Capitolo 1
Nebbia sul ritorno
Vento fresco e umido, mura grigie e persone che parlavano tra loro tante lingue, tutte diverse, e in mezzo lei...
A ventiquattro anni, poco prima della laurea, si sentiva regina del mondo: il futuro l'aspettava, con le sue porte tutte aperte, bastava scegliere. Aveva studiato per anni, ci aveva messo piacere e fatica, sognando sempre la vita del dopo.
Era tutto pianificato: finita l'università avrebbe iniziato a lavoricchiare in attesa del lavoro vero, quello da laureata. È così che si guarda il mondo, specialmente se sei in un aeroporto, al ritorno da un'esperienza di studio all'estero che chiude la tua carriera da studente, e sei in attesa dell’altrove, delle serate in cui potrai finalmente raccontare ogni cosa alle amiche. Sembra sempre bello il futuro, a 24 anni.
Ora era tornata, conosceva una lingua in più ed era tutto bellissimo, tutto perfetto.
Conservava in sé una consapevolezza che la faceva sentire invincibile: aveva accumulato tanta esperienza, aveva imparato ad accogliere chi non parlava la sua lingua, pregava e mangiava in modo diverso.
Avrebbe voluto solo sentirsi meno stanca. Le sarebbe piaciuto che all'orizzonte non ci fosse stato quel barlume di incertezza che percepiva, ma preferiva non considerare.
Soprattutto, le sarebbe piaciuto non avere tanto male alla gola. Per l'ennesima volta malediceva quei dottori che, quando era bambina, avevano deciso di lasciarle le tonsille, perché l’avrebbero resa meno vulnerabile ai virus…
Arrivata a casa, sperava che sua zia non si facesse attendere tanto: aspettava lei, poi sarebbe andata a distendersi. La zia, sorella della mamma che aveva perso da bambina, era il legame con il mondo della sua infanzia e avrebbe potuto godere più degli altri di come era fiorita.
Era soddisfatta di quello che vedeva allo specchio: lenti a contatto, trucco leggero ma ben fatto. Ombretto bianco sopra e più scuro sulla palpebra mobile, un filo di eyeliner e poco altro.
Bussarono alla porta: «Ciao, come va?»
"Uff, no!! Una vecchietta dall'aria simpatica, ma non è certo la zia che aspettavo... In questo momento non ce l'ho bene in mente, a dire il vero, ma non può essere lei. È una sconosciuta, molto meglio essere formali!":
«Buongiorno. Se vuole entri pure, ma la avverto che non avrò molto tempo da dedicarle, perché aspetto una zia».
La vecchietta assunse un'aria preoccupata: «Ma come?? Sono io la zia, non mi riconosci??»
Giorno 1
Un'infermiera sorridente si avvicinò: «Come stai oggi?».
Domanda difficile... non sapeva come stava. Girava tutto, era stanchissima e aveva tanto mal di testa, ma a lei pareva normale: vivere all'estero, capire una lingua nuova, parlare sempre con persone diverse e seguire lezioni all'università potevano provocare questo, ma… Un momento, l'infermiera aveva parlato in italiano. "La solita disorganizzazione dell'università italiana, io vengo qui a imparare il tedesco e loro mi affiancano persone che parlano italiano. No, no... non ci casco!" pensava con stizza, rispondendo un impeccabile «Gut, Danke», ma non era vero: sentiva di avere la febbre, le facevano male le ossa, era molto debole e non sapeva più dov'era. Del tutto disorientata, le sembrava di cadere, ma non sapeva spiegarlo, in tedesco...
Aveva visto altre persone dormire accanto a lei, tutte un po' pallide, ma era normale, al Nord Europa…
Nella sua mentei pensieri arrivavano a casaccio, confondendo presente, passato, visioni del futuro, sogni ad occhi aperti e ricordi, tutto più colorato del bianco e nero che vedeva intorno.
