Capitolo 1
LA FAVOLOSA STOCCOLMA
Stoccolma, 1979.
Il nodo windsor sfilava stretto sulla cravatta Marinella in seta blu polvere. Il magnifico direttore Gustaffson sorrideva soddisfatto allo specchio, e nello scintillio delle pupille, vedeva soltanto la più sincera ammirazione. Un sorriso impeccabile su denti impeccabili, una curata e impeccabile capigliatura di un impeccabile colore naturale giallo canarino, tutto delineava il volto di un uomo che lo si poteva dire, ce l’aveva fatta. Dopo anni di lavoro finalmente aveva tutte le carte in regola per la resa di Petersson e la firma per la fusione. Puntellò i gemelli sulle maniche, si diede una spruzzata di profumo, non quello solito, quello più costoso, da grandi occasioni, e con un occhiolino di buon augurio lasciò il loft che gli faceva da castello per arrivare all’ufficio che quel giorno sarebbe stato campo di battaglia, una battaglia finita, una battaglia già vinta. Arrivò con due ore di anticipo, un po’ per controllare che tutto fosse in ordine, un po’ per pregustare il successo che avrebbe suggellato nero su bianco la mattina stessa. Si riempì una tazza di caffè, accese a basso volume il televisore sul notiziario mattutino per compagnia e si rituffò sui documenti per avere riconferma del suo successo. Per quanto provasse a concentrarsi non riusciva a smettere di figurarsi la scena: Petersson che fa il suo ingresso nella filiale, con l’occhio apatico di chi non ha più carte da giocare, e che non gli resta nulla se non salvare la dignità e riconoscere la superiorità altrui. sarebbero entrati nella sala conferenze, più pulita e sfavillante che mai. La sera prima aveva fatto accendere delle candele profumate alla vaniglia da tenere tutta la notte, e stendere la cera così da potersi specchiare sul pavimento. Anche i dipendenti dovevano brillare, per i pochi ammessi allo spettacolo crudele della battaglia e resa finale dovevano venire vestiti meglio che per il loro matrimonio, quelli rimasti fuori dalla sala conferenze dovevano mostrarsi indaffarati anche quando non lo erano, ma soprattutto sani e sorridenti come una famigliola in vacanza al mare. Il trillio elettrico del telefono lo riportò alla realtà. In pochi secondi gli passò davanti la sua intera carriera. Chi poteva essere? Petersson? A quell’ora? I contatti di prima mattina non portano mai buone nuove, ma nuove brighe da sbrigare in fretta e furia prima che si moltiplichino. Non poteva credere che dopo tutti quei mesi di sofferto lavoro e accordi risicati si permettesse di chiamarlo la mattina stessa della firma e mandare tutto in malora. La fronte accigliata si condensò di sudore, mise i gomiti sul tavolo, si schiarì la gola, prese in mano la cornetta e rispose quasi cantando in falsetto.
“Qui Erik Gustaffson”
“Buongiorno direttore”
Una voce stridula e sottomessa sciolse le tensioni, Gustaffson dispiegò la fronte. Non era nient’altro che il contabile Lars Lindberg.
“Buongiorno Lars, è tutto pronto per oggi?” la voce si abbassò di tre ottave.
“Sì direttore è tutto pronto, tutti i documenti sono organizzati sulla mia scrivania.”
“Bene. mi raccomando, sia puntuale.”
“Direttore in verità oggi non credo di poter venire a lavoro.”
“Come sarebbe a dire che non può venire?”
“Sono costernato, ma mi sono svegliato con un’incredibile voglia di cazzo.”
“Voglia di cazzo?”
“Esattamente.”
“Sta dicendo sul serio?”
“Sì direttore, al solo pensiero mi sento avvampare, mi sono svegliato in un bagno di sudore stamattina, capirà che non è cosa da sottovalutare.”
Passò un attimo senza che nessuno dei due dicesse niente. Un sospiro scocciato si fece largo tra i denti serrati del direttore.
“Capisco Lars, stia pure a casa. Mi raccomando, si riprenda.”
“La ringrazio direttore, in bocca al lupo per la fusione.”
