Capitolo 1
ERA PORCO O ASINO?
Di Elvira Guerrera
Il mercato era come al solito una baraonda di grida e colori, i commercianti gridavano la loro merce a squarciagola, a volte spingendo i cesti pieni fin sotto il naso delle donne ingrembiulate e vestite di nero. Ogni donna di una certa età aveva un lutto da piangere in eterno in questo paese, mentre le giovani caruse camminavano, occhi bassi e vestito accollato, abbarbicate al braccio della madre sognando a occhi aperti un valoroso cavaliere che venisse a rapirle su un bianco destriero.
Nelle ceste dei pescivendoli si vedevano contorcere creature dall’aspetto atavico, lunghe anguille dalla pelle spessa, di un nero lucido e inquietante, occhi spalancati di un intenso blu notte che sembrava scrutare con sguardo minaccioso chiunque osasse avvicinarsi ai gocciolanti vimini. E sul bancone, viscido di sangue e acqua, il pescivendolo vibrava fendenti alla povera creatura che continuava a contorcersi nello spasmo della morte.
Più in là un altro banditore reclamava la sua attenzione per le larunchie che vendeva, le piccole raganelle rosa che non osavano reclamare la loro libertà ma che protestavano, ogni tanto, nell’aria fresca del mattino come se sapessero che stavano per essere vendute al chilo, pronte per essere fritte o arrostite sulle roventi braci.
Nelle canalette l’acqua scorreva rossa sotto il bancone di legno, gonfio di sangue e delle interiora dei mostruosi pesce-gatto, le grida acute dei pescivendoli echeggiavano frammiste ai fumi del venditore di carne di cavallo, al profumo di fritto del venditore di crispelle e a quelle delle donne robuste e scaltre che mercanteggiavano con le povere popolane sul prezzo delle verzure e delle uova ancora calde.
Tra i banchi e il vociare si aggiravano due uomini, camminavano spavaldi tra la gente a volte urtando le donne e fuggendo gli uomini, specie se giovani perché caldi di testa e sempre pronti allo scontro. Camminavano Melo e Alfio, fianco a fianco, sghignazzando del niente e sconcicando per divertimento, erano due perditempo incalliti che fuggivano il lavoro e le responsabilità, insomma due nullafacenti. Melo era il classico ragazzo di famiglia a cui non mancava di certo il soldo in tasca, ma lui si divertiva a far finta di non possedere un centesimo come il suo degno compare Alfio, andava in giro con un vecchio mantello di lana grezza che aveva visto giorni migliori ma che a lui piaceva indossare, a parte i mesi estivi, praticamente sempre. Era un pezzo di ragazzo alto e dall’aria strafottente, gli bastava uno dei suoi sorrisi accattivanti per far sciogliere il cuore di una ragazza e il fucile del padre della stessa dal chiodo, portava lunghi capelli neri coperti da un grande cappello di feltro a tesa larga, aveva un paio di baffetti sottili che ricordavano quelli di un giovane gentiluomo, ma a parte i denari del padre lui di gentile aveva ben poco e di uomo ancora meno, visto che ancora aveva ventiquattro anni. E da una vita si accompagnava ad Alfio, ventitreenne, un poco più basso di lui e magro come uno stecco ma che dall’atteggiamento che aveva lo faceva sembrare goffo e impacciato, era molto legato a Melo, perché nonostante il suo amico si potesse permettere qualche soldo in tasca, non lo faceva pesare, anzi lo rendeva partecipe molto spesso delle sue spese, ma ciò non toglieva il fatto che i due erano due ladruncoli dalla faccia di bronzo che rubacchiavano solo per il piacere dell’avventura. Alfio portava ai piedi un paio di vecchi scarponi di cuoio più grandi della sua misura e il suo incedere strascicato lo rendeva impopolare verso quelle ragazze che osavano alzare lo sguardo, imberbe e con lunghi capelli castani che sembravano slavati dal sole, gli davano l’aria di un ragazzino piuttosto che di un ragazzo.
