Capitolo 1
L’inquilino del terzo piano
Lo so, è il titolo di un vecchio film di Roman Polanski. Ma che ci volete fare, non è colpa mia se abito al terzo piano.
Stabile popolare, ex casa dei ferrovieri. Edilizia robusta per lavoratori da canottiera e calli sulle mani. Questo una volta. Adesso, solo anziani sulla strada del tramonto e immigrati con il miraggio di un futuro.
E il sottoscritto, a metà strada fra i due gruppi sociali. Non più giovane, non ancora vecchio. Forse soltanto un po' bollito.
Rientro dopo un'altra giornata da spacca schiena. Mercato ortofrutticolo, dieci ore a scaricare cassette di ortaggi di ogni genere, passando dalle celle frigorifere alle temperature esterne da clima sahariano.
Mi accoglie il fresco dell'androne di ingresso dello stabile non appena vi metto piede. Ma mi accoglie anche l'ascensore rotto. Da una settimana.
Coraggio Amedeo, ultimo sforzo. Tre piani e ci sei.
Al secondo si apre una porta. Elvira, ottantasette anni, una cartella clinica degna di un romanzo, ma sempre in gamba. Una che non molla. Esce sul pianerottolo in vestaglia e ciabatte.
«Sciur Amedeo, vi ho preparato questo.»
In mano ha una teglia ricoperta da un panno. Ne scopre un angolo. Pasticcio di carne e patate. Me la porge.
«Grazie Elvira, non doveva...»
Solita storia, la vecchia prepara da mangiare per tutta la famiglia, solo che la sua famiglia non esiste più, è rimasta sola, vedova e con i figli diasporati chissà dove. E allora tutta quella roba avanza. Per fortuna ci sono io a fare gli onori.
«Ma va là, poi ho visto pure tuo fratello, così ve la mangiate in due.»
La guardo. «Mio fratello? E dove lo hai visto?»
Quella fa spallucce come se fosse la cosa più normale del mondo. «È salito prima, con un tappeto enooorme sulle spalle. Puaret chissà che fatica, dalla faccia pesava eh.»
Ne capisco ancora meno. Un tappeto enorme? E che diavolo ci fa qui mio fratello? L'ultima volta che l'ho visto girava con un apecar da cinquanta a svuotare cantine e solai di gente che voleva fare grandi pulizie. Un improvvisatore della vita mio fratello, che campa alla giornata considerando l'indomani come la scatola di cioccolatini di Forrest Gump: non sai mai cosa ti riserverà.
Un mezzo brivido mi attraversa la schiena mentre mi congedo da Elvira e faccio l'ultimo piano di scale. Sono stanco morto, sto solo sognando una birra ghiacciata e il divano e invece mi ritrovo mio fratello in casa. Con un tappeto enorme. L'incipit non promette bene.
Apro la porta come se fossi un estraneo, entro quasi in punta di piedi in casa mia. E lo vedo. In piedi, in mezzo al piccolo soggiorno arredato con mobilio di recupero. Indossa una salopette da lavoro che ha perso contatti con la lavatrice da diverso tempo. Oltre alla salopette indossa un sorriso da ebete.
«Ciao Amedeo. Ti stavo aspettando.» È tutto quello che ha da dire.
Poi vedo il tappeto. Ancora arrotolato. Ha spostato il tavolo rotondo verso la credenza per farcelo stare in mezzo alla sala. In effetti è molto grosso.
Lo indico con la mano. «E quello?»
Lui fa una smorfia, storta la bocca in modo innaturale, come se fosse indeciso cosa trasmettere.
«Un piccolo problema…»
Mi insospettisco. I 'problemi' di mio fratello non sono MAI piccoli. L'ultima volta aveva incendiato un appartamento dopo che aveva dato fuoco alla coda del gatto della vicina di casa. L'animale, in preda al panico aveva iniziato a correre come un pazzo, diffondendo le fiamme alle tende e da lì al resto della casa. Era finita con una denuncia e una mezza rissa con il marito della donna.
«Che problema?»
Con un calcio srotola il tappeto. E mi mostra il problema.
Quello che appare è una divisa. E dentro la divisa un corpo. Di donna.
Dentro il tappeto c'è una poliziotta. A un primo sguardo sembra addormentata. Al secondo sguardo sembra molto meno addormentata e molto più morta.
Resto a bocca aperta. No, è più giusto dire che la mandibola mi cade, come se le avessero reciso di colpo tutti i muscoli e legamenti che la tenevano al suo posto.
Mio fratello Gustavo a quel punto, si sente in dovere di spiegare.
«Voleva farmi la multa. E io non ero d'accordo. È stato un incidente.»
«Co... come un incidente...» balbetto senza staccare gli occhi dal cadavere.
«Te l'ho detto, voleva farmi una multa sta stronza. E io lo sai, non ho mica abbastanza soldi per pagare, così le ho dato un colpo in testa con il cric. Ma solo uno. Poi lei è caduta a terra ed è rimasta lì. Bo', forse è morta cadendo.»
In effetti dietro la nuca i capelli biondi legati a coda sono incrostati di sangue.
Guardo mio fratello nello stesso modo in cui guarderesti un ippopotamo che ti attraversa la strada in pieno centro.
«E come cazzo ti è venuto in mente di portarla a casa mia avvolta in un tappeto?»
Voce alterata. Mi sembra di sognare. Desideravo solo una birra e un divano e mi ritrovo con un cadavere in soggiorno.
