Capitolo 1
La stirpe
Flectar ne frangar
Virginia era sola sulla soglia della casa dov’era sempre vissuta e che apparteneva alla sua famiglia da generazioni. Rincasando dal funerale della sorella si era fermata sul portone d’ingresso, scolpito con immagini di uomini bicefali e donne anguicrinite, come ormai se ne trovavano solo sui portali delle chiese gotiche o nelle dimore filosofali.
Ora che anche la compagna di giochi e di studi era morta, non aveva più certezze: mentre il feretro veniva tumulato nella tomba di famiglia, Virginia aveva guardato a lungo l’ultimo posto vuoto, riservato a lei. L’ultima volta che le era stato chiesto di fissarlo con attenzione era stato il giorno della sua rinascita, quando le antenate avevano soddisfatto alcune sue curiosità infantili, spiegandole, tra gli altri dettagli, perché la cappella funebre del casato somigliasse tanto a una miniatura del Partenone e come mai in famiglia non ci fossero uomini.
Le avevano svelato che in tempi remoti, quando l’Europa era stata invasa da tribù incivili provenienti dall’est e l’intera società occidentale ne era stata devastata, alcuni isolati gruppi sacerdotali femminili erano scampati alla furia distruttiva rifugiandosi in eremi montani, inarrivabili per i cavalieri sanguinari, e in profondissime caverne ctonie, celate nel verdore delle antiche foreste vergini.
Non potendo annientare quelle donne, gli invasori avviarono un inesorabile processo di diffamazione, additandole prima come prostitute sacre, e poi semplicemente prostitute. Millenni dopo, forti del potere delle spade e dei libri sacri, che nel frattempo erano stati adulterati, iniziarono a chiamarle streghe, perché la strix, la civetta, le accompagnava nelle passeggiate notturne nei boschi, ma anche fattucchiere, masche, janare, magare e con una miriade di altri nomi, nessuno dei quali rifletteva la loro vera essenza, comunicabile solo tramite i divini appellativi di Iside mirionima.
«Allora cosa siamo?» aveva chiesto sgomenta Virginia alla nonna materna, che le aveva spiegato:
«Siamo uguali a noi stesse nei secoli dei secoli. Siamo nate per partenogenesi da un’unica Madre che ci trasmise integro il suo patrimonio genetico e che ci ha concepite e generate senza alcun principio maschile. Siamo figlie di un Logos femminile che gli antichi testi definiscono Sophia, Maya o Gaya».
«Questo significa che nessuna di voi ha mai avuto un compagno? Che mentivate quando mi dicevate che mio padre, il nonno e gli zii erano in mare? E io, potrò mai avere un marito - o un figlio?».
«Potrai avere tutto ciò che desidererai» promise l’anziana prozia Margot, «ma ogni acquisizione implicherà una pari rinuncia: se infatti non si fa spazio prima, nulla può essere ricevuto».
«Ma non siamo tutte uguali» aveva obiettato Virginia, mentre osservava i gesti misurati della sorella, che qualche tempo prima aveva ricevuto la stessa iniziazione e ora, per la prima volta, concelebrava sotto l’amorevole guida delle parenti: come aveva potuto ricevere informazioni tanto sconvolgenti senza confidarle a lei?
«Siamo nate in momenti e luoghi differenti e la nostra essenza è stata influenzata in modi diversi sia dalle Potestà celesti, sia da quelle terrestri» precisò sua madre, «e non giudicare tua sorella: come te, anche lei ha prestato giuramento di silenzio».
Poi le antenate avevano coronato Virginia di rose bianche e le avevano imposto i matronimici di Astrid, come la bisnonna materna, e Strenia, come la prima della stirpe, dalla quale tutte le altre avevano ereditato il destino che avrebbe distinto la dinastia per l’eternità, o che, più verosimilmente, sarebbe stato sepolto con lei, giacché, dopo molte lune dall’iniziazione, non aveva ancora trovato l’occorrente per colmare il vaso.
Le parole pronunciate al termine del rito le riecheggiavano ancora nelle orecchie:
«Ti battezziamo nell’acqua infuocata coi nomi di Virginia Astrid Strenia: ora tu sei il Vas spiritualis e tutto ciò che occorre».