Quando si avvicinarono alla bancarella delle crispelle con ricotta o con acciughe, fu come se il loro pensiero si fosse unificato a un solo desiderio, il profumo dell’olio che friggeva e il soave aroma della pastella che si dorava attorno alla ricotta dolce e bianca, suscitava in loro il desiderio di addentare le croccanti e morbide pallette sformate.
Si avvicinarono a passo leggero verso l’uomo grasso dal viso paonazzo, surriscaldato dal pentolone di olio rifritto decine di volte, nero e torbido come la pece dell’inferno eppure capace di dorare quelle appetitose prelibatezze. Si puliva le mani nel lercio grembiule che doveva essere bianco all’origine, don Arazio, basso e tozzo ma un mastro ad usare il coltello, e non per spezzare la carne, ma per infliggere dolorose ferite ai suoi nemici e, se voleva, di lasciarli a terra a dissanguarsi come maiali sgozzati. Don Arazio, non aveva rivali nell’impastare le crispelle, si diceva che persino i reali ne avessero assaggiato ma questa era una voce che don Arazio per lo meno non smentiva.
Ed eccoli lì Melo e Alfio, a bramare vogliosi quelle crispelle che si scioglievano in bocca, calde da scottare la lingua e croccanti da stuzzicare i sensi. Ma lo scoglio era grosso e pure pieno di spuntoni pericolosi e affilati, omaggiato di due baffacci neri che incorniciavano un viso arrossato e un paio di occhi piccoli e cattivi sempre irrequieti e sospettosi.
Si scambiarono uno sguardo d’intesa, Melo e Alfio, e si separarono. Melo si avvicinò a don Arazio con fare ossequioso e chiese un involto con venti crispelle miste, con anciove e con ricotta, don Arazio rise sotto i baffi, venti crispelle erano un bel guadagno, e con le mani callose stagnate dall’abitudine, le raccolse ancora fumanti dal cesto e le avvolse nella carta spessa e già unta di fumo stantio.
Melo allungava le mani verso l’involto che fumava spandendo un profumo nell’aria da far venire l’acquolina, in una mano teneva una lercia moneta, ma che agli occhi di don Arazio era splendente come un pezzo d’oro, Melo si avvicinò ancora di un passo tendendo sempre le mani come a voler placare le ire di un cane rabbioso. Afferrò l’involto caldo e lo strinse saldo nella mano vuota mentre ritirava il braccio verso di se e allungava la moneta. Fu un lampo, Alfio correndo vicino ai due lasciò partire un tremendo ceffone sulla nuca di don Arazio, la testa dell’uomo scattò in avanti mentre Melo faceva già scomparire la moneta nel suo pugno e correva a gambe levate dietro al suo degnissimo compare. Scapparono, rincorsi dal cinghiale ansimante che era don Arazio, sfiorarono pericolosamente le bancarelle e urtarono le persone che contrattavano la mercanzia, inseguiti dal muggito pericolosamente vicino.
-Fermatevi figli di…..!
Continuava a gridare don Arazio, incurante del fatto di avere lasciato la bancarella, il pentolone fumante e le crispelle già fatte in balia di chiunque, ma le gambe giovani sono sempre più veloci e a lungo andare anche la resistenza ebbe la meglio, per cui ben presto Melo e Alfio si ritrovarono a correre fuori dal mercato stringendo al petto il loro caldo e fragrante tesoro.
Si rifugiarono in un vecchio casolare che odorava di arance ammuffite e vimini vecchio, di piacentino, di noci secche e del dolce profumo di una scanata di pane ancora fresco. Evidentemente era abitato da qualche contadino ancora sui campi, per cui sicuramente in qualche visazza avrebbero trovato anche qualche anfora col vino.
-Sulla ricotta…
Disse Melo sorridendo e tenendo tra le mani l’anfora col vino che aveva appena trovato.
-bevi di botta!
Rispose il suo degno compare sorridendo a sua volta.
