Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Il pianeta della giustizia di Silvana Indelicato

Silvana Indelicato

Il pianeta della giustizia

Distante milioni di anni luce dalla Via Lattea, la galassia Nirvana stava scomparendo ai loro occhi. Al comando della navicella spaziale, Nakesh tirò un sospiro di sollievo e si rivolse ad Ayan:

«D’ora in poi non dovremmo più sentire i sobbalzi che ti piacciono tanto, la parte più difficile del viaggio è superata», gli disse con evidente ironia.

«Sei sempre convinto che sia stato sensato accettare la missione?» Ayan era dubbioso, ma questa era una sua caratteristica e Nakesh non si scompose. Stavano compiendo quel viaggio interstellare avendo ricevuto un incarico assai complesso, ma in fondo anche in passato avevano dovuto affrontare situazioni difficili, riuscendo a mantenere una certa positività. Questa volta, però, l’obiettivo da raggiungere era a dir poco utopistico. Si trattava infatti di dover sovvertire lo “status quo” sul pianeta Terra, affinché cessassero per sempre i conflitti e le ingiustizie che lo caratterizzavano ormai da troppi secoli.

Tritone90 - il pianeta verso il quale erano diretti - si era intrufolato nella Via Lattea accidentalmente, a seguito di un collasso gravitazionale di nubi create da gas e polveri. Non ancora scoperto dagli scienziati del pianeta Terra, il suo processo di formazione era durato milioni di anni in conseguenza di infiniti sconvolgimenti cosmici.

Situato ben oltre il pianeta Nettuno, Tritone90 era comparso milioni di anni dopo Nibiru e ora per volontà di un dio giusto ma inflessibile - Shulgimesh - avrebbe assunto la funzione di torre di controllo del pianeta Terra.

Shulgimesh, dio della galassia Nirvana e re di Ramsha - il pianeta della giustizia dal quale i due viaggiatori provenivano – aveva affidato a Nakesh e ad Ayan quel compito strategico, nella convinzione che meglio di altri avrebbero saputo portare a termine una missione tanto delicata.

Il pianeta Terra, infatti, aveva attraversato epoche di ogni sorta, riuscendo a risollevarsi ogni volta che pareva fosse davvero arrivato alla fine. Aveva superato le più complesse situazioni economico-politiche, rinascendo dalle ceneri come l’Araba Fenice. Non questa volta. Tutti i suoi abitanti erano ormai schiacciati da leggi volute da approfittatori, che, come lupi famelici, non intendevano arrestare la propria bramosia, seguitando a compiere le più esecrabili nefandezze. I popoli della Terra subivano senza più osare ribellarsi e ciò che davvero aveva dell’incredibile era la completa perdita di interesse da parte di ogni individuo nell’accrescere la propria consapevolezza. Il loro motto era ormai diventato “per il quieto vivere, conviene abbassare la testa e subire”.

Molti uomini giusti avevano provato nel corso dei secoli a risvegliare gli animi più dormienti, senza ottenere alcun risultato, se non quello di finire su cataste di legna, arrostiti al centro delle piazze cittadine, tra le fiamme dei roghi per loro appiccati. A tale monito, anche colui che avrebbe voluto andare controcorrente, differenziandosi dalla massa, aveva infine accantonato lo spirito di ribellione, adeguandosi alla moltitudine dei codardi.

A considerevole distanza dal sole, su Tritone90 nessuna vita sarebbe stata possibile. La superficie, infatti, risultava del tutto ghiacciata, mentre le sue viscere ardevano a temperature altissime; il pianeta avrebbe pertanto ospitato soltanto tecnici specializzati all’interno di un laboratorio creato da Shulgimesh con materiali resistenti a qualsiasi avversità atmosferica.

«Sarebbe stato bello poter conoscere una nuova popolazione», sospirò Nakesh, pur giudicando più che sensata la scelta di Shulgimesh di assegnare a quel pianeta la mera funzione di torre di controllo. Le condizioni improponibili per qualsiasi forma di vita non permettevano alternative, Si sarebbero dovuti accontentare di interagire con i tecnici – robot umanoidi – rimanendo per tutta la durata della missione all’interno del laboratorio. Da qui venivano impartiti ordini alle menti dei potenti del pianeta Terra con l’obiettivo di instaurare giustizia, pace e amore in eterno, ma i risultati ottenuti al momento erano scarsi.

