Storia · capitolo 7

Capitolo 7

Albergo Inferno di Pasquale

Percorremmo la Salaria di notte, avvolti dalla nebbia spessa che saliva dalle marcite del Tevere.

«Promettimi che ti atterrai al piano,» le dissi, senza staccare gli occhi dall'asfalto lucido. «Niente colpi di testa. Stanotte raccogliamo solo informazioni. Se anche dovessimo avvistare Lucia, non muoviamo un dito finché non abbiamo un piano di fuga blindato.»

Beatrice annuì in silenzio. Un silenzio teso, pesante, carico dell'angoscia per ciò che ci attendeva oltre la soglia.

Varcammo il cancello in ferro arrugginito. Il furgone avanzò lento sullo sterrato.

«Sei pronta?» le chiesi spegnendo il motore. «Da qui non si torna indietro.»

L'Albergo Inferno si stagliava contro il cielo plumbeo come un monolite di rabbia. Dieci piani di cemento grezzo, privi di intonaco, punzonati da finestre cieche.

Scesi nell'aria umida della notte. Nella testa ripetevo come un mantra la parola d'ordine.

All'ingresso ci sbarrò la strada Caronte. La luce della sua torcia tattica ci abbagliò per un istante prima che potessi distinguere la sua stazza imponente e il teschio tatuato sul collo.

Mantenni il controllo della voce e sputai l'unica parola che il Professore mi aveva rivelato: «Carne.»

L'atteggiamento minaccioso del gigante si ammorbidì in un ghigno servile. Ci fece cenno di procedere. Spinsi la pesante porta d'ingresso.

L'atrio era cupo, illuminato soltanto da enormi candelabri in ferro battuto ai quattro angoli. C'era un odore penetrante di candeggina e ammoniaca, sparato per coprire il fetore di fogna. Dagli angoli del soffitto, le luci rosse delle telecamere ci seguivano come occhi di insetti. Dietro il bancone della reception, Minosse — un ex pugile dal viso sfigurato — ci squadrò con un sorriso sghembo.

«Io per voi sono Minosse,» ringhiò con una voce che pareva pietra affilata. Ci consegnò due maschere di cuoio a forma di animale da indossare subito e ci fece segno di seguirlo.

Sotto quella crosta di freddezza, la sicurezza di Beatrice cominciò a scricchiolare. Mi stringeva il braccio con una morsa d'acciaio per nascondere il disgusto.

Iniziammo a salire lo scalone di cemento.

Al primo piano, un labirinto di corridoi stretti coperti da una moquette rossa consumata. Da sotto le porte sbarrate filtrava una luce viola al neon, accompagnata dal ritmo ossessivo di musica techno e dalle grida soffocate di ragazze. Feci per fermarmi, ma Minosse mi ringhiò contro un ordine secco per farci avanzare.

Al secondo piano, un unico grande salone saturo di un fumo dolciastro. Uomini con maschere di cartapesta attorniavano banchi di cristallo ricoperti di polvere bianca e alcol, intenti a consumare il corpo di una donna legata al tavolo.

Al terzo piano, una bisca clandestina ben illuminata, dove uomini in completo scuro e maschere veneziane puntavano mazzette di contanti su roulette e tavoli da poker.

Salimmo ancora, piano dopo piano, tagliando i gironi della violenza e del ricatto, finché la maschera di freddezza di Beatrice non crollò del tutto. Mi si aggrappava addosso come se fossi l'unico appiglio rimasto tra lei e l'abisso.

Arrivammo al settimo piano.

Le pareti erano interamente rivestite di piastrelle bianche da mattatoio, prive di finestre. Al centro della stanza svettava un tavolo da anatomia in acciaio inox dotato di cinghie di contenzione in cuoio. Accanto, un carrello metallico ospitava ferri chirurgici macchiati di sangue secco. Uomini armati in tuta tattica piantonavano gli angoli.

Minosse si voltò indicandoci di prendere posto tra gli altri spettatori. Erano colletti bianchi che di giorno governavano la città e che ora si accingevano ad assistere a uno spettacolo d'orrore.

Da una porta blindata in fondo giunsero urla disumane.

Fu troppo. Beatrice ebbe un mancamento; le gambe le cedettero e rimase in piedi solo perché la sorressi di peso.

Capii che dovevo tirarla fuori prima che ci scoprissero. La trascinai verso l'uomo armato di guardia alla porta.

«La mia donna sta male,» dissi con voce dura. «Vogliamo uscire.»

Il gorilla portò una ricetrasmittente alla bocca e parlò con la centrale. Dalla cassa gracchiò una voce metallica: «Pagamento registrato. Abbiamo già la garanzia sul loro silenzio. Scortali fuori e cacciali via.»

Mentre attendevamo l'apertura del varco, Beatrice mi strinse di colpo le dita. Un segnale impercettibile.

Guardai oltre la spalla della guardia.

Dalla porta dei sotterranei stava uscendo una ragazza scortata da un uomo con un grembiule da macellaio imbrattato. Aveva lo sguardo piantato a terra, la schiena curva e portava a mano un secchio d'acciaio colmo di pezze intrise di sangue.

Era Lucia.

Incrociai lo sguardo di Beatrice per una frazione di secondo, ricordandole con gli occhi la promessa: niente colpi di testa. Ora sapevamo che era viva. E sapevamo esattamente dove venire a prenderla.

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