Uscirono dalla casupola e si sedettero sotto un albero di arance a prendere fiato e aria fresca, in lontananza Mongibello, sembrava sorridere beffarda ai due ladruncoli che la fissavano senza dire una parola mentre sbuffava fumo grigiastro dal cratere incandescente, e mentre guardavano affascinati la montagna, mangiavano e bevevano, tuffando la mano nell’involto, a turno, per evitare di sfiorarsi per puro caso ma, passandosi il vino e bevendo dalla stessa anfora. Melo puntò un dito verso il vulcano e con aria assorta disse:
-Ai piedi della montagna una volta si trovava un monastero, era abitato da cinque monaci, tutti grossi come botti di vino rosso e furbi come i diavoli dell’inferno.
A queste parole si segnarono con la croce, non per le parole blasfeme ma per paura di avere evocato qualche diavolo errante, Melo continuò il suo racconto ascoltato da Alfio che lo guardava con occhi sgranati masticando pastella fritta.
-Mio padre era ancora un ragazzo di nemmeno trent’anni, ma i calli nelle sue mani erano duri e gialli come quelli di un uomo di sessanta, per un favore fatto ad un amico, fu ricompensato con un porcellino che mio padre amava proprio come un bambino. Quando quel porcellino cominciò a crescere, mio padre usava portarselo a spasso proprio come si fa con i cani, con tanto di corda attaccata al collo, e l’animale, ubbidiente, gli camminava accanto. Una mattina che mio padre stava pascolando il maiale, passò uno dei monaci e gli si accostò.
-Mastro Turi, buongiorno, che va a spasso con l’asino?
-Quale asino, padre monaco, un porco è!
Rispose tutto orgoglioso mio padre guardando il porcello che era diventato grande e grosso
-Figlio e che ti vuoi prendere gioco di un povero monaco timorato di Dio? Questo è un asino!
-Ma quale asino e asino, questo è un porco!
Mio padre cominciava ad incazzarsi, passi lo scherzo ma ora si trattava di presa in giro. La cosa continuò per un pezzo: asino, porco, porco, asino. Alla fine il monaco fece una proposta:
-Facciamo così figliolo, portiamo questa bestia dal Priore, lui nella sua grande saggezza ci dirà se questo è un porco come dici tu o un asino, come dico io. Però se ho ragione io che quest’animale è uno asino tu me lo regali, se hai ragione tu io personalmente ti regalo un pezzo d’oro dalla cassa del monastero. Ci stai?
Mio padre che era incazzato, a sentire un pezzo d’oro gli passò tutto e contento di un facile guadagno, si partirono per il monastero.
Si presentò un monaco così grosso e grasso che mio padre ne ebbe spavento, i due monaci si guardarono negli occhi, poi con voce mielosa il Priore chiese:
-C’è cosa, frate Damiano?
Frate Damiano raccontò l’intera faccenda al Priore, il quale si misi a girare attorno al porco e a scrutarlo con aria di intenditore, poi con aria di grande sapienza disse:
-Ma non si vede lontano un chilometro che questo animale è un asino?
-Un asino?
Mio padre raggelò, cadde sulle ginocchia, incapace di spiccicare una sola parola e mentre il suo amato porcello varcava il portone del monastero, ebbe l’impressione di vederlo entrare negli inferi infuocati, ed ebbe la certezza che non lo avrebbe mai più rivisto.
Arrivò a casa che nemmeno riusciva a vedere la strada, tanto aveva gli occhi annebbiati dalla rabbia. Sua sorella, la zia Angelina, lo vide arrivare, livido in volto e a malapena capace di reggersi in piedi.
-Turi! Ch’è successo? Gli chiese con gli occhi pieni di lacrime.
Mio padre le raccontò tutta la storia e la zia Angelina si issò in tutta la sua altezza e sentenziò:
-Monaci e preti, guarda la Messa e stocca le reni.
E infuriata si rifugiò nella sua stanza; quando ne uscì trovò so fratello vestito con la sua gonna lunga, la camicetta e una grossa borsa in mano.
-Turi! Ma che fai sei diventato scemo? Vedi che non è ancora tempo di Carnevale…
-Io vado a riprendere il mio porco.
