Storia · capitolo 1

Capitolo 1

L'insetto di Gianmaria Simone Indolfi

L’INSETTO

Ero nella mia stanza. Un caldo cocente, da estate inoltrata, di quelli di cui non si sente la mancanza per almeno un ventennio.

Sdraiato a pancia in su, braccio dietro la testa, l’ho visto per la prima volta, in alto, sul mio soffitto. L’insetto.

Era lungo e affusolato, nero di pelo con striature rosse e bianche lungo la parte superiore del dorso. Le ali pelose coprivano gran parte della sua metà inferiore. La testa era ben in vista, invece, con quelle lunghe antenne simili a quelle di uno scarafaggio. Non riconobbi immediatamente la specie, pensai anzi che fosse davvero curioso come insetto, diverso da qualsiasi abbia mai schiacciato.

Cercai di non curarmene troppo mentre la mia attenzione tornava sul grande nemico con cui combattevo le mie giornate di ferie dall’azienda. Il caldo.

Non si era mai visto un caldo così. Per ventuno giorni aveva tormentato la parte più depressa della Pianura Padana insieme a un’umidità che aveva del tropicale. La difesa era la stessa di sempre: persiane chiuse, ventilatore acceso, una scorta di bibite fresche, magnesio e sigarette per lasciar passare i pomeriggi. Che ironia: passare dalla prigionia in un ufficio a quella nella propria casa, senza abbastanza soldi per andare in vacanza in un posto fresco, senza abbastanza energia per realizzare qualcosa detto “di scopo”.

Le coperte erano inzuppate del mio sudore e sulla federa del cuscino si allargavano pezze scure in più punti. Farsi un’altra doccia? Impensabile, sarebbe stata la quarta quel giorno. Alzarsi per prendere qualcosa dal frigo? Perché no.

Raggiunsi il minifrigo vicino ai fornelli con il passo di un bradipo ubriaco, soffocando un rutto, pulendomi la fronte e boccheggiando per quel poco di aria stantia rimasta nell’appartamento. Lo aprii: la Cola era finita, c’era rimasta solo acqua di sottomarca.

Mentre allungavo la mano per dissetarmi, lo sentii per la prima volta. Il ronzio era ritmico e cadenzato, vibrante, come quello di un piccolo elicottero telecomandato.

Zzzzzzz

Sollevai la testa. Il soffitto era vuoto e i miei occhi l’avevano perso.

Io li ho sempre odiati gli insetti. Da piccolo, giocando nel parchetto di fronte a casa, sono finito contro un formicaio e una formica mi è salita fin dentro i pantaloncini, fin sotto le mutande, fin dentro al pisello. Ho pianto per un'ora.

Dopo quell’evento ho iniziato a nutrire un odio motivato e pieno di disgusto verso quelle piccole creature nerastre, che volassero o meno, che avessero quattro od otto zampe. Decisi che avrei fatto di quell’esemplare il mio passatempo per il pomeriggio, non senza un po’ di compiacimento.

Partii per una rapida ricognizione, ma senza molto successo. Negli angoli non c’era, così come mancava da tende, pareti e soprammobili. Nel bagno notai che la tapparella della finestra non era completamente abbassata: poteva essere uscito da lì, ma non ne ero sicuro.

Decisi di chiudere fuori il caldo, ed eventuali altri insetti, riportando il buio completo nella stanza.

Un’improvvisa sensazione di secchezza mi fece tornare al mio proposito originale, mettendo temporaneamente in pausa la caccia. Di nuovo in salotto, mi concessi un bicchiere d’acqua pieno fino all’orlo. La sensazione rinfrancante venne accompagnata da una dolce visione che placò quasi del tutto i miei spiriti.

Luna. La mia begonia comprata al trasferimento nel nuovo appartamento. Osservarla sullo stipo vicino alla finestra del salotto, alta e fiera, mi riempiva di un certo orgoglio, del tipo che si prova per non aver fatto morire o appassire niente per un anno intero.

Colto da un impeto di simpatia, pensai che anche lei stava soffrendo il caldo quanto me e, dopo essermi pulito la fronte, riempii di nuovo il bicchiere d’acqua. Lo versai piano, con cura, ruotando il vaso mentre lo facevo. Quasi mi lasciai andare al ricordo della prima volta che la vidi, sola, in cima allo scaffale del negozio, quando l’inaspettato colpì una volta ancora.

L’insetto. Era su una delle sue foglie.

Grande, molto più grosso di quanto appariva sul soffitto, il bestio peloso presentava un apparato boccale di tipo masticatore e quelle fauci erano spalancate sulla verde purezza della mia Luna.

Quasi non feci cadere il bicchiere per lo spavento. Poi, alla sorpresa e al disgusto, subentrò la rabbia.

Non osai prendere uno spray per quella creatura. Poteva ferire Luna, e comunque un affronto tanto grande meritava una punizione esemplare. Raccolsi perciò una palla di carta igienica dal bagno e rapido tornai in salotto, curvo e con un passo silenzioso da cacciatore.

