Capitolo 1
L’UOMO DI VELLUTO
Ogni riferimento a fatti, persone e luoghi è puramente casuale e finalizzato alla finzione letteraria. “L’uomo di velluto” è un racconto storico, redatto in omaggio alla tradizione verghiana e l’abbiamo voluto dedicare ad una nobile figura, quella di don Tiberio Giacobini.
Don Tiberio Giacobini è nato il 22 gennaio del 1892 a Castelsaraceno. Apparteneva alla nobile famiglia dei Giacobini. Abitava nel palazzo baronale, nella piazza, fatto erigere nel Cinquecento da Ugone Sanseverino. Don Tiberio era figlio di don Camillo Giacobini che aveva sposato Livia Capozzi, figlio a sua volta di Tiberio e Maddalena Molfese. Don Tiberio aveva sposato la cugina Maria Giacobini, era usanza fra le nobili famiglie di accasarsi tra consanguinei. Il nonno, don Tiberio (1805-1872), recante il suo stesso classico nome, aveva sposato Teresa Albisinni di Rotondella, la quale era morta durante il parto insieme alla sua bimba. Allora non si usava andare in ospedale e si partoriva in casa. C’era la mammana che provvedeva ai parti, anche perché negli ospedali si entrava vivi, ma si dubitava se se ne potesse uscire vivi. Dobbiamo aspettare a Ignaz Semmelweis per capire che il semplice lavarsi le mani poteva salvare tante vite dalla febbre puerperale.
Il medico del paese era don Peppo De Monte. La sua famiglia si chiamava Lardo e si tramutarono in De Monte, per contrapporsi ad un’altra famiglia, i De Mare. I Lardo erano discendenti degli Adelardi e degli Giocoli, cinquecenteschi esuli ferraresi. Don Peppo aveva una grande vigna al Tornatore e pare che allevasse dei serpenti per fini medici nella sua casetta, che si trovava vicino alla vecchia sede del cimitero. Un giorno un contadino che lavorava alle sue dipendenze, quando entrò nella casetta, vide i serpenti che si appropinquavano, come abituati, dal medico, per avere qualche uovo, o del latte. Quello si spaventò ed ammazzò i serpenti con la zappa. E don Peppo ne fece una malattia. Un’altra volta dava un uovo ai suoi contadini, che erano poi povera gente e lo dava in segreto e poi se ne usciva:
«Zappasse chi ha avuto l’uovo!».
Poi c’erano i Masciari e le medichesse che curavano i malanni. Una medichessa riuscì a guarire un malanno al valente medico don Peppo con mediti naturali, quando poi la medichessa andò per pagarlo delle sue visite, egli replicava:
«E tra medici e medici una mano lava l’altra».
Tra questi Masciari giravano i Ciarauli, legati alla figura del serpente, come gli antichi Ofiti, o Naasseni. Mosè aveva appeso il serpente guaritore nel deserto. Il serpente appeso al bastone è anche il simbolo dell’arte medica: il bastone di Esculapio. I Ciarauli erano anche maghi tempestari, riuscivano cioè a scatenare tempeste o anche a fermarle, facendo uno strano rito, in cui ferivano con la lama di un coltello la madre terra e n’usciva intriso di sangue. Una volta i Ciarauli scatenarono una possente tempesta su Castelsaraceno che provocò una frana che si portò via mezzo monte di Raparo. Ci racconta il Pitrè: «Chi nasce nella notte di S. Paolo ha virtù soprannaturali, non comuni a nessun altro mortale. Egli è forte e prosperoso, maneggia impunemente le vipere, gli aspidi, i serpenti, i rettili velenosi d’ogni genere, se li può attorcigliare addosso, riporseli in seno, fa fronte ai licantropi e se passa la lingua sui morsicati da codesti animali, subitamente li guarisce. La quale vix medicatrix deriva in lui dall’avere sotto la lingua un muscoletto in forma di ragno. … S. Paolo è il primo e vero Ciaraulo e per liberarsi dai rettili velenosi gli si indirizza il seguente scongiuro:
San Paulu - Ciaraulu:
ammazza a chissu ca è nimicu di Diu
e sarva a mia - ca sugnu figghiu di Maria».
A quei tempi la vita era difficile e don Peppo faceva anche operazioni nelle case con anestesia a base di grappa: operava soprattutto ernie e appendiciti.
I Giacobini avevano ereditato il palazzo baronale, sito in piazza, il quale prima era appartenuto ai Picinni, ai Leopardi, ai Lepore e ai Rovito. Era una famiglia ricchissima. Possedevano tanti terreni: un poderoso fondo era sito in località Tornatore, con una sorgente, l’acqua di san Giovanni e un mulino. Era un podere molto vasto con olivi, viti, boschi. I Giacobini avevano dei parenti ad Altomonte, che gestivano una fabbrica di rinomato liquore, poi confluito nella ditta Moliterno.