Disse mio padre risoluto come un mulo.
-E che ci vai vestito così?
Chiese zia Angelina, squadrandolo dalla testa ai piedi, soffermandosi sul fazzoletto storto sulla testa.
- Spiegami almeno che vuoi fare!?
E mio padre glielo spiegò.
Agghindato dalle sapienti mani di zia Angelina, si presentò alla porta della Chiesa del monastero e si accomodò su una delle panche, tirò fuori il fazzolettino ricamato della zia e cominciò a lamentarsi e a piangere rumorosamente, nello scuro della Chiesa, attirato dal pianto femminile si presentò subito un monaco che scrutate le sembianze di donna, si precipitò a chiamare il Priore. Il quale Priore, ansimando come un bufalo e ballonzolando nella sua enorme mole, si precipitò verso l’anima in pena che piangeva disperata.
-Figliola, che succede?
-Padre, padre mio!
Cominciò a lamentarsi più forte mio padre, strusciando il seno fatto di arance tarocco sulla grossa pancia del monaco. Il Priore a sentire quelle rotondità sode abbracciava più forte quella povera figlia e si lamentava pure lui sconvolto dal desiderio.
-Che è successo?
- Il mio fidanzato, padre, mi vuole fare commettere atti impuri prima del matrimonio, vuole approfittare del mio giovane corpo che mai e poi mai è stato sfiorato dalle mani di un uomo.
Si esaltava mio padre gridando con la vocetta in falsetto, sembrava davvero una donna indifesa, stringendosi e strusciandosi al monaco, premendo col petto fatto di arance sanguinella. Il Priore, intanto cominciava ad ansimare più forte e più forte stringeva, ovviamente c’era il rischio che potesse sfiorare sotto la gonna qualcosa che non concerneva a un corpo di donna, per cui mio padre si allontanò, abbassò il capo e chiese asilo.
Il monaco non si fece ripetere la cosa due volte, ma costatando che una povera fanciulla non poteva dormire in una stanza, sola e in balia di eventuali attacchi del focoso promesso sposo, le propose di dormire nella sua cella, lui, il Priore, sarebbe rimasto ai piedi del letto a pregare per l’anima esacerbata della povera creatura, e ogni tanto a dare l’acqua benedetta per preservarla dagli attacchi del maligno che la potevano indurre in tentazione.
Poi chiamò uno dei confratelli e disse di spargere la voce: qualunque cosa avessero sentito, rumore o fin anche grida, non dovevano intervenire per nessuna ragione, anzi, che si inginocchiassero ai piedi del loro letto e intonassero a voce alta tutti i salmi.
La cella del Priore era accogliente e calda, anche se spoglia di mobilio: un letto, un comodino con un vaso da notte e un armadietto per riporre il saio, il tutto reso sinistro da una sola candela accesa. Mio padre rimase in sottoveste seduto sul letto con le gambe strette e le mani giunte come in preghiera, il priore entrò nella stanza, chiuse a chiave e subito si accomodò vicino alla giovane pulzella timorata di Dio. Sta femmina aveva qualcosa che al Priore piaceva molto, qualche virtù nascosta che la rendeva diversa dalle altre femmine, qualcosa in più. L’abbracciò stretta e cominciò a massaggiarle il petto, stretto nella fascia che zia Angelina aveva messo come reggipetto, mio padre cominciò a fare versi striduli e a respingere gli attacchi sempre più insistenti del monaco. A un attacco più violento della mano pelosa del priore un’arancia si staccò e rotolò sotto l’armadio, il monaco la guardò rotolare fino al suo armadietto poi guardò mio padre e disse:
-Ma che minch….
E non potè dire altro perché il vaso da notte gli si fracassò in testa.
- Ti ricordi di mio padre Alfio? Era esile ma aveva la forza di un leone. Sollevò il peso morto del monaco e lo legò alla testiera del letto per mani e piedi, poi aspettò pazientemente che riprendesse i sensi.
-Ti ricordi di me, pezzo di arrusu? Sono quello del porco di stamattina. Ora vediamo se era davvero asino.