Tritone90 doveva diventare per la Via Lattea ciò che il pianeta Ramsha rappresentava da tempo immemorabile per Nirvana: una torre di controllo che vegliasse sull’intera galassia, impedendo ai suoi governanti di perpetrare ingiustizie.

Ayan e Nakesh erano semidei, in quanto nati da una divinità e da un comune mortale. Questa loro caratteristica li aveva dotati della possibilità di una lunga esistenza, che avrebbe potuto protrarsi fino a 30.000 anni. Ora, con l’incarico ricevuto da Shulgimesh, si apriva per loro un’insperata possibilità: diventare immortali. Il conseguimento di tale obiettivo implicava, tuttavia, la piena realizzazione della missione che avevano accettato. In caso contrario, Tritone90 sarebbe stato annientato da violentissimi cataclismi, secondo quanto sentenziato da Shulgimesh. A quel punto, il piano di riportare pace sulla Terra sarebbe naufragato per sempre, imponendo ai due semidei di rinunciare all’ immortalità.

«Non possiamo fallire, mio caro Ayan, ma per la prima volta nella mia esistenza, nutro la netta sensazione che non sarà affatto semplice». Nakesh espresse il suo pensiero senza distogliere lo sguardo dalla figura del comandante della missione, che, con il restante equipaggio, si occupava della gestione dei sistemi di bordo, mentre ingegneri e controllori di volo, dalla stazione di terra del pianeta Ramsha, contribuivano da remoto alla navigazione del veicolo spaziale.

«L’arrivo nella zona desertica al centro di Tritone90 è previsto a breve, reggiamoci forte», disse Nakesh, mentre Ayan, che non mostrava alcun segno di nervosismo per l’atterraggio, dichiarava tutta l’apprensione di cui disponeva nei confronti della missione: «Quale meccanismo non ha funzionato negli umanoidi… ? Cosa può essersi inceppato nei dispositivi impiantati nei loro crani»?

Gli umanoidi del laboratorio, infatti, non erano ancora riusciti ad annientare la malvagità della classe dominante del pianeta Terra. Al contrario, nella restante popolazione del pianeta, già dotata di bontà naturale fin dalla nascita, erano stati intensificati sensibilità e perspicacia. Il raggiungimento di una maggiore consapevolezza da parte di tale fascia di individui aveva prodotto una più forte percezione delle ingiustizie perpetrate dai potenti, gettandola nella paura e nella disperazione. Ormai, sul pianeta regnavano sofferenze e lacrime.

Nakesh stava per convalidare quanto esposto dall’amico, ma decise di trattenersi: «Vedrai che riusciremo a rilevare i guasti; li comunicheremo quindi agli umanoidi del nostro laboratorio che di certo sapranno dirci quali azioni correttive dovremo eseguire». In fondo, si trattava di personale altamente specializzato e, pur essendo soltanto dei robot, avevano nel tempo dimostrato grande abilità ad assolvere i propri doveri. Grazie a loro, nella galassia Nirvana regnavano, ormai da millenni, pace e serenità. Il loro sapere presto sarebbe stato trasferito ai robot di Tritone90 che finalmente avrebbero inviato gli impulsi di cambiamento comportamentale ai potenti terrestri in maniera incisiva. Tutto sarebbe ricominciato sulla base di accadimenti rispettosi di giuste leggi e, alla fine, anche nella galassia della Via Lattea, avrebbe avuto inizio una nuova era nella quale l’amore fraterno avrebbe saputo annientare ogni genere di indegno proposito di supremazia.

L’atterraggio richiese manovre di una certa difficoltà, essendosi svolto in piena tempesta di fulmini e meteoriti. I due viaggiatori indossarono tuta e casco per proteggersi da qualsiasi tipo di radiazione cosmica e dalle temperature che potevano arrivare anche a -300°C e si prepararono ad abbandonare la navicella.