Quest’ultima precisazione le era tutt’ora incomprensibile, eppure tutti i testi alchemici concordavano: l’uovo è tutto ciò che serve al compimento della Grande Opera, essendo al contempo il vaso, il fuoco, la materia e il nutrimento.
Ripercorreva mentalmente il rituale della propria rinascita, incerta se varcare la soglia o cercare un’altra sistemazione per quella notte, ma non aveva mai denaro con sé e voleva mantenere i contatti con le presenze che l’attendevano dietro il portone; respirò profondamente ed entrò.
La luce filtrava fioca dai verdi vetri smerigliati e impolverati dell’architrave, conferendo all’ingresso quell’atmosfera surreale che ogni volta le faceva trattenere il fiato e risvegliava la sua seconda vista. Chiuse gli occhi e iniziò a muoversi lentamente, ripetendo gesti che le pareva di aver eseguito innumerevoli volte, ma che mai aveva compiuto da sveglia.
Attraversò cautamente il lungo corridoio, dove i ritratti delle Basilee comunicavano le proprie esperienze e impartivano muti insegnamenti a chiunque volesse ascoltare: alcune nobili spiccavano per lo sguardo smeraldino, mentre in fondo al corridoio, oltre la porta della biblioteca, erano esposti i dipinti delle donne che avevano intrapreso il cammino evolutivo del dolore e avevano lasciato l’avita dimora per accendere un vero focolare e creare una famiglia tradizionale: il ritratto della sorella Petra sarebbe stato collocato lì.
Giunta all’ingresso della biblioteca le voci bisbiglianti divennero un’invocazione collettiva:
«Il periodo di riflessione è agli sgoccioli: devi scegliere. Se seguirai il percorso tracciato dai riti, dai libri e dai nutrimenti, ti saremo accanto per sostenerti e guidarti, altrimenti abbandona questa dimora e fonda la tua casa altrove».
Scostò la tenda di broccato rosso in un gesto ripetuto all’infinito da bambina, quando entrava in biblioteca per farsi sillabare una parola difficile dalle cugine più grandi o per cercare la sua compagna d’infanzia, che barava a nascondino usando trucchi che a lei non riuscivano ancora. Pianse al ricordo di quant’erano inseparabili nelle marachelle infantili e negli esperimenti di magia, ma la sorella aveva scelto la sofferenza: aveva trovato l’amore e l’aveva perduto in una delle interminabili guerre di quei cavalieri che millenni prima avevano cercato di estirpare la loro casta, e che ora non combattevano più il Femminile, ormai occulto, ma contro sé stessi.
Anche Petra dopo la rinascita aveva avuto un anno lunare per decidere se persistere nella via crucis che aveva scelto di percorrere col suo uomo, o se tornare in seno alla famiglia. Durante il rituale, le antenate l’avevano informata che un gene nel cromosoma y accelerava l’accrescimento del feto a tal punto, che al nono mese la testa era troppo grande per il canale del parto. Tale problema non si verificava invece nella gestazione per partenogenesi: la bimba così concepita era sì più piccola, ma anche più forte, cosicché il parto avveniva senza dolore o rischi né per la madre, né per la figlia, ma la scienza non conosceva ancora quanto loro osservavano da millenni. Certo, molto dipendeva anche dalla nutrizione, tuttavia, ogni tentativo di trasmettere alle donne degli invasori la sapienza alimurgica custodita dalla loro dinastia era stato vano.
«Il nostro modus vivendi è incomprensibile per quelle sventurate» l’aveva avvertita la zia, «abbiamo provato a salvarle diventando levatrici e guaritrici, ma la loro vita con gli uomini è radicata nella violenza, e come sai, la gravidanza non fa eccezione. Se abbraccerai gli usi e i costumi della famiglia di lui, sai già cosa ti aspetta».
