Capitolo 9
Prima di rientrare in studio, passai dal Professore per chiedergli un ultimo intervento. Mi rispose che avrebbe fatto un paio di chiamate e di attendere sue notizie in serata.
Con la consueta puntualità, il Professore mi chiamò intorno alle venti: per la notte seguente era prevista una serata straordinaria riservata a un cliente speciale. Lo ringraziai e corsi a informare Marco.
Nella massima segretezza, nel seminterrato della Questura, il mio amico organizzò il servizio impiegando soltanto gli uomini di cui avrebbe messo la mano sul fuoco ed eludendo la catena di comando.
Ventiquattro ore dopo, il dispositivo era perfettamente posizionato attorno all'ecomostro.
«Che ore sono?» mi chiese Marco per la terza volta.
«Sono passati esattamente due minuti dall'ultima volta che me l'hai chiesto,» risposi.
Controllammo di nuovo il monitor. Nell'oscurità della "Balena" eravamo sospesi da ore, osservando quel girone di cemento attraverso l'occhio asettico di una telecamera termica.
La radio gracchiò: «Qui Pelato, Squadra Alfa in posizione.»
«Qui tutto tace,» rispose secco Marco, che per la squadra era Sussurro. «Principe, la tua squadra è in copertura?»
«Ricevuto, Sussurro. Il perimetro è sigillato.»
«Un'auto in arrivo. Un SUV grigio,» la voce di Ombra, appostato nel punto cieco nei pressi del cancello, era piatta e professionale.
Il silenzio che seguì fu assoluto.
«È sceso un uomo. Alto, robusto. Sembra una guardia del corpo... Ha fatto un cenno con il capo a Caronte... Adesso sta aprendo la portiera posteriore. È sceso un secondo uomo, vestito con un completo bianco. Ha un cappello a tesa larga, non riesco a vederlo in faccia.»
Il tempo si fermò.
«L'uomo in bianco va verso l'ingresso. Caronte lo sta lasciando passare... Sono tutti dentro.»
Marco mi guardò dritto negli occhi, poi portò la radio alla bocca: «A tutte le unità: via, via, via! Irruzione!»
In quel momento, le portiere posteriori del furgone si spalancarono.
L'operazione fu fulminea. Mentre i reparti di testa sfondavano l'ingresso, bloccando i gorilla armati e immobilizzando i clienti mascherati nei vari piani, io corsi verso un solo obiettivo.
Trovai Lucia nel seminterrato, al riparo dietro un carrello d'acciaio ribaltato. Tremava, terrorizzata dalle urla del blitz.
Mi chinai verso di lei: «Mi manda Beatrice. Sei salva.»
I suoi occhi sbarrati cedettero e scoppiò in un pianto dirotto mentre mi stringeva il collo. La scortai giù, affidandola alle cure dei medici dell'ambulanza.
Poi cercai Marco tra il caos di sirene blu e uomini incappucciati.
«Cosa abbiamo?» chiesi.
«Il posto è nostro,» rispose Marco, asciugandosi la fronte. «Ma Minosse, Lucifero e l'uomo in bianco sono spariti. Avevano una via di fuga sotterranea nei condotti dell'autoclave. Nei sotterranei abbiamo trovato una quantità enorme di server. Tutte le telecamere registravano lì, ma un sistema di autodistruzione li ha messi fuori uso. La Scientifica proverà a recuperare qualcosa dagli hard disk.»
«Il SUV grigio?» chiesi.
«Targa rubata nell'89 e telaio rottamato.» Marco fece un sorriso amaro. «Il Questore mi ha appena fatto chiamare. Sta schiumando rabbia per non essere stato informato.»
Mi allontanai dal cordone d'isolamento e tirai fuori il cellulare. Composi il numero di Beatrice. Rispose al primo squillo.
«Lucia è viva,» dissi. «La stanno portando al pronto soccorso del Gemelli. È finita.»
Dall'altro capo del filo sentii la sua corazza di cristallo spaccarsi in un lungo sospiro, prima che scoppiasse a piangere.
«Grazie, Dante.»
Chiusi la conversazione. Mi accesi una sigaretta e rimasi a guardare il fumo grigio galleggiare sopra i rottami dell'Albergo Inferno. Tra le sirene delle pattuglie e le prime luci del mattino che spazzavano via le ombre sulla Salaria, sopra di me il cielo di Roma si stava finalmente aprendo. E si potevano tornare a vedere le stelle.
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