Il laboratorio di Tritone90 si presentò ai loro occhi con la sua imponenza. Si trattava di un’enorme cupola argentata, costruita con materiale che a prima vista non riconobbero. Rilevando la loro presenza, un portellone si aprì per poi richiudersi non appena Nakesh e Ayan ebbero varcato la soglia del laboratorio insieme al comandante della missione. Furono quindi investiti da una soffusa luce azzurrina, proveniente da una botola di acciaio posta nella parte centrale del soffitto. Mossero quindi i primi passi, mentre dal fondo del corridoio che si accingevano a percorrere, si materializzava un umanoide con tutta la sua imponenza.

«È alto quanto me e te», disse Ayan.

«Benvenuti, io sono CPU-X, seguitemi».

Ayan e Nakesh si scambiarono uno sguardo furtivo e poi s’incamminarono preceduti dal robot. Furono quindi introdotti in un ampio salone dentro il quale spiccava un gigantesco tavolo ovale di cristallo e, accomodandosi su poltrone in pelle nera, attesero l’arrivo dei robot che CPU-X aveva chiamato a rapporto. Se ne presentarono sei: CPU-Africa, CPU-America, CPU-Antartide, CPU-Asia, CPU-Europa e CPU-Oceania.

Il primo a parlare fu CPU-Africa, il quale pose in evidenza quanto fosse difficile far desistere le grandi potenze dal desiderio di volersi appropriare delle infinite ricchezze di tale continente. «Troppa concentrazione di oro, diamanti e cobalto», sentenziò «e così, non riuscendo a debellare la troppa avidità, i nostri comandi sulle menti di certi individui non attecchiscono a sufficienza».

CPU-Oceania, altresì, addossò la colpa alle principali ricchezze del continente, come oro, carbone, litio, seguita dagli altri robot che lamentarono le stesse problematiche e il crescente desiderio di potenti dominatori, mai saturi di ricchezza e gloria.

Qualcosa sul pianeta Terra non aveva funzionato come in origine si era pensato dovesse accadere. Ayan e Nakesh posero ulteriori domande alle CPU presenti. Poi, si ritirarono nei locali a loro riservati.

«Dobbiamo modificare il meccanismo impiantato nei loro crani», disse Nakesh. Poi, proseguendo: «Gli impulsi da trasmettere al cervello dei potenti della Terra devono essere più forti di ogni genere di sentimento basato sulla malvagità».

Ayan rimaneva ad ascoltarlo con aria preoccupata. Dopo qualche istante, gli rispose: «Siamo semidei, non dei, e come tali non siamo in grado di agire soltanto su una parte del loro cervello, lo sai». Poi, guardando dritto negli occhi l’amico: «Eliminando ogni tipo di propensione alla perfidia, correremo il rischio di renderli del tutto privi di umanità, che, come sai, è fatta della possibilità di fare bene o di fare male». «Potrebbero quindi non nutrire più pensieri malvagi, ma neppure buoni e, senza un briciolo di bilanciamento, potrebbe comunque prevalere la crudeltà».

Sdraiati supini sui loro letti e con le mani incrociate dietro la nuca, Ayan e Nakesh chiusero gli occhi, decisi a saltare la cena pur di poter riposare un po’. I loro pensieri erano tuttavia concentrati sulla missione da compiere per non deludere Shulgimesh: riuscire a salvare i popoli della Terra. Quanto all’obiettivo di acquisire l’immortalità, lo ritenevano in assoluto di secondaria importanza.

Trascorsi pochi minuti, una luce violenta si propagò nella stanza e dal soffitto apparve Shulgimesh in tutta la sua imponenza: «Avete sette giorni di tempo per compiere la vostra missione, dopodiché dovrete tornare». E proseguendo con voce ferma: «Se sarete riusciti a trovare il guasto, allora rientrerete e vi sarà dato ciò che meritate; in caso contrario, al vostro arrivo, verrete condotti fuori dal pianeta Ramsha, in un luogo in cui per mille anni rimarrete al buio».

A trovare il coraggio di formulare una domanda fu Nakesh: «E non potremo più aspirare a diventare immortali, oppure avremo ancora qualche possibilità?»

Attesero che Shulgimesh rispondesse, ma ciò non accadde. Fissarono ancora il soffitto per qualche tempo e poi crollarono in un sonno profondo.

