La breve storia di Naitsirc
Era il 16 dicembre 2025. Faceva freddo, ma non quel freddo che ti taglia la pelle. Era una sera normale, quasi tranquilla. Io però tranquillo non lo ero affatto. Ero in ospedale, nella stanza del mio migliore amico, Naitsirc. Quattordici anni, ma da cinque combatteva contro un tumore al fegato che gli aveva portato via tutto: infanzia, sogni, normalità. Eppure lui… lui ci provava sempre. Anche quando stava male, anche quando non aveva più forze, trovava un modo per sorridere. Ed era questo che mi faceva più male: vedere uno come lui, che voleva solo vivere, inchiodato a un letto. Il giorno prima il dottore gli aveva detto la verità. Una verità che nessuno dovrebbe sentire: «Non c’è più nulla da fare.» Quella frase gli aveva spento gli occhi. Non era più lui. Quella sera abbiamo provato a giocare alla Nintendo Switch, e qualche risata gli è uscita… ma erano risate leggere, come se venissero da lontano. Quando si è fatto tardi gli ho detto “buonanotte”, ma non avevo nessuna intenzione di dormire. Avevo paura. Paura che stesse troppo male. Paura che gli venisse in mente qualcosa di assurdo. Paura di perderlo. Poi, ovviamente, il sonno mi ha fregato. Mi sono svegliato di colpo per la sua tosse, forte, ripetuta. Mi sono alzato subito, pronto a chiamare un medico, ma lui mi ha fermato:«Aspetta… sto bene. Vieni qui.»Mi sono seduto accanto a lui. Mi guardava in un modo che non avevo mai visto. Stava per piangere. «Io non ce la faccio più» mi ha detto. «Questo dolore mi sta distruggendo. Io voglio smettere di soffrire. «Ti prego… aiutami.» Mi si è gelato il sangue. Io non volevo perderlo. Volevo tenerlo qui, con me, ancora un po’. Ma lui piangeva, e nelle sue lacrime c’era tutta la verità che avevo sempre cercato di ignorare. «Per favore» ha ripetuto. «È il mio ultimo desiderio.» Io tremavo. Non ero un adulto, non ero un medico. Ero solo un ragazzo che voleva bene al suo migliore amico. Alla fine gli ho detto: «Ok… lo faccio. Ma solo perché ti voglio bene.» Lui mi ha stretto la mano. «Grazie» ha sussurrato. Non dirò cosa ho fatto, né come. Non serve. Non è quello il punto. Quello che conta è che, mentre la flebo scendeva lenta, il respiro di Naitsirc diventava sempre più leggero, come se finalmente il dolore lo stesse lasciando andare. Gli ho tenuto la mano fino all’ultimo battito. Poi gli ho messo la sua canzone preferita, piano, come un saluto. Quando il dottore è entrato, ha capito tutto. E ha fatto una cosa che non dimenticherò mai: si è preso la colpa. Perché qui, dove viviamo noi, la pietà è ancora un reato. Oggi lui è in carcere. E io vivo con un peso che non so spiegare. Margherita Hack diceva che la vita è nostra, e dovremmo essere liberi di disporne come vogliamo. Aveva ragione. Se l’eutanasia fosse legale, nessuno avrebbe pagato per un gesto nato dall’amore. E io, dopo tutto questo, ho capito una cosa che non dimenticherò mai: A volte amare significa lasciare andare, anche quando il nostro cuore implora di trattenere.
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