Storia · capitolo 8

Capitolo 8

Albergo Inferno di Pasquale

Ci sono cose nella vita che ti cambiano per sempre. Partono come una macchia impercettibile nell'anima e si espandono giorno dopo giorno, finché non si divorano ogni singolo briciolo di umanità.

Durante tutto il viaggio di ritorno Beatrice non pronunciò una singola parola, il viso di pietra e lo sguardo fisso nel vuoto. Avrei voluto dirle che sarebbe andato tutto bene, che avremmo tirato fuori Lucia da quel mattatoio. Ma le avrei raccontato una balla. Anche nella remotissima ipotesi di riuscire a cavarla fuori viva, la ragazza non sarebbe mai più tornata la stessa.

Ci salutammo senza convenevoli.

La mattina seguente aspettai che l'alba finisse di sbiadire prima di barricarmi nel buio della mia stanza. Sapevo che non avrei dormito, nonostante la stanchezza mi consumasse i muscoli come acido.

Chiamai il Professore. Non per chiedergli altre informazioni, ma forse per un briciolo di umana comprensione. Lo raggiunsi nella sua tana sotto il ponte. Era ancora sveglio, seduto sullo sgabello ad aspettarmi.

«Te l'avevo detto che da quel posto non si esce puliti,» borbottò, accendendosi una sigaretta senza filtro. «Almeno sei ancora vivo.»

Non risposi.

«E adesso che intenzioni hai?» chiese.

Rimasi a fissare il fumo grigio che saliva verso il soffitto del camper. Poi mi alzai e me ne andai senza neanche salutarlo.

Imboccai la via Flaminia e fermai la macchina nel piazzale della Questura. Il posto in cui avevo giurato che non avrei mai più messo piede dopo la morte di mia moglie.

I piantoni al corpo di guardia erano due ragazzi troppo giovani per conoscere la mia storia. Mi chiesero i documenti con la freddezza della burocrazia. Mentre attendevo il pass, una voce familiare mi chiamò da dietro le spalle. Non ebbi bisogno di girarmi per riconoscere Marco, l'uomo con cui avevo condiviso gli anni migliori della mia carriera.

«Dante? Che cazzo ci fai qui?»

«Devo parlarti,» dissi girandomi. «Sei sempre alla Mobile?»

«Certo. Mi hanno pure promosso. Vieni, andiamo nel mio ufficio.» Si rivolse all'agente di guardia facendogli cenno di ridarmi la patente. «Non c'è bisogno di registrarlo. La Questura è ancora casa sua.»

Salimmo al terzo piano. Appena chiusa la porta della sua stanza, andai dritto al punto: «Cosa sapete dell'Albergo Inferno?»

Marco sospirò, lasciandosi cadere sulla poltrona di pelle. «È una rogna inavvicinabile, Dante. Gode della protezione di qualcuno molto in alto. Ogni volta che mettiamo in piedi un servizio di appostamento o tentiamo un blitz, arriva una telefonata dai piani alti che ci ordina di desistere. L'unica volta che siamo riusciti a fare un'irruzione a sorpresa, hanno bonificato tutto venti minuti prima. Abbiamo trovato solo squallore, un paio di prostitute abusive e qualche grammo di erba.»

Mi spinsi in avanti sulla sedia e gli raccontai quello che avevo visto la notte precedente. Gli feci un rapporto dettagliato, lucido, senza omettere nessun particolare: la sala da gioco, i gironi della prostituzione, la stanza piastrellata del settimo piano, i clienti d'alto bordo mascherati, le guardie armate.

Man mano che andavo avanti, vedevo i suoi occhi caricarsi di quella vecchia scarica di adrenalina che conoscevo bene.

Prima di rivelargli le date e le modalità d'accesso per la festa successiva, lo bloccai con lo sguardo.

«A due condizioni, Marco.»

«Dimmi.»

«Prima condizione: nel dispositivo d'assalto ci sono anch'io. In prima fila.»

Ci pensò sopra per qualche secondo, poi annuì piano. «Vedrò di farti passare come consulente esterno. E la seconda?»

«Niente report al Questore. Nessuna comunicazione ufficiale ai vertici finché le squadre non sono già entrate. Non chiedermi il perché, ma devi fidarti di me.»

Marco mi fissò negli occhi per un tempo che parve un'eternità, poi allungò la mano oltre la scrivania.

«Abbiamo un accordo. Fammi sapere la data. E prepariamoci a far scoppiare quel posto una volta per tutte.»

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