Nella nebbia emergeva un viso conosciuto: sua sorella, ma con i capelli corti... Lei se la ricordava ancora con dei lunghi capelli e sapeva che aveva trovato lavoro, il suo primo lavoro: faceva la segretaria presso una ditta che lavorava con l'U.R.S.S. … la Russia, insomma.
Era curiosa di sapere se aveva comprato una macchina o se dovevano salire entrambe sul vecchio motorino, il “CiaoPiaggio”. Lei lo pronunciava così da bambina, era stata convinta per secoli che “Ciaopiaggio”, tutto attaccato, fosse la marca del motorino.
Un ricordo stranamente colorato le attraversò la mente: "ma sì, certo"! Sua sorella aveva già una macchina, la piccola FIAT 500 gialla...
Nel frattempo una voce, da lontano, le chiese la data: «In che anno siamo??»
Che domanda difficile, era da tanto che non pensava alle date, non lo sapeva proprio... Un momento, nella nebbia intravide un pensiero preoccupante: il liceo. Certo, lei il prossimo anno avrebbe iniziato il ginnasio: il suo sogno, la sua porta aperta sul futuro.
No, era davvero impossibile credere quello che le voci le suggerivano: quello non poteva essere il 2000, lei nel 2000 avrebbe avuto 24 anni e si sarebbe laureata e poi… Si sarebbe ricordata qualcosa, almeno l'esame di maturità... Dunque, quello doveva essere il 1980...
L'insieme di informazioni nella sua mente era contraddittorio, ma lei non ci faceva caso: l'iscrizione al liceo e la tesi all'università, il primo lavoro di sua sorella e la presenza di una nipote ormai grande...
Tutto vorticava nella nebbia. Si sentiva stanca e non capiva. Avrebbe voluto fare una passeggiata sulle rive, ma le rive erano lontane e lei… non riusciva più a camminare, sbandava e cadeva. Si trattava di un'emiparesi, la parte più innocua del suo male, ma ancora non lo sapeva.
Giorno 2: il ritorno a casa
Il viaggio in auto sembrava interminabile e il paesaggio era strano: tutto intorno era bianco, nero e grigio, come in certe vecchie pellicole cinematografiche.
Si guardava intorno stranita: era scesa da poco dall'aereo che l'aveva riportata a casa, dopo nove mesi di soggiorno studio. Credeva che tutti quelli che tornano in terra patria potessero condividere questa sua sensazione: stanchezza infinita e tanta confusione mentale. Chi erano tutte quelle persone che l'avevano salutata quando era salita in auto? Lei in Germania ne aveva conosciute molte e si ricordava benissimo i loro nomi. L'esperienza era stata formativa dal punto di vista umano e culturale e nella confusione in cui era immersa ora emergevano nomi e sensazioni: i vestiti colorati che si stagliavano nel grigio, come piccole bandiere dei paesi d'origine di chi li portava, una lingua difficile da capire e la sensazione di nostalgia, la voglia di sole...
Ora era tornata in Italia (così le avevano detto) e le persone in macchina con lei erano sua sorella e il cognato (o forse era il suo ex? Era biondo, come Livio, il ragazzo che aveva lasciato prima di partire). Da dietro non riusciva a vederli bene, ma forse erano un po' cambiati… Perché c'era tanta confusione? In auto c'erano solo tre persone, ma lei sentiva tante voci... Forse perché era abituata alle aule studio affollate di gente straniera in cui ognuna parlava la propria lingua? Dov'erano i polacchi? E soprattutto DOV'ERA DIRETTA LA MACCHINA? A Trieste, sicuramente. Le avevano detto che l'avrebbero portata a casa, e per lei «casa» era lì... Si aspettava aria di mare, il traffico intorno, l'appartamento piccolo, ma caldo, le sue amiche a cui aveva così tante cose da raccontare e poi… Doveva prendere di corsa un appuntamento con il suo docente: lei aveva materiale per una tesi davvero ben fatta, in Germania si era divertita, ma aveva molto lavorato. Si ricordava che c'era un dottorato di ricerca che sembrava fatto apposta per lei. Il futuro era tutto lì davanti, con mille promesse e tutte le porte aperte, ma le sembrava di non sapere più come fare a raggiungerle.«Ecco, siamo arrivati!» esclamò sua sorella con voce incerta, ma affettuosa. Girandosi a guardarla con uno sguardo misto di apprensione e speranza, chiese: «Siamo a casa, questa è casa... ti piace?»
