Capitolo 1
Sono una donna di polso.
Sempre stata. Anzi, no.
Fino a circa ventisette anni sono stata una vera mozzarella. Neanche di bufala, se mi consentite la battuta.
Intendiamoci, non che fossi mansueta, o debole, o indecisa.
Se mi mettevo in testa una cosa la perseguivo fino in fondo. E poi avevo, ho, una predisposizione alla “guida”, alla leadership come oggi ci piace dire.
Tuttavia, molto spesso, mi comportavo come un’inetta, una timidissima ragazza che sembrava uscita da una famiglia ottocentesca. Frenata, spesso, dal senso del dovere, dall’obbedienza, dalla responsabilità.
C’è voluto un po’ per imboccare la strada dell’autostima, per dare spazio alla consapevolezza di avere delle doti.
Da una ragazza in silenzio sono passata ad una donna che dice quello che pensa. Anche se non richiesto. Soprattutto se non richiesto. Di fronte a qualsiasi situazione.
Il che ha comportato “incidenti diplomatici” in alcune situazioni formali che, ancora oggi, faccio fatica a tollerare.
Sono una donna di polso. Così tanto che li ho rotti entrambi nell’arco di due anni. Un karma? Non voglio sapere.
Non so se ne siete a conoscenza, ma le ingessature in questi casi sono inclementi. Oserei dire impietose.
Le attuali teorie in campo medico impongono che, in caso di brutte fratture come la mia, l’arto vada ingessato fino alla ascella e la parte terminale si immobilizza…storta.
Si, si. Proprio storta. Con le dita della mano che guardano ad est (o a ovest a seconda dei casi) e il resto dell’arto in direzione diametralmente opposta. Storpi, insomma. Pare che faciliti la riabilitazione post gesso.
Quando mi sono rotta il primo polso, quello destro, i medici sono stati particolarmente creativi. Ma anche volutamente omertosi.
Ne ho capito il motivo a posteriori: se mi avessero informato sulla operazione che avrebbero fatto ne sarei stata spaventata e, indubbiamente, non avrei affatto collaborato alla tortura inflitta.
Ecco i fatti.
Era, manco a dirlo, il diciotto di agosto di due anni fa. Con mio marito e il nostro cane tornavamo a casa dall’Abruzzo per controllare che la situazione fosse a posto. Il mio papà novantenne era voluto rimanere a casa perché non voleva strapazzi. Con mio fratello ci eravamo organizzati con blitz periodici per monitorare la situazione. Quel giorno saremmo ripartiti di nuovo in direzione montagna abruzzese, con frescura annessa, nel tardo pomeriggio.
Con la mente ero già di nuovo lì.
Come una macchina da guerra macinavo lavori domestici, spesa e provviste, lavatrici e panni stesi. A guidarmi il pensiero di tornare tra le mie amate montagne, le mattine silenziose, con le rondini che volteggiavano tra un tetto e l’altro.
E invece, caparbiamente, mi impuntai su una sciocchezza al momento della partenza da casa: il cane aveva bisogno di scendere dalla macchina perché agitato.
Hai voglia mio marito a dissuadermi. Non ci fu verso.
Il cane, Pan, un meticcio maremmano dagli occhi color miele, agitato sì, ma per nulla convinto di voler scendere, mi pregava con lo sguardo.
“Mamma, lasciami qui. Voglio stare sul sedile.”.
Ma io, donna di polso, non mi lasciai commuovere da quello sguardo bugiardo.
“Non esiste che comandi lui!”, replicai ferocemente ad entrambi i maschi, uno umano e l’altro quasi, della compagnia.
Così, da fuori la macchina, tirai il guinzaglio del cane arretrando con forza, strattonando il povero animale ancora più impaurito, fino a…perdere l’equilibrio e a cadere rovinosamente sul mio di dietro appoggiando tutto il peso del corpo sulla mano destra.
Crac.
Un nettissimo rumore al primo colpo.
Mi guardai la mano: disegnava un angolo di novanta gradi precisi.
La sollevai aiutandomi con l’altra. Ebbi davanti a me la scena di Harry Potter, fratturatosi il braccio dopo esser stato colpito da un bolide stregato durante una partita di Quidditch. L’Incantesimo “Ripara Fratture”, eseguito in modo inappropriato dal professor Gilderoy Allock, gli aveva eliminato tutte le ossa.