* * *

Entrambi ebbero le stesse visioni oniriche, nutrendo la sensazione di trovarsi realmente in un luogo fantastico. Un’isola situata al di là delle Colonne d’Ercole apparve nel loro sogno in tutto il suo splendore. Videro palazzi sontuosi con saloni immensi costruiti in alabastro, gigantesche statue di divinità in oro, argento, oricalco e giardini che si perdevano a vista d’occhio, carichi di ogni tipo di vegetazione dai colori accesi. Al centro dell’acropoli si ergeva un tempio dedicato al dio Poseidone la cui statua, in oro massiccio, lo mostrava al comando di un cocchio trainato da sei cavalli alati. Parve loro di respirare quell’atmosfera fatta di pace, nutrimento per l’anima e per la mente.

Videro poi fanciulle che indossavano tuniche bianche, lunghe fino ai piedi, con nastri di seta annodati sotto il seno, mentre sfilavano altere fra imponenti colonne di saloni illuminati a giorno. I loro volti parevano fatti di porcellana finissima, mentre il nero corvino dei lunghi capelli, opportunamente intrecciati e raccolti sulla nuca, ne esaltava la straordinaria bellezza.

Nakesh e Ayan, immersi in quel sonno profondo, seguitarono a bearsi di magiche visioni per un tempo indefinito. Poi, all’improvviso, corrugarono la fronte, contorcendosi e strizzando gli occhi. Parevano voler abbandonare le visioni che li stavano straziando, ma il tentativo di interrompere la sofferenza, subentrata alla beatitudine provata fino a quel momento, risultava vano. Il sogno li stava dominando, obbligandoli a viverlo nella sua interezza.

Assistettero così a scene brutali di prevaricazione sui deboli da parte di uomini, avidi e senza scrupoli, che per la smania di conquista avevano fatto della corruzione e dei vizi più sfrenati la propria ragione di vita. Li videro rincorrere il potere a piene mani, sempre più assetati e desiderosi di accaparrarsi inutili ricchezze, disposti a rotolarsi nel fango più nero pur di riuscire nel loro sporco intento. Ma le ultime scene di ciò che ormai era diventato un incubo furono terrificanti. Quell’isola, dalla bellezza ineguagliabile, s’inabissò nell’oceano nell’arco di un giorno e di una notte per volere del padre degli dei: Zeus.

Nakesh e Ayan vissero la sua distruzione come fosse realtà e soltanto al risveglio capirono di aver assistito alla tragica fine della gloriosa Atlantide, che, divenuta avida, corrotta e depravata, aveva subito la fine più tragica di tutti i tempi.

* * *

Gli umanoidi di Tritone90 si dimostrarono collaborativi ed efficienti, consentendo ai due semidei di verificare, con l’ausilio di macchinari sofisticati, la natura degli impulsi trasmessi fino a quel momento alle menti dei potenti della Terra. Dopo un’attenta valutazione, Ayan e Nakesh furono in grado di inviare il rapporto al laboratorio tecnico di Ramsha. Avrebbero quindi atteso le correzioni da effettuare ai meccanismi impiantati nei crani dei tecnici di Tritone90.

L’attesa durò alcune ore e finalmente il rapporto arrivò.

I due semidei, nella sala della “Mente”, passarono in rassegna tutti gli umanoidi di Tritone90, i quali si sottoposero alle modifiche di buon grado. Tutti, tranne uno, che mostrava di possedere più degli altri un aspetto umano. Quando Ayan prese il suo cranio fra le mani per svitare alcuni bulloni e prelevare la scheda madre, ebbe un moto di insofferenza. Fu in quel momento che sullo schermo a tutta parete, denominato “Psiche”, apparve la figura di Shulgimesh, che minacciava la distruzione del robot renitente a sottoporsi alle modifiche. Subentrò poi un silenzio assoluto cui seguì il rumore degli utensili nelle mani di Ayan.

Dal giorno seguente, ogni sera, prima di cenare, i due semidei si collegarono a “Psiche”. Assistettero così a tutte le fasi riguardanti l’invio degli impulsi comportamentali ai cervelli dei potenti della Terra, attendendo con trepidazione le relative conseguenze, fiduciosi di aver svolto il proprio lavoro al meglio.