Prese una grattugia arrugginita dalla borsa e cominciò a scorticare le spalle del Priore, e passava dalle spalle alle natiche, dalle natiche alle spalle.
-Era porco o asino? Era porco o asino?
E strofinava, strofinava con tutta la rabbia che aveva, e quello a gridare come un vitello orfano.
-Era porco o asino? To carogna maledetta, era porco o asino?
-E quello gridava come una zitellona che finalmente aveva perso la sua verginità. Mio padre che grattava e grattava ancora finché le gambe, la schiena e le lenzuola non diventarono rosse di sangue.
E mentre il Priore urlava di dolore, dalle celle vicine si alzò un coro di salmi che nemmeno gli Angeli del Paradiso avrebbero saputo intonare, pregavano per quella sventurata creatura che era finita sotto le grinfie di quel porco di Priore, che se non fosse morta soffocata dal peso enorme, sicuramente sarebbe rimasta menomata là dove la natura la distingueva dall’uomo.
- Quando mio padre fu sodisfatto, recuperò la sua roba, saltò dalla finestra e scomparve per le campagne. Arrivò a casa trovando sua sorella consumata dall’ansia, la povera zia era spaventata a morte, già s’immaginava il suo povero fratello arrestato dalle guardie, tra la vergogna e lo sparlamento di tutto il paese. Si infilò nella sua stanza da letto e ne uscì dopo nemmeno mezz’ora, la zia Angelina se lo rivide presentare davanti e ci mancò poco che non cadesse a terra svenuta: aveva indossato il suo abito buono delle feste, con tanto di mantello lungo, un cappellaccio e portava una borsa nera che all’apparenza sembrava molto pesante.
-Dove vai?
Piangeva la poveretta.
-Non ti rovinare!
-Mio padre arrivò ai piedi del monastero, cominciò a camminare nel cortile e ogni tanto faceva finta di raccogliere qualche erba medica, non dovette aspettare molto.
-Dottore, dottore, è la provvidenza che la manda, venga, venga, il nostro Priore è stato vittima del brutale attacco del maligno, venga, presto per carità!
Il dottore si precipitò a visitare il Priore che giaceva su un letto di dolore imprecando come un turco.
- Mettetelo a pancia sotto, e lasciateci soli, non abbiate timore se lo sentirete gridare, a volte la cura è dolorosa forse più della malattia stessa, ma necessaria.
-E pezzo di arrusazzu, nemmeno sta vota mi hai riconosciuto, ah? Ora tu mi dici dov’è il mio porco o ti battezzo un’altra volta.
-Il Priore, spaventato a morte, cominciò a piangere e a pisciarsi addosso.
Mio padre tirò fuori dalla borsa una bottiglia di aceto e cominciò a condire la schiena martoriata del Priore.
-Chi era, porco o asino, porco o asino?
E andava giù di sale.
-E pezzo di arruso, che era asino o porco ah? Chi era asino o porco?
E versava aceto e sale. E le carni del priore bruciavano come l’inferno.
-Basta, basta.
Strillava senza fiato con la vista annebbiata e fetendo di piscio.
-E a cassetta con l’oro dov’è?
E condiva, aceto e sale, sale e aceto.
-To, maledetto.
Tornato a casa, si mise a letto così com’ era e cadde in un sonno profondo. Si svegliò scrollato da sua sorella.
-I monaci ci sono, Turiddu, i monaci ci sono.
-E tu mi svegli per dirmi questo?
Fece mio padre.
-Ma se sono due giorni che dormi! Alzati, i monaci ci sono.
-Minchia, due giorni?
-Spicciati per carità, i monaci ci sono, porta male farli aspettare.
-E si, camurria!
I monaci erano tre e portavano con loro un carretto pieno di prosciutti, salami e salsicce. Mio padre guardava tutte quelle prelibatezze e pensava che quasi sicuramente quello era il suo povero porcello. Il più giovane dei monaci si avvicinò e con aria umile raccontò che il priore aveva contratto la malattia del ferro arrugginito e che un confratello era rimasto con lui.