Ecco. Io ero nella stessa condizione. Ma io non avevo né streghe, né maghi intorno, con bacchette magiche e pozioni miracolose.
Mestamente tornammo a casa. Riportammo il cane, mesto pure lui e con un senso di colpa evidente, e ripartimmo in direzione pronto soccorso.
Erano appena le sette di sera. All’una di notte, con un dolore indicibile alla mano che rasentava lo svenimento, eravamo ancora lì.
Dissi a mio marito che volevo tornare a casa: avevo bisogno di dormire. Un antidolorifico e una fasciatura momentanea forse mi avrebbero fatto passare una notte tranquilla. Saremmo tornati l’indomani mattina di buon’ora.
Infatti, andò così. Almeno riposai.
Tornammo al pronto soccorso con le radiografie in mano (una furbata consigliataci dalla nostra farmacista per accorciare i tempi di attesa). Dopo circa un’ora ero di fronte al plotone di ortopedici e infermieri.
Mi ricordo il silenzio: guardavano il monitor, poi si scambiarono un’occhiata senza esitazioni.
“Ok. Procediamo”.
“Signora, si accomodi nella stanza accanto: la ingessiamo”.
Erano in tre a tenermi. La tecnica applicata fu il “tiraggio”. Nulla da invidiare alle pratiche della Santa Inquisizione.
Ti tirano l’arto come se dovessero allungarlo a dismisura. L’obiettivo, nobilissimo e funzionale, è quello di riallineare la frattura, in questo caso scomposta, in modo da evitare un possibile intervento chirurgico. La pratica avviene “a freddo”, senza anestesia. Coerentemente con l’Inquisizione.
Non svenni.
Ricordo di aver piantato le unghie sul collo di un medico, questo sì.
Dopo, mi fecero rimanere seduta per un po’ perché avrei potuto avere un capogiro. Teneri, loro, a preoccuparsi a posteriori.
Uscii dalla stanza con un cigno di gesso per compagno. Sembravo un ventriloquo che portava a spasso il suo pupazzo.
Il braccio era stato era stato ingessato a novanta gradi puntando verso l’alto. Il polso era piegato anch’esso a novanta gradi e le dita della mano strette a mo’ di becco. Giuro che la tentazione di disegnare occhi, becco e ciuffo, è stata forte.
Gli dedicai anche dei versi, una mattina in cui mi sentivo particolarmente ispirata nonostante l’afa infernale già all’opera:
“Ma che fai, leggi?
Si, perché? Disturba?
No. Ma nun s'è mai visto un cigno legge...
Pensa pe' te...
....
Nervoso?
No.
Dormito male?
Ci accontentiamo...
Caldo?
Oh, che palle! Eh!
Oh, stai calmo. Era per capire. Non possiamo ignorarci. Tu starai con me per un bel po'. Inutile che stai nervoso.
Appunto. Nulla da fare per le prossime ore? Eppure, ce ne sarebbero di cose da sbrigare...
Lavatrice, panni, cucina …Nulla?
Ma che mi stai mandando via?
Si. Scassi”
Trenta, infiniti, giorni con questa “presenza” che mi accompagnava ovunque, con notti insonni e dolori lungo tutto il braccio per via di una circolazione resa impossibile. Mi fa sorridere il referto dei medici in questi casi: “gesso ben tollerato”. Ma che ne sapete voi??? Mi sembrava di impazzire.
Eppure, ero solo all’inizio.
Sarebbero seguiti mesi ancora più duri per via della fisioterapia riabilitativa.
E ora, di nuovo.
Ad agosto. Sempre ad agosto.
Questa volta è successo in una domenica a dir poco perfetta, con la pace e la serenità di un giorno raro. A posteriori dico che è meglio non fidarsi. Meglio far finta di nulla, essere cinici, quando tutto intorno a te sembra, finalmente, andare per il verso giusto.
Il panorama era da cartolina: laghetto di montagna, vento leggero che scuoteva gli alberi intorno, spiaggetta con annessa dog beach per il nostro Pan, ristorantino con belvedere.
Ero proprio sul bordo lago quando sono scivolata sulla riva limacciosa. Bucolico, come tutto il resto.
Non ricordavo quel dolore da svenimento.
Il caldo estremo di quest’anno ha contribuito notevolmente a spezzarmi del tutto.
Mio marito era alla disperazione. Ha saputo prendere in mano la situazione in poco tempo però.