Ignorando questi segreti, che le sarebbero stati rivelati solo alla propria cerimonia di rinascita, Virginia non aveva potuto consigliare Petra durante il suo periodo di riflessione, né aveva capito come il sapere accumulato durante i loro studi ermetici potesse non essere più abbastanza per la sorella. Nulla infatti avrebbe mai colmato il vuoto che Petra aveva creato per accogliere l’amore, perciò la donna si era trasferita dal suo amato prima ancora dello scadere del tempo e l’anno successivo le complicazioni del parto si erano portate via lei e il bambino, e così, almeno nella morte, era tornata a casa.
Intanto però le persecuzioni erano riprese: le altre parenti erano fuggite per fondare altrove nuove congreghe, baluardi contro l’oscurantismo spirituale, che dall’epoca dei Lumi era divenuto sempre più asfissiante. Dovendo ancora compiere la sua scelta, Virginia non aveva potuto seguirle; in effetti, non avrebbe nemmeno potuto tumulare Petra nella cappella di famiglia, perché non aveva riconosciuto l’errore nella sua scelta, ma chi gliel’avrebbe impedito ormai?
Si riscosse da quei pensieri ed entrò nell’ampio salone, dove tutto era rimasto immutato: il soffitto affrescato con scene misteriche, gli scaffali di legno di cedro traboccanti di manuali oculatamente selezionati, che le parenti le avevano lasciato in eredità nella speranza di mantenerla fedele alla stirpe; anche i mobili, gli arazzi, gli alambicchi e il leggio presso la trifora istoriata avevano conservato la stessa sistemazione di quando in casa vivevano molte Basilee.
Penetrare in quella stanza era come traversare il doloroso limite tra passato e futuro: fin da bambina aveva notato che restando sulla soglia poteva connettersi con le antenate e udirle parlare, proprio come era appena successo. Ad attenderla in quell’ampolla di ricordi non c’erano solo le memorie vivide delle risate di quando, da bambine, lei e Petra s’inseguivano sotto gli sguardi vigili delle sagge antenate, ma c’erano soprattutto le anime delle generazioni successive, che attendevano che una di loro, compiuta l’età, propagasse la millenaria stirpe matrilineare, plasmando nuovi corpi fisici che esse potessero abitare.
In un angolo in penombra, una giovinetta fissava due amuleti in cerca di indizi sul proprio futuro, mentre una magnifica dama vestita di viola guardava il tramonto presso la trifora e illustrava alla giovane le peculiarità dei due oggetti magici:
«Osserva: entrambi i cammei sono di tormalina nera, che, come abbiamo studiato, è una pietra apotropaica che scherma dalle energie negative, scaccia la paura e rappresenta la roccia, l’elemento più antico della Terra. Le radici emergono dal basso formando un tronco d’argento, dai cui rami spuntano infiorescenze coralline, a simboleggiare il passaggio dal mondo minerale a quello vivente, culminante nelle foglie d’oro, vedi? Noi siamo il frutto di un’iniziazione vegetale: Deus sive Natura scrivevano gli alchimisti cristiani. Durante la propria rinascita, ognuna riceve lo stesso cammeo, ma col tempo le foglie si specializzano, così ogni amuleto maturo raffigura un albero diverso, perché rispecchia l’anima della proprietaria e ne guida il destino».
«Quale albero ci sarà sul mio?» chiedeva la giovinetta; una donna più anziana le spiegava allora che molto dipende dalle inclinazioni personali, ma molto anche dalle contingenze esterne:
«Nel mio erano spuntate le foglie a cuore del tiglio, un albero che simboleggia fiducia, unione e protezione, ma qualche decennio fa, le foglie iniziarono a restringersi e scurirsi, fino a ricordare, per forma e per colore, quelle dell’ulivo. Tua madre e io interpretammo la metamorfosi come un invito a stabilirci in questa terra, che allora sembrava la più sicura».
«Scoprimmo tardi che non poteva esserci vera pace per noi» soggiunse la dama viola, «ma volevamo assicurare almeno qualche anno sereno a te, a tua sorella e alle vostre cugine, prima che venisse anche per voi il tempo della scelta».