Quelle parole risuonarono nella mente come un’eco: «Siamo a casa». Ma cosa significava davvero essere tornata? Mentre la sorella la osservava, lei avvertì il peso delle aspettative e la delicatezza del momento. Si guardò intorno, cercando nei dettagli della casa qualcosa che potesse risvegliare un senso di appartenenza o almeno di familiarità. Il dubbio la assaliva: quella era davvero la sua casa? Nel silenzio che seguì la domanda, si accorse di quanto fosse difficile, in quel momento, dare una risposta sincera.
Sì, era bella, immersa nel verde, ma qualcosa non tornava: anzitutto, dov'era il mare? Si ricordava di mattine in cui, per premiarsi dopo gli esami, andava sul Molo Audace ad ammirare lo splendido spettacolo del sole che si rifletteva sulle onde: non era sicura di poter vivere senza quello...
Comunque, ora era davanti a una casa che davvero le piaceva: tranquillità e atmosfera serena, solo lei sapeva quanto ne avesse bisogno.
Entrando, cercò subito sua nipote: si ricordava una bambina piccola che ancora diceva «gia» perché non pronunciava la zeta di zia.Invece si trovò di fronte a una bambina di sei anni che aveva cominciato la scuola e sapeva già leggere bene.
Questa informazione arrivò con la forza di uno schiaffo: “Com'è possibile, come ho potuto perdermi il suo primo giorno di scuola? Che fine ha fatto il mio tempo, chi si è preso tutte le esperienze??”.
Non lo sapeva ancora, ma quella sensazione precisa l'avrebbe accompagnata per quasi tutta la vita.
Girava la casa in modo incerto e si perdeva. Erano due piani. Al piano terra: salotto, cucina e un bagno piccolo. Sopra: camera sua, camera matrimoniale, sgabuzzino e un altro bagno.
Aveva la strana sensazione di non sapere che nomi avevano le cose, era sempre una voce dall'esterno a suggerirgliele. Voleva rivedere le sue cose, i libri, i vestiti, magari qualche foto… Voleva qualche certezza, qualcosa di familiare.
Stava scrivendo una tesi di laurea che avrebbe dovuto aprirle una strada nuova e non capiva perché non potesse semplicemente riprendere il filo.
Si sentiva sospesa in un limbo spaziotemporale e quando chiedeva: «Quando torno a casa a Trieste? L'affitto l'abbiamo già pagato!» otteneva solo incomprensibili sguardi sfuggenti e risposte vaghe: «Vedremo. Ora sei malata, devi prima guarire».
Certo che era malata, si sentiva a pezzi. Tutti le dicevano: «È una tonsillite, quest'anno dicono che sia particolarmente aggressiva». Non faceva domande perché non aveva capito bene di essere stata in ospedale e comunque le sembrava una grossa scocciatura, una perdita di tempo rispetto ai suoi piani. Era sicura che, se fosse potuta rientrare a Trieste, tutto sarebbe ripartito esattamente da dove l'aveva lasciato. Ma era vero…?
Al pomeriggio era venuta a trovarla di nuovo sua zia e l'aveva trovata seduta sul divano mentre leggeva qualche pagina di un giornale.
La zia, stupita, le aveva chiesto «Come stai? Cosa fai?» Cosa domanda strana, era ovvio che stava leggendo un giornale, lei leggeva sempre...
«Come cosa faccio? Sto leggendo, è ovvio!»
La zia si era quasi commossa: «Davvero? Ma sei capace di leggere?»
«Sì che sono capace di leggere, sto finendo l'università, riportatemi a Trieste e ve lo dimostro!»