Avvicinai il gomitolo con la mano destra, allungando al tempo stesso il collo per vederlo meglio e per non sbagliare. Le sue grosse zampe nere erano in bella vista: potenti, lunghe, poteva spiccare grandi balzi con quelle.

Vidi le sue ali sollevarsi. Non fui abbastanza veloce.

Urlai. Gettandomi a terra, urlai.

Mi dimenavo come un ossesso, cercando di togliermelo dalla faccia, quando di colpo mi ritrovai in piedi. Occhi su Luna: non c’era più. La visione del mio occhio sinistro si era però fatta inaspettatamente sanguinolenta. Oddio.

Corsi in bagno strofinandomi l’occhio, accesi la luce e lo vidi riflesso nello specchio. O almeno, vidi una parte di lui.

Una zampa lunga e nera usciva da sotto la mia palpebra superiore. Non esitai a colpirmi l’occhio per schiacciarlo del tutto, ma il ronzio successivo mi disse che se n’era andato da lì e ora tutto ciò che sentivo era un acuto dolore al lato sinistro del volto.

Zzzzzzz

Mi lavai la faccia, imprecando e maledicendo. Il ronzio si fece solo più forte mentre versavo collirio nella sclera sanguinante e ancora rabbrividivo per lo schifo.

Mi voltai e lo vidi sul soffitto del corridoio. Sudato, infuriato e privo di alcun tipo di pietà, giurai che l’avrei ammazzato quel bastardo.

Mi tolsi la maglietta, provando una rinfrancante situazione di freschezza. A petto nudo, a gambe nude, con addosso le mutande per ovvie ragioni, valutai la mia prossima mossa.

Arrotolai una rivista lasciata vicino alla televisione scegliendola come arma per la battaglia imminente. Presi la sedia, la portai in corridoio. Salii, colpii e mancai.

Ruzzolando a terra, mi feci male alla schiena e imprecai di nuovo. Ora l’insetto volava qua e là, ronzando rumorosamente nelle mie orecchie, come a sfidarmi, e posandosi ogni volta sempre più in basso. A portata. Tremendamente vicino.

Prima di uno dei colpi successivi, notai con orrore che aveva non uno, ma due paia di ali! Questo spiegava quel fastidioso rumore e la velocità con cui evitava tutti i miei colpi. Con tale potenza di lancio e tale capacità aerodinamica non era un mistero che fosse tanto difficile da prendere. I colpi successivi, comunque, danneggiarono più la mia proprietà che lui.

Un bicchiere, che si infranse a terra. La tv, il cui schermo venne irrimediabilmente scheggiato. Il comò, la sedia su cui sono inciampato e un soprammobile sopra la libreria.

Ansimando, mi rialzai da terra e gattonai fino all’impudente, poggiatosi stavolta proprio sul pavimento. Le ali ben ritte mostravano finalmente il suo addome, un enorme globo nero contenente chissà quali schifezze. Più su ancora, in cima all’addome, un elemento che non avevo calcolato. Un pungiglione.

La bestia si gettò contro la rivista, sulla mia mano destra, pungendo talmente forte da farmi urlare e mollare la presa. Non avrei mai immaginato fosse in grado di una cosa del genere e per la prima volta balzai indietro, più stupito che arrabbiato.

L’insetto era di nuovo a terra, a prendermi in giro. Schiantai il dorso della sedia sopra di lui, ma anche stavolta tutto si risolse in un nulla di fatto.

La mano mi pulsava da morire e osservandola con attenzione la vidi gonfiarsi e diventare prima rossa e poi viola. Un’emozione primordiale si impadronì di ogni fibra del mio corpo. L’insetto non era più un malvoluto ospite, né un fastidioso avversario: era pericoloso. Provai paura.

Alzandomi in piedi realizzai che neanche sapevo di quale specie fosse quella creatura: se fosse velenosa? Se mangiasse carne umana?

Lo vidi di nuovo in cima al soffitto, nell’angolo tra la finestra del salotto e la cucina. Ronzava, batteva contro le pareti. Poi, si posò.

Lo vidi spalancare le ali e inarcare il torace. Capii che l’addome non era l’addome, ma altre quattro paia di zampe, lunghissime, che afferravano le pareti del mio appartamento come a stritolarle. Era adesso simile a un misto tra un insetto stecco e una zanzara, con un torace nero, rosso e bianco, e quattro ali e otto zampe, quattro delle quali erano più lunghe del normale.

Il pungiglione c’era sempre. Così come quelle mandibole affamate e pelose.

Feci un passo indietro. Mi parve di essere tornato a tanti anni prima, a quel formicaio, a implorare pietà senza che la natura si degnasse di darmi ascolto.

“No…” dissi.

Le ali iniziarono a battere. Il ronzio riprese.

“No!”

Era in volo. “No! No! No! No!”

Tutto quel boccheggiare fu la mia rovina. L’insetto mi centrò in pieno, non sul petto, non sulla gola, non sul viso, ma dritto dentro la bocca.