Dopo un’ora eravamo al pronto soccorso di un ospedale di Roma, poco conosciuto e poco praticato, che in un paio d’ore mi ha accolto e assistito.
Sistemata su una nuovissima (manco a crederci) sedia a rotelle, confortevole e comoda perché tutta imbottita, tremavo senza fermarmi. Cercavo di calmarmi con la respirazione, ma durava poco. Alternavo brividi di freddo a sudate copiose.
Lo shock mi hanno detto poi. È così allora?
Intorno a me altri pazienti, grazie a Dio non gravissimi.
Urla di lamento provenivano da altre sale: erano sicuramente pazienti con codici più importanti del mio. I medici entravano e uscivano senza sosta. Una donna, forse anziana, gridava perché stava per vomitare e nessuno era accanto a lei.
Chiusi gli occhi. Altri ricordi, dolorosi, si facevano strada.
Mi fissai a osservare una donna che andava e veniva lungo il corridoio. L’avevo notata all’entrata e mi aveva colpito perché era seduta accanto ad un lettino, con tutti i suoi effetti personali intorno. Come se quello fosse il posto dove viveva, o dove era da parecchio.
Non era di nazionalità italiana e probabilmente non aveva nessuno che si occupasse di lei.
Forse si era sentita male. Forse non aveva una casa. Forse aveva una patologia che meritava attenzione ma non aveva soldi per curarsi.
Da come si rivolgevano a lei sembrava una vecchia conoscenza. E lei, per riconoscenza, non disturbava. In silenzio e con discrezione, ordinata e pulita per una dignità interiore, si muoveva rendendosi quasi invisibile. Prendeva il suo pasto e lo consumava in un angolo.
Abbassai la testa che mi girava come un mappamondo.
In sala gessi mi veniva da piangere.
Un omone, infastidito, accaldato, provato sicuramente da una domenica di turno in ospedale, stava imprecando perché nessuno dei suoi colleghi si presentava ad aiutarlo.
Nei miei confronti non provava alcuna empatia: ero solo una signora di mezza età, anche di più ad essere sinceri, che, porca miseria, non sapeva dove metteva i piedi, con una cazzo di frattura complicata che probabilmente mi avrebbe fatto frignare tutto il tempo.
Per cercare di fare un po’ di breccia nel cuore impietrito di questo infermiere azzardai una domanda con un fil di voce: “Mi tirerete, vero?”
“Tu che dici? Se stai qua…”.
Perfetto. Grazie di esistere.
Mentre continuava ad imprecare perché non trovava i ferri di lavoro, chiamò col trova-persone la sua collega.
“Che vòi???”, rispose urlando la leggiadra signora dall’altra parte.
“Devi venì, sennò che te chiamo a fa?”.
Impeccabile logica romana. Nun fa una piega.
Passarono altri interminabili secondi. Sentivo un appiccicume addosso e la sabbia limosa nel costume. Desideravo una doccia fresca, trovarmi in un altro posto. Mi sembrava impossibile fosse successo di nuovo.
Mentre aspettavamo, non senza imbarazzo, i necessari rinforzi, arrivò il medico, l’ortopedico che mi aveva visitato in accettazione.
Realizzai che da lì a poco avrei provato dolore intenso.
Mi guardai intorno e lo sguardo mi cadde sul crocifisso sopra la porta. “Sei lì. Mi basta”.
Incrociai lo sguardo del medico e vidi, oppure mi sembrò di vedere, una luce di umanità.
Azzardai per la seconda volta.
“Dottore, sentirò parecchio dolore col tiraggio, vero? Ci sono già passata…”. La verità è che non avevo coraggio di chiedere una cosa. Se era la prassi, chi ero io per ostacolare la ricerca scientifica e le sue teorie?
“Non è detto”, rispose.
E in quel momento mi sembrarono le parole più belle in quella giornata orribile.
Nella sua umanità, e forse anche pietà, il medico decise di farmi un’anestesia locale. Il che mi sembra, in tutta sincerità, il minimo sindacale da riconoscere ad una donna vintage come me. Ma non solo a me.
I minuti passavano lentamente. Guardavo l’orologio cercando di immaginarmi mezz’ora dopo, quando tutto sarebbe finito. Eravamo però tutti in attesa. Di lei.
Arrivò, finalmente, la leggiadra infermiera tanto attesa, decisamente una donna importante data la stazza.