Allora Virginia riconobbe se stessa nella giovinetta che confrontava i due amuleti, ma appena cercò di focalizzare meglio la scena e di ricordare quando mai si fosse svolta, la visione svanì nella penombra. Scrutando gli altri recessi della biblioteca, colse altre immagini di un passato che non ricordava, e a tutte rivolse la preghiera di guidarla verso la scelta migliore, ma le voci mantennero il silenzio, e all’improvviso Virginia si accorse di essere davvero sola nella grande casa e ricordò le parole con cui le zie l’avevano allertata contro questo rischio: “evita la solitudine, è l’arma più potente con cui gli spiriti ci legano a sé”, quando l’invisibile voce di un libro magico le bisbigliò un consiglio:
«Dedicati al servizio: il tuo destino non è più qui».
Si voltò di scatto, ma vide solo il pulviscolo della biblioteca indorato dai raggi del sole.
«Dunque non posso più vivere qui» concluse in un sussurro saturo d’insicurezza, «ma non posso nemmeno abbandonare questa casa, qui c’è il mio passato - e il mio futuro».
«Accogli i doni del presente» mormorò la voce, insinuandosi ancora nei suoi pensieri.
«Chi parla? Fatti vedere! » domandò Virginia, perlustrando ogni angolo della biblioteca.
Una ad una, le Ombre delle antenate vive e morte sfilarono davanti a lei in una bizzarra processione, gli sguardi affettuosi e presaghi di una grande trasformazione in atto. La invitarono a seguirle lungo il corridoio, le cui pareti adesso erano disadorne, perché tutti i ritratti avevano preso vita un’ultima volta, e le nobildonne erano emerse dalle tele. Virginia temeva di aver turbato il loro sonno eterno con un maleficio, o con la potenza del suo dolore. Aveva forse acquisito un nuovo potere? Era questo forse il “dono del presente” da cui volevano proteggerla?
Capì che il suo dolore era divenuto pura potenza distruttiva e superò il dianatico per affrettarsi fuori di casa; appena ebbe varcato la porta d’ingresso, la soglia prese fuoco, e mentre mille idee l’angosciavano, Virginia tentava di non formularne nessuna compiutamente, certa ormai che, in virtù di quei nuovi poteri, ogni sua paura si sarebbe avverata.
Quante volte le era stato ricordato che il pensiero è più potente di ogni incantesimo? Mentre il fuoco divorava la casa, guardò il cielo implorando aiuto e scure gocce di pioggia si precipitarono a velare tutta la campagna circostante; poi dalla terra si alzò una densa nebbia opaca che spense l’incendio e ingoiò le macerie.
Allora Virginia capì di non voler più vivere nel ricordo del passato e nel terrore del futuro; sapeva che quando la foschia si sarebbe diradata, l’avrebbe attesa un paesaggio acromatico, mentre lei era ormai pronta per tutti i colori. Una nuova via si stava preparando e quando la bruma si aprì, come un sipario, dove prima sorgeva la casa di famiglia, adesso c’era il vuoto. Allora seppe che l’incendio aveva creato quello spazio tanto necessario affinché qualcos’altro potesse farsi strada verso di lei, e le tessere che componevano il mosaico del suo Sé trovarono il loro posto. La vera prova da superare era stata l’integrazione di tutti quei pezzi del puzzle, che l’avrebbe portata all’acquisizione dell’ultimo potere: la consapevolezza di Sé nel mondo. Comprese anche che finora il passato aveva deciso il suo futuro, ma ora che sapeva disinnescare il meccanismo, il passato avrebbe continuato a far parte di lei senza più prestabilire chi o cosa sarebbe diventata.
Ringraziò le antenate per averla assistita nell’istante estremo del distacco dal noto verso l’ignoto, si avviò per l’ultima volta verso la tomba delle Basilee, depose il suo cammeo nel loculo vuoto che lo attendeva e s’incamminò verso il domani.
E il cammeo prese vita, ma invece di precisarsi in una specie arborea determinata, l’albero sviluppò radici d’argento tanto grandi che superarono il bordo dell’amuleto e si avvilupparono attorno alla tormalina nera: il principio di espansione era stato attivato, tra poco i primi fiori sbocceranno.
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