Mi rotolai a terra con l’impulso di vomitare ma senza la capacità di farlo. Lo sentivo vicino all’ugola, poi nella gola, infine ancora più giù, dentro di me.

Il mio orgoglio rimanente tornò a voler uccidere la bestia. Iniziai a colpirmi nello stomaco, poi corsi al frigo, quasi scardinai l’anta e ingurgitai una bottiglia intera della fresca acqua che tanto gelosamente avevo custodito.

Ero un disastro. Sanguinante per i cocci di vetro del bicchiere di prima, con l’occhio sinistro rosso scarlatto, il corpo sudante, al culmine della disperazione.

Nonostante l’acqua appena bevuta, ancora lo sentivo ronzare. Al mio interno, pronto a farsi largo tra le mie viscere con quel terribile pungiglione.

Mi veniva da piangere, ma non ci riuscivo. Non avevo idea di come fuggire da quella situazione, né di cosa fare per potermi difendere e, per un attimo, ho quasi contemplato di morire lì: disidratato, avvelenato, con quell’insetto che scavava nel mio cadavere per deporvi migliaia, milioni di uova.

Oddio, e se davvero avesse potuto deporre? Già m’immaginavo le innumerevoli larve che avrebbero iniziato a scorrermi sottopelle, quando qualcosa di ancor più terrificante raggiunse le mie orecchie. Il silenzio.

Il ronzio era cessato, ma invece di urlare di gioia pensando che i succhi gastrici avessero fatto il loro lavoro, la paura non smise di attanagliarmi, bensì aumentò.

Ero tanto ossessionato dalla creatura che l’immaginavo posata all’interno del mio stomaco, al sicuro dai succhi, pronta alla sua prossima mossa. Mi tornava alla mente l’immagine di poco prima nell’angolo del soffitto, il modo in cui la creatura aveva spalancato le zampe rimanenti e inarcato il torace, ancora e ancora.

Non capii mai bene il perché, ma quella modifica, quella trasformazione, mi era parsa un presagio nefasto sulla mia esistenza passata, presente e futura. Una nemesi che si rivelava ai miei occhi. Una morte in agguato, in attesa solo dell’occasione giusta.

Dentro di me l’insetto srotolò le striature bianche e rosse attorno al suo corpo per aprirsi in una mostruosità di aculei, artigli, pungiglioni e denti aguzzi. Ogni uncino lacerava le pareti del mio stomaco, ogni morso scavava la sua via verso il mio cuore.

Senza aria, senza speranza, sentivo la bestia che si divaricava e faceva più grossa, gigantesca, rivelando ogni volta più aculei e più zampe. Ora mi uscivano dalla bocca, ora uscivano dalle narici, ora salivano da sotto gli occhi.

Urlai di nuovo, poi il nulla. L’oblio della mente che cede quando giunge al “troppo” e preferisce chiudere il sipario piuttosto che andare avanti.

Mi svegliai qualche minuto più tardi con un gran mal di testa e cocci di vetro su tutta la schiena. Dalla pancia nessun rumore, ma non mi sentivo ancora al sicuro.

Raggiungendo il bagno per farmi una doccia, notai la finestra del bagno aperta. La tapparella era stata sollevata abbastanza per permettere a un insetto di fuggire.

Tempo dopo iniziai a informarmi di più su quelle creature, un interesse legato non poco all’aggressione di cui ero stato vittima. Scoprii che la specie più simile all’insetto nella mia stanza apparteneva ai lepidotteri primitivi, più precisamente al lepidottero chorealis, la farfalla danzatrice del Gondwana. Naturalmente estinto da millenni, non si conoscono resti di esemplari che presentino un pungiglione, né tantomeno otto zampe e quattro ali.

Qualche giorno dopo feci una follia. Appoggiandomi alla numerazione dell’alfabeto italiano, giocai al lotto i numeri che componevano il nome dell’insetto. Con mia grande sorpresa, vinsi qualche centinaio di euro. Comprai un buon condizionatore che mi permise di superare con facilità quella lunghissima estate e questa è la fine di quella storia.

Ancora non so dire se si sia trattato di un momento di follia causato dal troppo caldo, o se l’insetto ci fosse davvero e avessi finito per inghiottirlo. Tuttavia, questa vicenda mi ha dato modo di riflettere sulla mia esistenza patetica e le mie sciocche fissazioni. C’è qualcosa che fa molta più paura di un insetto là fuori e non ha otto zampe, né mandibole voraci.

Il fato. L’ineluttabile destino che attende ognuno di noi. Dietro ogni angolo, oltre ogni finestra, in ogni momento e per nessuna ragione precisa.

Ogni tanto lo sento ancora, l’insetto. Il ronzare del condizionatore mi fa svegliare nel cuore della notte coperto di sudore, e non per il caldo stavolta.

Lo spegnerei una volta per tutte, ma sapete com’è. Questa lunghissima estate sembra non finire mai.

Zzzzzzz


- Gianmaria Simone Indolfi, @officialschiele

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