Si unì al gruppo, e tutti e tre iniziarono.
Sentii l’ago entrare nel polso. Il dolore era forte ma strinsi i denti. Il medico, tastando la parte, mi chiese conferma: “E qui che sente male?”.
Feci cenno di sì, perché voce non ne avevo, e l’ago penetrò fino all’osso.
Non è vero che si vedono le stelle quando hai un dolore insopportabile. È tutto nero e basta.
Tempo una ventina di minuti e al mio fianco sinistro si materializzò un timido cigno di gesso, fratello minore dell’altro di due anni fa, meno borioso di quello precedente.
Aveva il capo dimesso, lievemente piegato a sinistra, che sembrava dirmi: “Ma perché proprio a me?”.
È agosto, gioia.
Un maledettissimo agosto del 2026.
Non solo. Quest’anno c'è di nuovo che la Terra ha deciso, ma in realtà sapevamo benissimo la data esatta, di farcela pagare, di presentare il conto, di vomitarci addosso tutte le violenze e i maltrattamenti subìti negli ultimi cinquant’anni. Ma sono molti, molti di più. Per cui stiamo letteralmente friggendo a temperature inaudite che da quasi tre mesi, viaggiano sui quaranta gradi.
A distanza di una settimana tornai per il controllo dell’ingessatura. Se tutto fosse andato per il verso giusto avrei evitato l’intervento.
Nella sala d’attesa cercavamo di far passare il tempo evitando di pensare che non ci fosse, non dico l’aria condizionata, ma una parvenza di ventilatore.
Dalla fessura dell’ascensore, un bacarozzo sbucò furtivo. Velocissimo attraversò il corridoio. Si era evidentemente perso la strada di casa.
Un medico e un’infermiera si accorsero del visitatore inopportuno, ma continuarono a conversare facendo solo qualche battuta, senza chiamare il personale delle pulizie.
L’insetto era molto agitato. Tutte queste luci e queste persone lo innervosivano.
Io ero impietrita. Solo in Africa potevano esserci situazioni simili.
Ci pensò mio marito, con il suo spiccato senso pratico. Schiacciò in un angolo lo sfortunato insetto sotto gli occhi di un nucleo di fan accaniti.
Fine.
Arrivò il mio turno e mi trovai di nuovo di fronte ad un team di tre persone capitanate dall’ortopedico di turno. Senza camice. Leggermente abbronzato.
Parlava senza guardarmi. Leggeva i documenti pregressi e poi quelli sul monitor.
A porre la prima domanda fu mio marito che, capito il soggetto, usò un tono parecchio gentile, al limite del mellifluo.
“Dottore, forse era meglio intervenire chirurgicamente?”
“Beh, questa è una decisione che doveva prendere il collega che era di turno”.
“Ok. Basta che si risolva…”.
“No! Questo non si può dire. Le fratture si possono risolvere, non risolvere, oppure rimanere così perdendo qualche grado di funzionalità. In medicina niente è certo”.
Splendido, pensai. Il medico dei miei sogni.
Avevo un dubbio e volevo comunque risolverlo. Presi coraggio e feci la domanda:
“Dottore…le volevo chiedere…visto che è la seconda volta in poco tempo…insomma, come si può prevenire questa facilità a fratture?”.
Credo non vedesse l’ora. Era l’occasione della sua vita: dire, finalmente, quello che pensava a semplici donne come me.
“Signora, lei ha un problema. Anzi, due. È donna e in menopausa”.
Lo guardai e sorrisi.
Un uomo così merita una risposta ponderata. E gliela diedi.
“Lei è un galantuomo, dottore, Proprio d’altri tempi”.
Era troppo intelligente per non avvertire il sottile veleno di quelle parole.
Allargò le labbra in un debole, quasi impercettibile, ghigno. Poi la steccata:
“Ok. Si continua col gesso. La signora torna a trenta giorni dalla ingessatura”.
Il che equivaleva chiaramente ad un “togliti dai coglioni e avanti il prossimo che ho il golf che mi aspetta”.
Non ho mai amato l’estate.
Mi è nemica. Mi è lontana.
E lei lo avverte.
Ma io non posso farci nulla: mi toglie il fiato, l’anima.
Fatico a respirare, mi si annebbia la mente, mi sento fragile.
Così fragile, da rompermi.
Sono una donna di polso. Anzi, due.
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