsità e del mercato nero solo per tenere la gente occupata mentre preparavate le valigie!».
Seveso non scompigliò il suo tono neutrale. «La popolazione ha bisogno di distrazioni semplici per non porsi domande sulle risorse. Ma Il tempo però è esaurito. Noi trasferiamo la struttura su Europa, voi rimarrete qui».
Ares guardò il Direttore, poi fisso Leo a terra. Ricordò l'anziana con la busta d'acqua, i disperati nei vicoli e le lacrime che Leo aveva versato per lui quel pomeriggio. Capì che consentire a quella struttura di partire avrebbe significato solo esportare lo stesso modello di sfruttamento su un altro mondo.
L'angelo contrasse la muscolatura della schiena. Le sue cicatrici virarono dall'azzurro a un bianco incandescente.
«Fermatelo!», ordinò Seveso alle guardie.
Dalla schiena di Ares si spiegarono due strutture di fuoco color scarlatto che riempirono la stanza, distorcendo l'aria per l'irraggiamento termico. Con un solo movimento di quelle ali, l'angelo generò un'onda d'urto elettromagnetica. I server della base collassarono in una sequenza di scariche, le banche dati del Progetto Europa vennero piallate e le rotte spaziali cancellate dai sistemi.
Quando la luce si spense, nel laboratorio rimase solo il ronzio dei circuiti bruciati. Ares era ancora al centro della stanza, ma la sua pelle si era tramutata in pietra grigia e porosa, identica ai reperti fossili rinvenuti su Marte. Aveva prosciugato la propria energia per sigillare la via di fuga. Tutt'intorno, dove prima si trovavano Seveso e la scorta, rimase solo la traccia dell'impatto termico sulle pareti. Sopraffatto dal terrore e dal peso di quanto accaduto, Leo si rialzò a fatica e raggiunse l'uscita attraverso i corridoi spenti.
Nei giorni successivi, senza i server della base a secretare i dati, la struttura del Progetto
Europa divenne di pubblico dominio. A Malà il mercato dei surrogati crollò: la finzione era
terminata e la popolazione si trovò a dover fare i conti con la realtà del proprio territorio.
Seduto in cucina, Leo sfiorò la macchia di tempera rimasta sul tavolo. Fuori, le sirene della base erano silenziose. Ares non aveva agito per salvare un singolo individuo, ma per costringere l'umanità a smettere di rinviare la propria responsabilità.
Qualche tempo dopo, Leo tornò nei sotterranei abbandonati della base. La figura di pietra di Ares era ancora lì, tra i resti delle apparecchiature. Appoggiandovi la mano per un istante, a Leo parve di avvertire una vibrazione minima, come un impulso sotterraneo.
Uscì all'aperto sotto il sole, guardò l'orizzonte arido e pensò che, senza più alcuna illusione
di fuga, restava finalmente il tempo per iniziare a costruire.
Dopo questo capitolo puoi leggere anche
Norah's den
1945, Stati Uniti. A Oak Ridge, una delle sedi del Progetto Manhattan, viene scoperta una caverna sotterranea ricca di ossigeno. Col procedere dei mesi, alcuni ricercatori iniziano a temere le conseguenze dell’arma che loro stessi hanno contribuito a realizzar
Il silenzio oltre l' universo
Cosa succederebbe se ti accorgessi che il mondo in cui vivi esiste colo perché qualcuno lo sta leggendo? In un atmosfera rarefatta e sospesa nel tempo Elias e Vesper avanzano verso l' ignoto. E tu, dove ti spingerai per scoprire cosa si cela oltre l' universo?
Love & Lies
Per Kevin, un ragazzo italiano in fuga da un passato che fa troppo rumore, la California dovrebbe rappresentare un nuovo inizio, una via d'uscita. Ma il suo primo, vero impatto con la West Coast è uno scontro diretto con Alicia: bellissima, arrogante, superfic
Il Mostro Divoratore
Un racconto breve con un pizzico di horror