La risposta della zia la stupì: «Come no, sì, certo che so dell'università, ma adesso vedremo, sei malata…»
La verità la sorprese mentre litigava con sua nipote: in quel momento aveva molto bisogno di stendersi, magari con un buon libro. Al rientro aveva avuto una rarissima malattia da stress: un virus apparentemente innocuo che però rimaneva vivo nel sangue e ridiventava aggressivo nei momenti di stress. Era l'herpes simplex. Quando, alle elementari, aveva contrattoun fastidiossisimo herpes labiale non sapeva certo che quello stesso virus sarebbe rimasto dentro di lei latente, quasi come un animale in letargo, per tornare a cambiare per sempre la sua vita, rovinandole i piani.
Però si sentiva stanca e continuava ad avere tanto mal di testa, tanta nausea... Decise di stare zitta, non poteva lamentarsi di continuo: era ospite... Di questo era sicura, se fosse stata casa sua avrebbe riconosciuto le stanze, avrebbe ritrovato le sue cose...
Pensava a questo mentre saliva in camera sua (continuava a perdersi in casa, ma la sua camera era vicina al terrazzo, lo ricordava bene). Lì dentro ci trovò la nipote che la scacciò: da bambina gelosa delle sue cose non aveva capito che la zia non sapeva più dove si trovasse.
Iniziò a sentire qualche parola, durante le telefonate che i parenti emigrati facevano alla sorella. Sentiva ripetere cose come “coma”, epilessia e recupero. Chissà di chi parlavano?? Non poteva essere lei, lei aveva avuto solo una tonsillite. Le infermiere, però, le aveva viste...
Tutto sembrava strano in quella casa: un caminetto con un bel fuoco scoppiettante, ma lei non sapeva più come si apriva lo sportello.
Tutto le risultava familiare eppure estraneo, come se vedesse la casa attraverso un velo sottile che distorceva i contorni delle cose. Ogni angolo sembrava custodire un ricordo sfuggente, eppure, quando cercava di afferrarlo, le scivolava tra le dita come sabbia.
La cosa peggiore era il fatto che non riusciva ad avere fame, era oppressa dalla nausea. Sua sorella le preparava dei manicaretti buonissimi che però lei credeva di non aver mai mangiato. «Ti piace la parmigiana?» Parmigiana... una donna di Parma?? Non conosceva nessuno di là, gli altri italiani conosciuti in Germania erano potentini, non parmigiani… “Poco male, pensò: se la parmigiana non c’è, basta ordinare una pizza… tanto, tra italiani, ci si riconosce sempre!”
Dopo questo capitolo puoi leggere anche
LETTERA ALLA MAREA
LETTERA ALLA MAREA Camilla teneva il foglio in mano mentre scriveva con la sua penna preferita. Scriveva in piedi accanto al letto, le lenzuola bianche disfatte. Schiena dritta, le gambe nude; le piaceva sentire il freddo percorrerle la pelle. Vent’anni, ca
IL PROFUMO DELL'ARGILLA tratto da
In un contesto dove le sfide quotidiane si intrecciano con la speranza, il libro esplora la storia di Serena Gullaci. Attraverso una narrazione poetica, divertente, nostalgica e immediata l'opera affronta temi cruciali come la resilienza e la ricerca di identi
Codice aperto- L'algoritmo a palazzo
CODICE APERTO- L’algoritmo a PalazzoSono le 9 di lunedì 13 aprile quando accendo il registratore davanti al municipio. Il cartello con il nome del nuovo sindaco è già affisso all'ingresso: Alba Rizzo. Lo leggo ad alta voce, per verificarne la consistenza. Ness
Identità
IDENTITA’ Non ho mai capito cosa ci possa essere di divertente in una festa in maschera. Di solito me ne sto rintanato, lontano dalla gente, asociale per paura, per natura. Ma la curiosità, questa sera, mi porta ad infiltrarmi in questo ambiente opulento, tra