Don Tiberio era un omone tutto d’un pezzo, alto e coi capelli rossi, il che allora significava per lo meno un uomo maledetto da Dio. Andava vestito sempre con un completo di velluto marrone. Il velluto era segno di nobiltà. Don Tiberio era nobile non solo di casato, ma d’animo. Era un signorone, come lo definivano. Lo si vedeva spesso seduto in piazza, sotto il suo palazzo. Era sempre disponibile ed umano. Durante il Fascismo purtroppo la sua famiglia lentamente, ma inesorabilmente, cade in uno stato di povertà. Ciò è dovuto anche all’evoluzione dei tempi, all’ascesa della borghesia cittadina, come era stato anche storicamente nel Quattrocento. La storia si ripete e la nostra storia è storia anche di famiglie. In altri tempi antropologi spietati hanno bollato questo atteggiamento come “familismo amorale”. Nulla di più falso e di più decrepito! Il senso della famiglia in Lucania è stato sempre altissimo. La famiglia è tutto. Quel «A chi appartieni?» indica questo forte senso di coesione sociale, di solidarietà. La Lucania, soprattutto meridionale, l’antico cuore del sud, è composta di piccoli borghi, dove il senso di appartenenza è stato sempre molto alto. Qual gran valore della famiglia! Banfield da dove veniva? Dagli Stati Uniti. Non poteva capire l’importanza notevole che ha avuto nelle piccole comunità come le nostre questo senso di appartenenza. Ogni paese è un mondo con le sue tradizioni, la lingua, la cultura diversa. C’è una ricchezza straordinaria. Questa terra aveva attratto fin dall’antichità l’attenzione di antichi viaggiatori, dal Settecento all’Ottocento, intellettuali, cultori, artisti, registi: possiamo menzionare Pasolini, Visconti, Gibson. Cosa cercavano in questa Arcadia sconosciuta? Cosa vi vedevano di bello? Ombre di passatismo mitico, d’edenico Status Naturae. Anche gli illuministi romantici, con a capo il Rousseau, cercavano le tracce dei Saturnia Regna. Così i socialisti vi ritrovavano il comunismo primitivo, al quale doveva rifarsi necessariamente la società comunista apocalittica, cioè relativa alla fine dei tempi del messianismo laico marxista.
Ascende la novella famiglia dei Cascini, che divengono Podestà. Dopo la guerra subentra la Democrazia Cristiana al potere per quarant’anni. Senatro Lauletta, giovane sindaco diviene il nuovo protagonista della politica locale. Durante questo periodo i podestà di Castelsaraceno furono: Bentivenga Leonardo (1930-1935) e Cascini Raffaele (1935-1940). Segretario del Fascio era Luigi Pittella, un personaggio singolare che lo vedremo come uno dei più fieri avversari del sindaco Senatro Lauletta. Dei decorati al valor militare abbiamo De Monte Luigi di Giuseppe e proprio Giacobini Antonio, figlio di Tiberio.
Il 24 gennaio del 1945 c’era la nebbia. Un aereo B 19 o B 29 della Marina Americana, trasportante materiale ospedaliero e diretto a Bari precipita sulle cime del Monte Raparo. L’impatto violento fa rimbalzare l’aereo, che scivola sulla “Manca di Malochiovo”, nella Valle dei Pomagresti. Sul posto c’era già una croce che ricordava il fratello di Rocco Viggiano, ucciso da un lampo. L’equipaggio era composto da 22 persone: tutte morte. È difficile in quelle condizioni sopravvivere, soprattutto ad alta quota ed in pieno inverno. Siamo in un periodo di forte miseria. I pastori del posto si accorgono del fatto ed accorrono. Tutti morti! Non c’è niente da fare! Presi dalla fame cominciano a portare via tutto. Quando si sa nel paese vengono raccolte le ossa di tutti i caduti e portati a dorso di mulo presso il cimitero nuovo, ai piedi del monte Castelveglio, costruito nel 1939, e deposti nel sacrario della cappella.
Quando giunsero gli americani, il medico, Giuseppe De Monte, riuscì a discolpare la popolazione, che non ne sapeva niente. Si racconta a proposito un fatto molto simpatico. Quando fecero le indagini sull’aereo, andarono ad interrogare un contadino, Antonio, detto il “Guappo”, che stava arando la terra con i buoi. Cominciarono a chiedere, ma il contadino rispose che non sapeva niente. Ad un certo punto il maresciallo replicava:
«Uè. Mi dovete dare il “Voi”!». Il pastore pensava, invece del plurale maiestatis, ai buoi.
«Ma se ti do i buoi, maresciallo mio, chi li ara più i terreni?».
Senatro Lauletta, di Ercole, uno dei sindaci più giovane d’Italia, svolge con onore l’incarico di primo cittadino presso il Comune natio di Castelsaraceno quasi ininterrottamente dagli anni Cinquanta fino al 1965. Le interruzioni furono dovute alla causa del bosco di Favino, intentatagli dal suo più fiero avversario e predecessore, Luigi Pittella, il quale soleva scherzare:
«Io mi chiamo Pittella e pitto».
O come ricordano gli anziani: «Conosco più sentieri io che il lupo del bosco».
Eppure, questo fiero avversario aveva regalato a Senatro una medaglia da un importante valore.
