Storia · capitolo 1

Che guazzabuglio è la vita il martedi

Che guazzabuglio è la vita il martedì di Fabio


 

 

«Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è

infelice a suo modo.»

 — Lev Tolstoj, Anna Karenina

 

 

Quasi tutti i miei amici di un tempo venivano da origini umili, cresciuti senza alcun credo politico — a differenza di certi conoscenti che frequento oggi. In molti di loro, l'antico odio di classe che li ha nutriti da bambini serpeggia ancora, latente, oggi mascherato da incarichi di prestigio e bella vita.

Io, invece, vengo da un altro mondo. Non ho mai vissuto intrepide adunate sotto un mare di bandiere rosse, né mi sono inebriato con l'odore di salsiccia e porchetta alle feste dell'Unità. Sono cresciuto, mio malgrado, seduto accanto a mio padre nella sede della Democrazia Cristiana del mio capoluogo di provincia. Stavo lì, sotto la fitta nebbia azzurrina del fumo di sigarette americane, calzoni corti e piedi penzoloni, a guardare rapito quei manifesti dai visi sorridenti e sconosciuti che imploravano: «Per l'avvenire dei vostri figli, votate e fate votare Democrazia Cristiana».

Capivo poco o niente di quei paroloni solenni che incombevano sulla mia noia di bambino, in quelle mattine domenicali lontane dai compagni di giochi. Eppure, dopo tanti anni, sento ancora viva in me quell'atmosfera tranquilla e tollerante delle domeniche italiane. Mi ritorna il ricordo di mio padre che si illuminava ascoltando Jader Jacobelli, conduttore di quelle neonate tribune politiche, in una televisione con un unico canale, rigorosamente in bianco e nero.

Lui, però, non era solo l'uomo delle riunioni di partito e dei telegiornali ripetuti all'infinito. A volte — costretto dall'ansia depressiva di mia madre — abbandonava quell'abito serafico da pseudo-intellettuale autodidatta, formatosi sulla lettura del Reader's Digest, per rivelare un'altra faccia di sé, ben più inquieta.

Accadde così anche in quel martedì di fine estate. Un martedì banale, un giorno che non stava in prima pagina, né in fondo, né a metà come spartiacque, ma si trovava lì, scivolato quasi per errore in un angolo dimenticato dalla settimana.

Quella mattina la cucina profumava già di polpette fritte e di bucato pulito, ma l'aria era così densa che si faceva fatica a respirarla.

Mia madre era ferma vicino al lavandino, le spalle rigide, gli occhi infuocati; non gridava più, aveva esaurito le parole, lasciando spazio a quel silenzio tagliente che in casa nostra faceva più paura delle urla. Mio padre stava in piedi al centro del pavimento di granito, e io lo guardavo dal mio angolo, cercando di diventare invisibile.

Fissavo le sue mani che tremavano: mani né grandi né piccole, rigide e lisce come di porcellana, macchiate di nicotina, sormontate da una peluria rosea fin sugli avambracci — dove immaginavo si muovessero i fili invisibili di una marionetta impazzita.

Il litigio era cominciato per un'inezia, un pretesto qualunque, ma si era presto trasformato in una resa dei conti spietata. A un tratto lui mi guardò, e in quello sguardo non c'era rabbia, ma qualcosa di peggio: un malcelato, dolcissimo disprezzo, la fredda convinzione che io fossi soltanto un artefatto, una copia sbiadita a immagine e somiglianza di mia madre e della sua famiglia. Una condanna silenziosa e costante, alla quale mi abbandonavo senza difendermi: a dieci anni non avevo le armi per salvarmi dalla persona che amavo.

Improvvisamente, l'atmosfera si spezzò. Come per fermare il tempo, si mosse con una lentezza cerimoniale, allungando la mano verso la sciabola d'ordinanza — uno dei pochi cimeli della sua anonima carriera nell'Arma dei Carabinieri — appesa all'attaccapanni vicino alla porta. Il metallo mandò un riflesso sinistro sotto la luce della lampadina.

Senza un urlo, con tutta la forza che aveva in corpo, affondò l'elsa nel ripiano laterale del mobile della cucina. Il rumore fu secco e definitivo: un crepitio di legno vecchio che si spaccava, mentre la formica si sollevava in minuscole schegge affilate, lasciando una ferita profonda e insanabile.

Nessuno parlò. Mia madre sussultò appena, stringendo le dita sul bordo del ripiano dove aveva appena preparato delle caramelle al miele, lasciate rapprendere sul marmo freddo fino a farle diventare piccole lastre color ambra.

Quel colpo sordo mi arrivò dritto nel petto, e in un millesimo di secondo lesionò per sempre la mia innocenza. Capii, con la lucidità spietata dei bambini costretti a crescere in fretta, che da quel momento non sarei più tornato indietro. L'inferno della vita era cominciato. Tutto crollava: le pareti domestiche perdevano la loro sicurezza, e i numi tutelari dell'infanzia — l'idea di un padre protettivo, di una madre dolcissima, la sacralità della casa — si frantumavano in una polvere sottile che mi faceva bruciare gli occhi.

