Capitolo 1
La signora Clara camminava con passo incerto per le strade umide di novembre.
Gli occhi smarriti cercavano qualcosa di familiare su cui posarsi, un oggetto, una persona, vagando come biglie su un tavolo da biliardo.
All’improvviso un frammento di memoria la fece fermare davanti ad un’insegna. Era una bellissima figura in ferro battuto, appesa in alto e rischiarata da un lampione di antica fattura, a forma di cerchio con al centro una donna seduta intenta a leggere un libro.
“Mamma!” si ritrovò a pensare la signora Clara. Quella donna era sua madre che a fine giornata, dopo le faccende, si ritagliava un pezzetto di tempo per se, si metteva nella vecchia sedia a dondolo e, inforcati gli occhiali a mezza luna, leggeva. Clara bambina si stendeva accoccolata a lei e ascoltava le parole che uscivano da quelle pagine e che creavano tutt’intorno un mondo magico.
Sotto l’insegna una piccola porta a vetri con un campanello in alto.
Clara entrò e appena varcata la soglia del piccolo negozio, si sentì subito meglio.
Pian piano stava recuperando lucidità e presenza. Si guardò intorno e posò lo sguardo sugli alti scaffali mentre respirava il profumo dei numerosi libri che affollavano la stanza.
“Benvenuta bella signora, il mio nome è Edward”. La voce proveniva da destra e Clara fece qualche passo in quella direzione. Ad un bancone di legno un signore a cui Clara non riuscì a dare un’età, la guardava e le sorrideva sotto ad un paio di grandi baffi che sfidavano la forza di gravità girando all’insù.
“Salve a lei” rispose Clara, “Mi perdoni, non so perché sono entrata, vede, mi sentivo confusa e il suo negozio stava lì e c’era mia…madre” balbettando riuscì a dire queste poche parole con lo sguardo basso mentre si guardava le mani che si contorcevano, come se nemmeno loro sapessero cosa fare.
“Non si preoccupi cara, se è entrata proprio qui un motivo c’è, visto che un motivo c’è per tutto. Vedrà che tra non molto scoprirà qual è”
Ma Clara non sembrava stesse ascoltando, si guardava ancora le mani e non si capacitava del perché non ci fossero rughe e macchie. Le sue mani erano quelle di una giovane donna. Il libraio la stava fissando da sotto i piccoli occhiali con sguardo divertito. “Mia cara potrebbe gentilmente prendermi quel libro rosso che sta sul tavolo dietro di lei?” le disse. Clara si girò e si diresse verso il tavolo per prendere il libro, ma tornando verso il bancone si bloccò e rimase come una statua a fissare un punto alla sua sinistra. C’era un grande specchio a figura intera e quello che vide riflesso la raggelò. Era lei, ma più giovane. La schiena ricurva stava ora dritta e terminava con delle belle spalle larghe. Il collo lungo sosteneva una testa piena di capelli neri e il suo volto era quello di una donna giovane e in salute. Clara guardò l’uomo dietro al bancone e disse come una supplica: “Che cosa sta succedendo?”. Il libraio sorridendo le rispose:” Non si preoccupi Clara, vedrà che presto le sarà tutto più chiaro, intanto però…il libro rosso, me lo può portare?”
Clara si affrettò verso il bancone e vi appoggiò il libro. “Bene, bene…vediamo un po'” disse il signor Edward “Apriamo a pagina 82”. “Come i miei anni” constatò Clara. Il libraio iniziò a leggere: “la piccola Clara se ne stava in lacrime sulla panchina del parco e ripeteva alla mamma, che cercava di consolarla, che mai si sarebbe data pace per aver perso il suo orsacchiotto preferito, un piccolo orso bianco che il padre le regalò per Natale. L’aveva lasciato sul prato e l’aveva perso di vista solo per pochi minuti. Quel giorno il vento era capriccioso e fece rotolare il piccolo orso lontano dal parco giochi. L’orsetto finì in un vicolo accanto. Un bimbo che usciva di casa proprio in quel momento lo vide ed esclamò” E tu che ci fai qui tutto solo?” si guardò intorno e non vide nessuno. Abbracciò l’orsacchiotto e felice tornò nella sua casa. Mai prima di allora aveva posseduto un gioco così bello. I suoi genitori faticavano a portare il pane sulla tavola e i giocattoli erano un lusso che non potevano permettersi. Per la prima volta nella sua breve vita ricevette un regalo e per questo ringraziò il vento e il Natale.” Clara ascoltava incantata e quando Edward smise di parlare lo guardò confusa: “Questo mi successe da piccola, perdetti il mio orsacchiotto e piansi per giorni. Sono contenta di sapere che è stato adottato da un bambino molto speciale. Grazie”.