Dopo sei giorni durante i quali dal grande schermo non provennero novità inerenti l’operato dei potenti terrestri, Ayan e Nakesh furono investiti da un fascio di luce rossa, che, con pulsazioni a intermittenza, si propagò in tutta la stanza. Non era un buon segnale e si domandarono cosa potesse essere accaduto.

Trascorsero alcuni interminabili attimi e, alla fine, l’immagine del responsabile del laboratorio di Ramsha apparve al centro dello schermo, mentre il fascio di luce si diradava lentamente: «Potrete assistere a breve a tutto ciò che succederà sul pianeta Terra da questo momento fino ai prossimi 10.000 anni». I due semidei attesero che proseguisse, ma tutto tacque. Lo schermo si colorò quindi di un rosso vivo e poi, con lentezza, diventò grigio scuro fino a che iniziarono a scorrere immagini in bianco e nero.

Assistettero quindi a scene di una crudeltà inaudita. Le più cruente mostravano teste rotolare da rupi, secondo sacrifici umani in onore degli dei degli inferi. Sullo schermo sfilarono poi falsi ministri di un improbabile dio approfittarsi di ingenui fanciulli del tutto soggiogati a una religione improntata sull’idolatria. Videro immagini di popoli, che vivevano in simbiosi perfetta con madre natura, brutalmente uccisi da altri esseri umani nell’atto di volersi appropriare delle ricchezze delle loro terre e bambini spinti a frustate nei cunicoli sotterranei di miniere di oro e di zolfo.

La pellicola scorreva come un film dell’orrore, mostrando uomini entrare con forza nei territori di altri paesi con mezzi militari giganteschi, intenti a distruggere tutto e tutti pur di appropriarsi di materie prime divenute di importanza strategica per la continuazione di ciò che veniva chiamato “progresso”.

Il sogno non aveva fine e seguitò, consegnando orribili visioni che riguardavano la distruzione completa della Terra. Tutto poi aveva nuovamente inizio.

Ayan e Nakesh assistettero a scene nelle quali gli uomini ricominciavano a cacciare bisonti per sopravvivere. Poi, nuovamente un’epoca caratterizzata dalla pace fra i popoli, tuttavia rivelatasi effimera, allorché uomini giusti venivano soppressi senza alcuna pietà, avendo osato ostacolare i macabri disegni di individui senza anima. Quindi, inesorabilmente, lo schermo mostrò un’altra era dominata da guerre e distruzioni.

«Ma Shulgimesh cosa fa da lassù?», sbottò Ayan con la fronte imperlata di sudore e la voce tremante. «Perché affidare a noi, semidei non immortali e non onnipotenti, ciò che potrebbe realizzare in poco tempo senza il nostro aiuto?» Nakesh si voltò verso di lui. Appariva sconvolto: «Ciò che abbiamo visto ha soltanto un significato», disse sconfortato, mentre il comandante della missione compariva nella stanza, facendo segno di volerlo seguire.

A testa bassa, non potettero che obbedire. Salirono poi a bordo della navicella che li aveva condotti dal pianeta Ramsha su Tritone90 una settimana prima e in pochi minuti il decollo ebbe inizio. Attraverso gli oblò assistettero a ciò che accadeva in quello spazio cosmico, avvertendo il senso frustrante della sconfitta che precludeva la salvezza del pianeta Terra.

«Ci saranno altre possibilità, vedrai», disse Ayan con un filo di voce, mentre dallo spazio proveniva il fragore dovuto alla disgregazione di Tritone90.

Tra saette di fuoco e boati di esplosione che sancivano il fallimento della loro missione, lo spettacolo proseguì con ritmo incalzante fino al raggiungimento dell’epilogo più doloroso.

Come Atlantide era svanita, sommersa dalle acque profonde dell’oceano, così Tritone90 si dissolse nel nulla.

Della torre di controllo del pianeta Terra non rimase che un ammasso di pulviscolo fluorescente. E, a poco a poco, si tramutò in un puntino luminoso destinato a disperdersi nel cosmo.

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