Erik si concesse qualche secondo di frustrazione disteso sulla sedia. Andò alla scrivania del contabile ed estrasse il necessario dal cassetto che in un grugnito fece sbattere in un movimento così esagerato da liberare un ciuffo di capelli sulla fronte. Prese un attimo per ricomporsi e tornò in ufficio a controllare che anche quei documenti fossero in ordine. Si erano fatte quasi le sette e un quarto, meno di un’ora e sarebbero arrivati i suoi dipendenti, quando squillò nuovamente il telefono. I nervi guizzarono alle stelle, in pochi attimi si accostò alla scrivania. Di nuovo si schiarì la voce prima di rispondere.
“Qui Erik Gustaffson”
“Sì, buongiorno direttore.” stavolta era Alma, la responsabile al servizio clienti.
“Alma, buongiorno. Mi dica subito, ho molto da fare.”
“Mi scusi se la disturbo direttore, ho avuto un imprevisto stamattina, non riesco a venire in ufficio.”
“Cosa le è successo?”
“Ecco… mi sono svegliata e mi sembrava di sentire un odore molto forte di ostriche, anche se io non ho ostriche in frigorifero, non ho mai comprato ostriche in generale. Ho ribaltato la casa per capire da dove venisse, ci ho perso la testa tutta la mattina ma non ho trovato niente.”
“Dove vuole arrivare con tutto ciò?”
“Le ostriche non ci sono, ma io le sento tutt’ora, addirittura mi è venuta voglia di mangiarle, e io odio le ostriche. È sintomo inconfondibile di una profonda e incontenibile voglia di leccare la fessa direttore, le è mai capitato?”
“Mai sentito nulla del genere.”
“Credo di aver bisogno di un po’ di riposo direttore.”
“E lo avrà. Si rimetta.”
Mise giù senza salutare, sempre più innervosito. Mentre tentava di ricongiungersi con la concentrazione si sentì sudare, e non riuscì a togliersi il fastidio del pensare alle goccioline che invadevano la camicia e si riunivano in degli aloni ovali. Ma ebbe poco tempo per preoccuparsi, non passò molto prima che le chiamate si accavallassero sulla segreteria. Parlò il segretario che disse di essersi svegliato con un cazzo sul naso e che non gli era dispiaciuto, un altro non riusciva a smettere di ballare sulle note di “Dancing queen” degli ABBA. La responsabile alla comunicazione disse di aver sentito un irrefrenabile spinta a comprare stivaletti della dr. Martens abbinabili a una giacca di jeans comprata al mercatino dell’usato la settimana prima. Quando anche l’ultimo dipendente fu esonerato dopo aver fatto apprezzamenti di natura sessuale con tanto di invito a cena nel ristorante più elegante della capitale al suo superiore, Gustaffson rimase l’unica persona in ufficio disponibile per la giornata. Il fiero direttore era ormai un bagno di sudore, il completo sgualcito e la cravatta allentata lo accompagnavano nella rapida discesa di stile che avrebbe dovuto sfoggiare nella sala conferenze che come previsto splendeva, perfetta per la riunione che avrebbe tenuto in meno di un’ora. Il telefono squillò di nuovo, Erik con la testa fra le mani rispose in tono sommesso.
“Pronto?”
“Carissimo Gustafsson, è un buon momento per parlare?”
“Petersson!” squittì in acuto “Mi dica tutto.”
“Credo che non sia possibile continuare con l’incontro di oggi”
Erik alzò gli occhi al cielo.
“Si è verificato qualche problema?”
“Niente di grave, si tratta del notaio. Si è svegliato stamattina con una grave forma di frociaggine. Sembra sia in giro di questi tempi.”
“Sì, ne ho sentito parlare.” girò la testa e sgranò gli occhi sul notiziario.
“Ho paura di dover rimandare alla prima data utile se non è un problema.”
“Certamente, ora devo andare. A presto”
Mise giù la cornetta e si alzò fino a trovarsi a un palmo dalla televisione. La scritta del notiziario recitava "uffici del Socialstyrelsen occupati da centinaia di manifestanti." e in sottotitolo "Stoccolma è favolosa"
Fino al 1979 in Svezia l’omosessualità era ritenuta legalmente una malattia. Una grande manifestazione andò ad occupare gli uffici governativi. Negli uffici dei lavoratori scioperanti arrivarono numerose chiamate: “Oggi non vengo a lavoro, mi sento gay.”
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