Storia · capitolo 2

Capitolo 2

Albergo Inferno di Pasquale

«Chi cazzo si crede di essere?» borbottai, ancora circondato dal buio della stanza. «Entra, pretende, ordina. "La cifra non è un problema..." Arrogante del cazzo.»

Piegai la busta e la scaraventai nel cestino, in mezzo ai rottami di cartone e alle bottiglie vuote. Ma la freddezza di quella donna mi si era piantata addosso come un ago infilato al centro della fronte. Aveva toccato un nervo scoperto, risvegliando un istinto che tentavo di soffocare da quando mi avevano strappato la placca da poliziotto e mia moglie era finita due metri sotto terra.

Mi strofinai la faccia con i palmi delle mani, sentendo la barba ruvida di due giorni. Era quasi mattina; l'insegna al neon di fronte si era spenta, sostituita dal grigio uniforme dell'alba di San Lorenzo. Avrei dovuto buttarmi sul letto e dormire. Forse era l'unica cosa giusta da fare. Ma quel nome continuava a rimbombarmi in testa: Albergo Inferno.

Non figurava su nessuna guida, eppure lo avevo conosciuto fin troppo bene. Un ecomostro di dieci piani in cemento armato, abbandonato a metà negli anni Settanta tra la via Salaria e l'ansa del Tevere, appena fuori dal Raccordo. Un posto dove non capitavi per sbaglio. Là dove la prostituzione da strada incrociava il traffico d'armi e le droghe pesanti, chiunque non fosse gradito spariva senza lasciar traccia. Se la ragazza era davvero finita lì dentro, era già morta.

Rimasi a fissare il cestino per un minuto interminabile. Poi imprecai e ripescai la busta. La strappai lungo il bordo e trovai la foto di una ragazza sui venticinque anni. Portava un maglione accollato da pochi euro, niente trucco, nessun gioiello, e uno sguardo troppo dritto e severo per la sua età. Il genere di ragazza che manifesta ai cortei per la pace e finisce nei registri della DIGOS prima dei trenta. Sul retro c'era scritto solo un nome: Lucia.

Assieme alla foto c'era un cartoncino nero opaco con sopra due righe stampate in argento: Beatrice Portinari, e un numero di cellulare.

Accesi il vecchio computer sulla scrivania e digitai il nome. Bastarono tre clic ed eccola comparire sul monitor sbiadito: Beatrice era una docente universitaria che, per hobby, gestiva una casa d'aste in via dei Giubbonari. Faceva filantropia per la Roma bene e non compariva mai nei rotocalchi della mondanità. Un profilo intonso, pulito, inossidabile.

Che diavolo c'entrava una donna del genere con la feccia che strisciava nei sotterranei dell'Albergo Inferno?

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