Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Albergo Inferno di Pasquale

La luce viola dell'insegna al neon filtrava dalla finestra, scandita da un brusio metallico e ipnotico. Fissavo un punto nel vuoto oltre il vetro; la sedia di legno, dura sotto la schiena, era l'unica cosa che mi impediva di crollare.

Dalla strada, giù a San Lorenzo, saliva solo il rumore vuoto delle bottiglie di vetro spinte dalle setole di una scopa. Rotolavano sull'asfalto portandosi dietro la solitudine di chi le aveva strette tra le mani fino a poco prima, nell'illusione di comprarsi un'ora di felicità.

Allungai un braccio verso il pavimento. La bottiglia di rum era ancora lì, chiusa nella busta di plastica del minimarket sotto casa.

Un picchiettare di tacchi, lento e cadenzato, salì lungo le scale e si arrestò davanti al mio studio. Qualche istante dopo, tre colpi secchi batterono sul vetro opaco della porta.

Non mi mossi. Continuai a fissare il buio.

Arrivò una seconda serie di colpi, più marcata. Rimasi immobile, convinto che il mio silenzio l'avrebbe fatta desistere. Mi sbagliavo. La maniglia girò e la spinta scardinò il cricchetto della serratura, rotta da mesi.

La porta si aprì e nello studio si insinuò un profumo fresco, denso, stridente con il degrado di quell'ora della notte. Sull'uscio apparve una donna alta, distinta, dal portamento rigido e autoritario. Indossava un soprabito bianco avorio su cui ricadevano lunghi capelli biondi.

«Lei è il signor Dante?» chiese, senza fare un passo avanti.

«Le dico subito che non sono la persona che cerca,» risposi senza togliere gli occhi dal cielo notturno. «Se ne vada, ho da fare.»

«Non direi, da quello che vedo. In ogni caso non sono qui per i suoi drammi esistenziali, ma per offrirle un lavoro. Il prezzo non è un problema, lo decida lei.»

La sua arroganza mi fece serrare la mascella. «Le ripeto che non ho tempo. Per cortesia, fuori dai piedi.»

«Non le sto chiedendo la sua disponibilità,» continuò lei, con un tono piatto che non ammetteva repliche. «Le sto dando un incarico e la pagherò qualunque cifra.»

Si avvicinò alla scrivania e vi appoggiò sopra una busta da lettere spessa.

«Qui dentro c'è la foto di una ragazza. Deve trovarla. L'ultimo posto in cui è stata vista è l'Albergo Inferno, nella periferia nord. Immagino conosca già l'indirizzo. C'è anche il mio biglietto da visita.»

Mi squadrò un'ultima volta con due occhi freddi, poi si diresse verso l'uscita. Sulla soglia si fermò e mi guardò ancora: «Non si disturbi a chiamarmi, sarò io a cercarla. So che mi darà buone notizie. Ora la lascio al suo lavoro.»

La porta si richiuse. Quella donna era stata un fulmine accecante in una scatola chiusa.

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