Il libraio la guardò da sotto le lenti degli occhiali con sguardo amorevole e divertito e disse: “ora apri il libro ad una pagina a caso, fatti consigliare dal tuo cuore”. Clara acconsentì con un cenno del capo e prese in mano il libro, chiuse gli occhi e lo sfogliò come fosse una preghiera. Aprì il libro a pagina 88 e lo porse al libraio. Edward iniziò a leggere: “La ragazza camminava imbronciata per la strada innevata con il berretto ben calato sulla fronte, le mani in tasca e tanta voglia di piangere. Era la notte di San Silvestro e sua madre non l’aveva fatta andare ad una festa con gli amici” Clara pensò che anche lei una volta fece lo stesso con sua figlia e si era sentita in colpa a lungo perché si trattava di una punizione inferta in un attimo di rabbia. Edward continuò: “All’improvviso vide un grosso cane bianco correre verso di lei e rimase immobile raggelata dalla paura.”. “Tobia fermo!” sentì gridare poco distante. La voce proveniva da un ragazzo che stava arrivando dall’altro lato della strada “Scusami, mi si è allentato il collare e questo furbastro ne ha approfittato per farsi una corsa. Non ti preoccupare, è buono, non ha mai fatto del male a qualcuno”. “C’è sempre una prima volta” rispose la ragazza sempre immobile e con gli occhi sbarrati”. Il cane la annusava e lei vide che non aveva cattive intenzioni, scodinzolava e annusava, annusava e scodinzolava. Si fidò a mettere la sua mano sotto al naso del cane, poi provò ad accarezzarlo. Era morbido e caldo. A quella carezza il cane le saltò addosso e cominciò a leccarle il viso. Lei rise e cadde a terra per la mole di Tobia. “Attenta! Tobia sei morto, è la volta che ti abbandono”. La aiutò a rialzarsi mentre lei continuava a ridere. “Mi chiamo Thomas, e tu sei …” “Io sono Aurora”.”
Clara sussultò e mentre Edward leggeva esclamò “E’ mia figlia, mia figlia si chiama Aurora, e mio genero è Thomas. Ma com’è possibile?”.
“Se lo dici tu sarà così” disse il libraio che la stava guardando sempre sorridendo. “Quindi quella sera mia figlia ha conosciuto il suo futuro marito. Non mi ha mai raccontato questa storia, era troppo impegnata a farmi sentire in colpa, e io ci sono rimasta male per settimane, quella volpe” e le scappò un sorriso.
“Ora mia bella signora scelgo io una storia”, disse il libraio. Aprì il libro rosso ed iniziò: “In quel letto di ospedale la donna stava rivivendo la sua vita, le vennero in mente i momenti più belli e si disse che in fondo era stata fortunata. Era stata una vita difficile, di stenti a volte, ma non le era mai mancato nulla in fondo. Pensò alla sua bellissima figlia, a quando si accoccolava tra le sue gambe mentre lei, sulla sedia a dondolo, leggeva storie di pirati e di magia.” Clara di nuovo spalancò gli occhi e si mise una mano sulla bocca mentre un singhiozzo si faceva strada insieme alle lacrime. Sua madre era stata una donna forte e autorevole, ma capace di momenti di estrema dolcezza. Non si era mai perdonata di non averla salutata un’ultima volta in quel freddo letto di ospedale. Non pensava fossero i suoi ultimi momenti e quando ricevette la sua chiamata la liquidò in fretta e furia, aveva gente a cena e voleva che tutto fosse perfetto. Che follia! Edward continuò:” Pensò che l’aveva cresciuta bene, forte e indipendente. Aveva voglia di vederla, ma non se ne fece un cruccio. Qualche giorno prima era passata e avevano chiacchierato a lungo. L’aveva rimproverata perché Clara era impensierita da una cena che avrebbe avuto quel giorno. La donna col tempo aveva capito che l’unica cosa con cui valeva la pena fare bella figura era la propria coscienza e non apparire perfetti davanti agli altri. Ma era sicura che anche la sua Clara un giorno l’avrebbe capito e allora sarebbe stata libera, proprio come lei. Se ne andò serena con questo pensiero per sua figlia e per tutte le persone che avevano fatto parte della sua vita. Vide chiaramente come questo viaggio a volte meraviglioso e a volte doloroso fosse solo un ritorno a casa.”
Edward smise di leggere e Clara piangeva, ormai preda di singhiozzi inconsulti.
Ma quelle lacrime la liberarono dai sensi di colpa, dalla tristezza di essere ormai un peso per tutti, dalle preoccupazioni che la abitavano, più piangeva e più stava meglio, più viveva la sua tristezza e più si sentiva libera. Stava attraversando quel dolore che per troppo tempo aveva fatto finta di non vedere, ora ce l’aveva davanti, addosso, ne era pervasa, e così quel dolore la lasciò, se ne andò come una nebbia che si dirada. Crollò sul pavimento sfinita e si addormentò per un tempo che non seppe dire.
Si risvegliò fuori dalla piccola libreria, si guardò le mani ed erano di nuovo le sue, con le sue grinze e le sue macchie. Le baciò in un impeto di dolcezza.
“Mamma!” sentì gridare dietro di lei. Era Aurora, la riconobbe. La donna le corse incontro e l’abbracciò: “Sono ore che ti cerchiamo, cosa ti salta in mente? Ma sì cosa ti parlo a fare, forse manco mi riconosci”. Clara la seguì docilmente, era ancora confusa, ma non aveva più paura”. Si avvicinò all’orecchio di sua figlia e disse: “Vuoi ancora andare al veglione di Capodanno con Sara e le altre? Se vuoi ti faccio andare sai, ma guarda che non conoscerai mai tuo marito” e scoppiò in una grassa risata.
Aurora la guardò stranita e le uscì una lacrima, strinse forte a se la mamma e insieme tornarono a casa.
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