Storia · capitolo 3

Capitolo 3

Albergo Inferno di Pasquale

Pensare a tutta quella storia mi aveva fatto fare tardi. Per il resto del mondo erano le prime ore del mattino, ma io non ero più abituato alla luce dell'alba e a quella massa di gente che correva in preda alla solita frenesia, terrorizzata dall'idea di accumulare cinque minuti di ritardo.

Un tempo ero ossessionato anch'io dalla puntualità. Arrivare prima piuttosto che in ritardo, mi ripetevo. Che illuso. Tanti anni di dedizione al lavoro per sentirmi dire da un cinico bastardo in giacca e cravatta che la morte di mia moglie era solo un «danno collaterale» del nostro mestiere. E che avrei dovuto farmene una ragione.

Superai l'ultima campana di vetro sotto il ponte della tangenziale, dove la puzza di urina stantia ti s'appiccica addosso ed entra nei polmoni.

Il "Professore" viveva in un vecchio camper degli anni Ottanta, piantato su quattro blocchi di cemento in fondo a un piazzale sterrato. Nella sua vita precedente era stato primario di anatomia patologica al Verano, prima di affidarsi alle persone sbagliate e perdere ogni cosa, compresa la dignità. Come me, abitava le ore più oscure della notte a caccia di informazioni scomode, che poi vendeva a chiunque avesse il fegato di varcare la soglia del suo rifugio.

Entrai senza bussare. L'interno del camper puzzava di tabacco forte, etere e caffè bruciato.

Virgilio era seduto su uno sgabello pieghevole, intento a pulire le lenti degli occhiali con il lembo di un canovaccio bisunto.

«Sei in ritardo di cinque anni, Dante,» borbottò senza alzare lo sguardo. «Hai ancora addosso la cera dei morti di quando venivi da me per le autopsie.»

«Ho un lavoro,» andai dritto al sodo. «Mi servono notizie su una ragazza scomparsa. L'ultimo posto in cui è stata vista è l'Albergo Inferno. Si chiama Lucia.»

«Allora sai già che è morta,» rispose lapidario. Infilò gli occhiali e mi squadrò con due occhi grigi, incavati tra le rughe. «In nome della vecchia amicizia vedrò cosa posso fare, ma ti stai ficcando in una brutta storia, Dante.»

Rimasi in silenzio. Non avevo argomenti per smentirlo, né la minima intenzione di tirarmi indietro.

Virgilio tirò un lungo sospiro, poi si alzò con fatica. Aprì un gavone nascosto sotto il linoleum ed estrasse una scatola di metallo arrugginita. Dentro c'era una Beretta 92FS con la brunitura consumata sui bordi e due caricatori avvolti nel nastro isolante.

«Intanto prendi questa e preparati al peggio,» disse spingendo la scatola verso di me. «Quel posto non è un albergo, è un'architettura del male. C'è un tizio, lo chiamano Lucifero, che lo gestisce dal decimo piano. È paralizzato dalla cintura in giù da quando gli hanno piantato tre pallottole nella colonna vertebrale, ma la sua testa funziona fin troppo bene. Ha trasformato quel rudere in un server fisico per la feccia di questa città. Ogni stanza è cablata. Chiunque conti qualcosa a Roma ci è passato per lasciarci un vizio, e Lucifero ha registrato tutto.»

«Quello che combina Lucifero non è un mio problema. A me serve solo la ragazza,» dissi impugnando la pistola. Il peso del metallo era quello di un vecchio amico che non sentivo da troppo tempo.

«Mettitelo in testa, Dante,» rispose Virgilio risiedendosi a fatica sullo sgabello. «In quel posto nessuno entra e prende solo quello che gli serve.»

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