Lui lasciò la stanza con il suo passo rigido, abbandonando la sciabola conficcata nel mobile come il vessillo di una guerra persa contro il nulla. Io rimasi immobile a fissare quella crepa. Non mi restò che chiudere gli occhi e scappare da quella cucina rifugiandomi nel silenzio ovattato dei sogni, pregando che presto qualcosa mi portasse via.

Eppure quell'uomo, quando riusciva a vincere la sua timidezza primordiale, sapeva raccontarmi mondi meravigliosi. Spesso, tra le nuvole di fumo delle sue sigarette, evocava la figura di suo padre — un tipo bizzarro, a sentir lui, con più di qualche rotella fuori posto. Pare che durante la Grande Guerra avesse militato tra gli arditi, i soldati armati solo di un pugnale, inciso con la scritta: «Non ti fidar di me se cuor non hai».

Raccontava che un giorno, mentre il nonno rischiava la vita dietro le linee nemiche, un commilitone alto come una pertica gli aveva detto con un sorriso magico: «Piccoletto, butta quella gavetta e sali sui miei piedi: ti faccio mangiare qualcosa di decente a casa di mia madre».

Il nonno, scettico, aveva abbracciato il compagno d'arme sistemandosi su quegli enormi scarponi militari; quando riaprì gli occhi si ritrovò, per magia, a centinaia di chilometri di distanza, lontano dagli orrori del conflitto. Camminando sotto una pioggerellina timida i due raggiunsero una piccola casa in tufo che profumava di pane appena sfornato — il lievito madre mischiato al profumo della campagna, disperso tra i rintocchi di mezzogiorno di una vecchia campana.

Mio padre insisteva, sorridendo, che quel viaggio incredibile non fosse una sua invenzione, ma uno dei tanti segreti custoditi in un vecchio libro di magia che la nostra famiglia tramandava di generazione in generazione, ai primogeniti che avessero compiuto settant'anni. Da bambino non ci credevo, e ogni volta mi arrabbiavo sentendomi preso in giro; eppure la sera, a letto, speravo che un giorno toccasse a me custodire quel libro in qualità di primogenito surrogato dopo la tragica scomparsa di una sorella maggiore.

Gli anni, però, sono volati via veloci, e quel bambino è diventato un uomo pigro e sedentario, sempre più attaccato al proprio rifugio domestico. Forse è per questo che continuo a preferire le migrazioni immaginarie a quelle reali: una fame sconfinata di libri, pronti a essere scoperti.

Altro che visitare chiese di paesi sconosciuti, avvolte dal buio e dall'odore stantio del passato, o mangiare in trattorie di quart'ordine dove servono piatti che a casa tua butteresti dalla finestra.

Ho scelto la compagnia esclusiva del mio divano, che chiamo con affetto il mio dolce Oblomov, dove posso leggere qualche storia di vita reale che faccia da contraltare alle epiche imprese di mio nonno.

Eppure, a volte, lo sguardo si allontana dalle pagine e vola verso di loro, i miei figli — i miei giovani e possenti lupacchiotti, che corrono incontro a una nuova vita, veloci come il vento. Solcheranno mari sconosciuti, conosceranno mille città dalle torri altissime che salgono nell'azzurro del cielo. Si troveranno in posti ostili, ma sapranno difendersi con le loro giovani zanne affilate, pronte a mordere la vita. Un giorno lontano, quando guarderanno con gli occhi stanchi i propri cuccioli giocare felici, capiranno — e sogneranno anche loro la vecchia tana nascosta nell'erba verde, sopra la collina sempre in fiore.

Io, al contrario, non volo più neanche col pensiero. Amo stare chiuso in casa, o uscire al massimo in giardino per sedermi su un poggiolo comodo dove batta un raggio anche pallido di sole, scacciando ogni pensiero molesto. Starei ore immobile ad ascoltare il rumore della pioggia, il rombo del traffico lontano, il ticchettio dei tasti di una Olivetti che vola via da una finestra aperta.

 E il mio vicino, intanto, passeggia tra i solchi dell'orto senza contare i passi, aspettando che i pomodori si colorino di rosso.

In questi momenti mi rendo conto del tempo che corre, e poi rallenta, si ferma, e poi riprende. È la misura della nostra anima mortale, la speranza di un inizio e la certezza della fine: è il ricordo che si affievolisce, la corsa sfrenata di un bimbo emozionato, la ruga che si allunga sul viso, il bastone claudicante sul selciato. È la memoria, la pazzia, la gioia e il dolore.

Da quando ho compiuto settant'anni, però, al posto del famoso libro di famiglia sono arrivati solo acciacchi — quelli veri e quelli immaginati. Forse è stato proprio per fuggire da questo bilancio che, qualche sera fa, ho deciso di rompere il mio lungo isolamento, ritrovandomi in una trattoria affollata con il solito gruppo di pseudo-amici con cui condivido una certa familiarità, ma non l'intimità di un legame fraterno.