Don Tiberio era nobile, ma come un cavaliere caduto da cavallo. Non era più riconosciuto. Un po’ era avvenuta come una metamorfosi hegeliana dei servi-padroni, cosa che il Verga non avrebbe mai previsto. Quindi era un personaggio scherzoso, allegro. E spesso lo prendevano in giro. Una volta si imbatte in don Gaetano Pittella, un prete del paese, il quale gli dice:
«Tu hai avuto tre mogli ed io neppure una!».
Questo perché don Tiberio si era risposato tre volte. L’ultima era forestiera e quando si veniva a presentare in paese, egli con la sua brillante ironia, le diceva:
«Questo palazzo è mio!». E poi…
«Questo è mio!».
Pareva che tutto il mondo fosse suo!
Un’altra volta si trovava in piazza e un pastore che aveva una questione contro di lui gli dà uno schiaffone. Don Tiberio lo denunzia alla caserma dei Carabinieri ed ottiene un risarcimento di settecento lire, che allora era una bella somma. Dopo qualche tempo, rivede quel pastore in piazza e porgendo l’altra guancia, gli dice:
«Mi vuoi dare un altro schiaffo?».
Era una persona spontanea, genuina.
Un’altra volta si era nascosto in un cassone di un camion, per fare un viaggio. Doveva tornare da Montalbano a Castello e non aveva come venire. Allora chiede ad un autista che trasportava il mobilio per la transumanza dei pastori. Si era nascosto nel cassone del camion per non farsi vedere, perché era vietato, ed era giunto dalle marine, meta di transumanze antiche dei pastori, a Castelsaraceno. Arrivato il camion in piazza, c’era compare Emanuele di Zichineddo, il quale stava scaricando della roba dal camion. Quando si rende conto che c’è qualcosa che si sta muovendo, grida in piazza:
«Un fantasma! Un fantasma!».
La piazza era un teatro a cielo aperto, dove potevi assistere ai più insoliti drammi. E molti aneddoti li ricorda volentieri la gente di una certa età.
Un’altra volta un macellaio chiede aiuto a don Tiberio per ammazzare un maiale e che fa? Mentre teneva fermo il povero animale, lo slega. E quel maiale si mette a correre per tutto il paese.
Negli ultimi tempi della sua vita era caduto in povertà. Aveva venduto i suoi fondi: quello del Tornatore a mastro Titta. Anche il palazzo viene in possesso dei Cascini, sebbene egli si fosse ritagliato un piccolo appartamentino alla base del poderoso palazzo baronale, appartenuto ai Sanseverini e memore di fatti antichi.
Padre Giuseppe da Campora, fervente mazziniano che aveva fatto scuola a Castelsaraceno, così aveva tradotto un noto distico latino che riportava una lamentanza sui soprusi dei baroni:
Quanti padron mi diè barbara sorte,
tutti mi diè a oltraggi, a infamia, a morte,
addio prisca moral, bei giorni aviti,
quando mi ebbi a signori i cenobiti.
Infatti, nel Cinquecento, il paese si trovò ad essere governato contemporaneamente da tre padroni: il duca Ugone Sanseverino, l’abate Antonio Sanseverino, della famosa Badia di Sant’Angelo al monte Raparo e il Principe di Stigliano. E tutti pretendevano le stesse tasse e soprattutto era in vigore lo ius primae noctis. Una leggenda vuole che un marito travestito da donna picchiasse a morte il principe, così la popolazione, in preda ad una aventiniana rivoluzione, fuggì dal paese e andò a fondare San Severino Lucano e in parte fu dirottata a colonizzare l’area adiacente alla Badia. Si ricorda con nostalgia il governo degli abati di Sant’Angelo che hanno recuperato queste terre.
Don Tiberio è l’emblema del viveur, del bohemien, dello scapigliato. Per comprarsi delle sigarette vendeva a volte anche dei soprammobili di pregio. Ancora c’è rimasto il modus dicendi:
«Sei un don Tiberio!».
Don Tiberio, una personalità affascinante che è rimasta intatta per lustri nel cuore della gente, è divenuto così il prototipo del buonuomo, dell’intellettuale ardito, del cavaliere che sempre soccorre il bisognoso, l’orfano e la vedova. Don Tiberio è proprio questi: un medievale cavaliere dei tempi moderni.
Purtroppo, quando fu trasferito il cimitero dal Pasteno, dove era sepolto, vicino alla vigna di don Peppo De Monte, al luogo dove si trova oggi ai piedi del poggio Castelveglio, la sua tomba rimase là. Nessuno si è preso cura di questo povero, ma ricchissimo uomo, nobile e fiero. È rimasto sepolto nel vecchio cimitero, che ora si è perso. Ma il suo spirito vive ancora.
E l’abbiamo così voluto ricordare, come un uomo sempre nuovo, un sempreverde, eterno come alloro, vispo come edera. Era dovuto questo ritratto ad un uomo che era sempre il compagno di tutti. Ed andando oggi in piazza ecco nel cuore come lo vedi, assiepato sotto allo spigolo di Corrado, toponimo attribuito dalla gente ad un angolo dove si trovava la bottega di Corrado Corradino, a raccontarci intento le sue storie d’amore.
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