Storia · capitolo 4

Capitolo 4

Albergo Inferno di Pasquale

Nonostante i tanti anni passati a marcire dentro il garage sotto centimetri di polvere, il motore era partito al primo colpo. Il vecchio trucco di staccare la batteria, insegnatomi dal meccanico della Sezione, aveva funzionato.

Era un furgone arrugginito che avevo comprato a poco prezzo da un fruttivendolo fallito. Lo avevo attrezzato come una centrale d'ascolto mobile, una specie di "balena" d'acciaio cieca, in ricordo dei vecchi appostamenti con la Squadra Mobile.

Quella stessa notte, con la mia fidata macchina fotografica equipaggiata col teleobiettivo e la Beretta infilata nella cintura, andai a caccia di informazioni per capire come violare l'Albergo Inferno. Parcheggiai il furgone su un rialzo di sterrato poco distante, nascosto tra cumuli di rottami e rifiuti. Da lì dominavo l'ecomostro.

Quel posto era stato trasformato in un bordello a cielo aperto. Rimasi ore ad osservare, senza vedere nulla di utile. Nessuno entrava o usciva dall'edificio principale.

Scesi dal furgone e il fango mi divorò le scarpe mentre mi avvicinavo. Mi aggiravo tra i disperati della strada: tossici, ubriachi, fantasmi.

Mostrai la foto di Lucia ad alcune ragazze che cercavano di scaldarsi vicino a un fuoco acceso dentro un vecchio barile d'olio. Nessuna di loro l'aveva vista.

L'odore dell'alcol e la trascuratezza del mio aspetto mi rendevano perfettamente mimetizzato in quel degrado. Mi avvicinai a una ragazza più defilata. Sembrava spaventata, non ancora assuefatta a quella condizione disumana.

Cercai di parlarle a bassa voce per rassicurarla, ma lei reagì nel panico e iniziò a urlare a squarciagola. Il protettore della zona arrivò di corsa: «Che cazzo vuoi? Sei uno sbirro di merda?»

Prima che potessi rispondere, mi scaraventò a terra riempiendomi di calci al costato. Fra i morsi del dolore, riuscii a estrarre la Beretta e ad esplodere due colpi in aria. I boati bloccarono la sua furia il tempo necessario per permettermi di strisciare via e conquistare la fuga, piegato in due dalle contusioni.

L'indomani mattina ero ancora pesto, con il fiato corto e le costole doloranti. Non c'era tempo per l'ospedale. Un forte antidolorifico giù con un sorso di rum avrebbe fatto il suo dovere.

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