Siamo giunti fuori dal locale tutti nello stesso momento, accolti da una leggera pioggerellina vaporizzata sui capelli come lacca di altri tempi; i saluti iniziali sono apparsi intrisi di una stucchevole felicità di facciata — una mano di vernice colorata per ricoprire esistenze complesse.

Seduti intorno al tavolo, oppressi da una musica assordante, qualcuno sorrideva, qualcun altro annuiva scioccamente: tutti fingevamo che la serata procedesse nel migliore dei modi. Eravamo come i fedeli della domenica, in attesa impaziente di quell'«andate in pace» per abbandonare a gambe levate quell'antro poco familiare.

A volte la ricerca di una parvenza di affetto resta una delle poche difese contro l'incomprensibilità della vita — anche se dietro quella fragile armonia riaffiora sempre la voce dell'armadillo: la tentazione di verificare se ciò che ci unisce possieda davvero una sostanza o sia soltanto una convenzione.

Forse, alla fine, non vogliamo l'altro da noi perché pensiamo che sia tutta una finta, un vile inganno in questo teatrino che chiamano vita.

Diceva Arthur Schopenhauer che «la vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro: leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare».

E in questo grande ingorgo del mondo mi ritrovo fermo sul ciglio della strada ad aspettare quel viandante bislacco che si presenta quasi sempre all'imbrunire, quando la luna si dà il cambio con il sole. Arriva avvolto nella nebbia da luoghi inesistenti, come un soffio di nulla sulle fattezze del mondo conosciuto. Mi prende sottobraccio e mi sussurra parole dimenticate. Senza che me ne accorga, tutto diventa familiare. Anche quei nani ai lati della strada, quei folletti, quei suonatori di grancassa e quella gente del passato che si confonde con quella dei miei giorni.

Riapro gli occhi e quel sottile confine tra realtà e sogno mi appare, un poco alla volta, sempre più netto. Sono scomparsi i nani e i suonatori di grancassa, e con loro il ricordo di tutta quella gente che se n'è andata già da tempo.

Oggi, mentre la pioggia allaga i cortili e gli orti rigogliosi, chiudo gli occhi come quando ero ragazzo, e penso intensamente a quello che vorrei non fosse mai accaduto, lasciando che il flusso dei ricordi mi riporti indietro.

Rivedo la camera dei miei genitori, dipinta di verde acquamarina, e mi ritrovo immerso in quella penombra, satura di odore di malattia e di medicinali, con il balcone sfiorato da una luce soffusa e un vento che sa già di pace.

Tu, che sei stata una madre, o forse una matrigna, giaci avvolta in un lenzuolo, la testa reclinata, il respiro pesante. Le cose di sempre ti sono già lontane; non parli più, ti stai abituando: nulla ti interessa, senti solo il distacco. Ti sei raccolta, pronta per andare, e chissà se in questo momento ti ricordi di me. Forse sì, forse no. Ormai tutto passa in fretta: stendiamo un velo pietoso sulle nostre mancanze, e anche su quella stanza ormai spoglia. Sei andata via lasciando solo quel lenzuolo intriso di dolore — non ci sei più, mia dolce sconosciuta. Avrei voluto, credimi, parlarti per stagioni intere; ma non ci siamo riusciti, perché nessuno ce lo aveva mai insegnato.

Nel frattempo la pioggia continua a scendere, insistente, crepitando sulle vecchie tegole di cocciopesto; scorre veloce sulle piccole croci arrugginite del cimitero, zampilla sonora sul freddo marmo delle lapidi, inzuppando la terra scura e grassa che la gente del posto si ostina a considerare sacra.

È la stessa terra dove tutta quella gente semplice ha camminato insieme a me, tra gli ulivi, su quei declivi in fiore — anche quegli anziani che si guardavano le mani rotte dal lavoro, stretti in un silenzio attonito, interrotto dal racconto dolce di una storia antica, tanto per scacciare la paura della morte.

Anche adesso che mi ritornano in mente quelle facce scolpite nel granito, ti sto pensando, caro papà, stretto in quel misero pigiama di flanella.

E allora ti voglio raccontare anch’io una storia — questa volta, però, per scacciare la paura della vita: ti ricordi, siamo giunti in quel posto sconosciuto e pieno di dolore, al di là della collina, dove i fiumi finiscono di correre insieme alle speranze, in quel mare che il sole colora d’amaranto. Là, in quel lattiginoso pomeriggio, abbiamo aperto i nostri cuori per la prima volta. Mentre andavo via lasciando indietro tutto quel dolore, tu sei diventato sempre più piccolo e indifeso. Infine sei scomparso dietro quella porta bianca, con un ultimo sorriso dolce come quello di una madre. È stata quella l’ultima volta: ti avevo ritrovato in un attimo, per poi perderti per sempre.

Adesso il vento si è fermato ed è arrivato il silenzio. Un silenzio sdegnoso che non ammette più alcun rumore.

Solo il fischio finale di quel treno, color grigio ferro, senza finestrini. 

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