-Quando sarà morto, lo seppelliremo e abbandoneremo il convento per sempre, tutto questo le appartiene, a noi ha portato solo sventura.
E così dicendo tornarono sui loro passi, da quel giorno nessuno li vide più né per le strade, né al monastero.
-Minchia!
Fu il laconico e sbalordito commento di Alfio, Melo si scolò l’ultima goccia di vino per rinfrescarsi la gola, poi distesero le gambe e complice il vino caddero in un sonno profondo.
Si ridestarono sentendo i passi pesanti di una mula e la voce stanca del contadino che la incitava, si alzarono di scatto e si defilarono dalle vicinanze del casolare, correndo in mezzo agli aranceti e ridendo a crepapelle, ascoltando le voci arraggiate del contadino che si perdevano nelle ombre del tramonto.
Era dolce la notte con il profumo della zagara nell’aria e le zaffate dei fumi del vulcano trasportati dal vento, il frinire dei grilli cavalcava l’aria tiepida e i due, sazi della lunga giornata, si apprestarono a fare ritorno a casa, magari passando prima da qualche osteria in paese a spizzicare fave e ceci arrostiti innaffiandoli con un altro po’ di vino. A Paternò non si patisce la fame, chi si accontenta, un piatto di fave o un cartoccio di ceci abbrustoliti e un bicchiere di rosso lo trova sempre, non ci sono cartelli, basta il passaparola e lasciare dopo sul tavolo di legno sbreccato un soldo per il disturbo.
Camminavano lenti sulla strada polverosa stringendosi nei mantelli, scalciando ogni tanto la terra bruna con le scarpacce di cuoio ruvido grossolanamente cucite con lo spago. Ogni tanto Alfio sbuffava nervoso e si guardava attorno.
-Alfio, ma che hai?
Chiese a un certo punto Melo.
-C’è che ogni leggenda ha sempre un fondo di verità.
-Che vuoi dire?
-Lo sai che cosa c’è a Paternò nelle campagne? il cavallo senza testa……
-Minchia camurria che sei! Alfio, senti a me, non ti spaventare è solo una leggenda, una storiella che ci raccontavano quando eravamo bambini. E poi se ci fosse stato davvero un cavallo senza testa che si aggirava per le campagne, a quest’ora già l’avrebbero messo nella graticola.
Melo aveva appena concluso la frase che trattenne il fiato tra i denti, intrappolandolo in un risucchio di paura, in lontananza si sentiva lo zoccolo pesante e strascicato di un cavallo. E se avesse avuto ragione Alfio e il cavallo senza testa esisteva davvero? Guardava con gli occhi sgranati verso il folto degli alberi aspettandosi di vederlo comparire furioso e fiammeggiante per avere perduto la testa, galoppare imbizzarrito per poi rizzarsi sulle possenti zampe posteriori e imprecare alla luna un silenzioso nitrito.
Ma, al rumore di zoccoli di cavallo ben presto udirono anche quello di un carretto, e una voce che imprecava sottovoce alla povera bestia che camminava lenta e stanca. L’animale era un vecchio mulo dall’aria triste e afflitta e non un nobile destriero dalla schiena fiammeggiante che vagava irrequieto nel buio della notte. Ma Alfio e Melo, ebbero lo stesso paura, perché a guidare il mulo c’era don Arazio, grosso, stanco e incazzato per essere stato derubato da due piscialetto figghi di buttana, che adesso chissà dove erano a digerire le sue crispelle. Ora, finché se ne stavano fermi sul margine della strada polverosa nel buio che cominciava a sovrastare gli alberi e loro stessi, don Arazio, non si sarebbe nemmeno accorto di loro, ma quei due disgraziati cominciarono a indietreggiare senza guardare dove mettevano i piedi, per cui inciamparono su una radice e caddero tutti e due col culo per terra, stavolta Melo non rise anzi si morse il labbro non appena si accorse che don Arazio alzò lo sguardo su di loro e peggio ancora li riconobbe all’istante.
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