Mio fratello non capisce perché la stia prendendo così male. Ve l'ho detto, lui vive in una realtà parallela, un mondo che ogni tanto si interseca con quello reale di noi umani. Come in questo caso.
«Scusa Amedeo, cosa potevo fare. Mica potevo lasciarla lì. L'avrebbero scoperta e sai che quelli ci impiegano poco a beccarti quando ci si mettono d'impegno.»
«E l'unica idea che ti è venuta in mente è stato di portarla qui. Da me, a casa mia. Ma sei scemo...»
Mica una domanda la mia. Infatti quello si offende, fa il risentito.
«Oh guarda che non mi ha visto nessuno. E poi avevo giusto sull'ape sto tappeto di una cantina che avevo appena svuotato. Perfetto no?»
«Certo, come no, perfetto. Persino Elvira ti ha visto.»
«Ha visto soltanto un grosso tappeto un po' pesante. Nient'altro. Sennò a quest'ora avevamo già i suoi colleghi qui.»
Scuoto la testa per niente convinto. «Dobbiamo chiamare la polizia. Ti devi costituire.»
«Così vado in prigione. Davvero tu vorresti mandare tuo fratello in galera per molti e molti e molti anni Amedeo?»
Razza di bastardo, la butta sul sentimentale.
«E allora spiegami, quale sarebbe la tua idea per risolvere questo casino?»
«La facciamo sparire. Semplice. Niente cadavere niente delitto.»
Lo guardo, sempre più preoccupato per quello che ha in mente il demente. Si, va bene, fa rima, forse è inopportuno ma mi è uscita così, ok?
«E sentiamo, come pensi di farla sparire? Per caso hai anche una bacchetta magica sull'ape?»
«Non fare il sarcastico Amedeo, che ti viene male. Te non hai mai avuto il tempo giusto della battuta. La facciamo a pezzi e la portiamo via un po' alla volta.» risponde mimando il gesto della sega.
Sono allibito. Conoscendo Gustavo non sta scherzando. Lo pensa davvero. Infatti non molla e mi aggiorna sul suo piano, manco fosse Diabolik.
«Te adesso vai giù dal ferramenta, prendi ste cose che ti dico e poi ci mettiamo al lavoro. Tempo due ore abbiamo finito. Però muoviti che tra poco il negozio chiude.»
Ci sono delle volte che uno fa delle cose senza sapere esattamente perché le fa. Quasi agisse come una sorta di pilota automatico. Questa è una di quelle. Sì perché faccio davvero quello che mi ha detto di fare quel pazzo di mio fratello, e poco dopo sono di ritorno dalla ferramenta con la lista delle cose che mi ha detto di comprare.
Quando rientro in casa lo trovo tranquillamente seduto a fumare, assorto in qualche pensiero che non ho alcun desiderio di conoscere. Solo che lui ci tiene a tutti i costi a condividere con me.
«Sai cosa mi sono sempre chiesto?»
Scuoto la testa. «No.»
«Chissà che tipo di mutandine mette una poliziotta sotto la divisa.»
Appoggio il pacco delle cose acquistate sul pavimento e lo guardo malissimo.
«È così importante saperlo?»
Quello alza le spalle e spegne la sigaretta nel posacenere. Poi si alza e apre il pacco.
«Non ti arrabbiare, era solo una curiosità. Tanto lo stiamo per scoprire. Dai, aiutami a spogliarla.»
La giriamo supina. Via il cinturone con pistola, manette e tutto il resto. Via anfibi e calzini. Poi tocca ai pantaloni. E lì Gustavo si ferma un attimo.
«Ci avrei scommesso! Guarda un po' Amedeo, perizoma nero!» dice tutto soddisfatto. Ma non basta. «Dai, altra scommessa: passera depilata o boscosa ? Io dico liscia liscia.»
Ma che Cristo santo di Dio onnipotente! Ma cosa ha che non va mio fratello in quella zucca marcia.
«Ma chi se ne frega.» rispondo esasperato.
Via il perizoma. Sorriso a trentadue denti. Gustavo ha indovinato: vagina completamente depilata.
«Te lo avevo detto,» dice tutto contento «hai capito che troietta la sbirra. E voleva fare la multa a me...»
Non replico, non lo voglio insultare. Infine via la polo. Ora la poliziotta è tutta nuda. In effetti ha, anzi, aveva un bel fisico. Altezza media, magra, tonica, definita. Sicuramente molto sportiva, una che andava tutti i giorni in palestra. Una che curava l'aspetto, smalto nero sulle unghie dei piedi.
Stendiamo un grande telo di cellophane a terra e tiriamo fuori dalla borsa gli altri attrezzi che ho acquistato. La stendiamo sopra. Adesso inizia il lavoro sporco.
Ora, non so voi ma a me non capita spesso di fare a pezzi un cadavere, quindi mi scuserete se vi dico che non ho molta esperienza in merito. E infatti non sappiamo da dove iniziare.
Ci guardiamo. «E adesso?» dico.
Gustavo sta pensando. Poi ha un'idea. «Facciamo alla Dexter?»
«A chi?»
«Alla Dexter, Amedeo, cazzo lo conoscono tutti. È un telefilm famosissimo: il serial killer assassino di serial killer.»
«Mai sentito. Vabbè e che faceva sto Dexter?»
«Tagliava gambe, testa e braccia e impacchettava il tutto e poi buttava i sacchi nel fiume.»
«Qui non ci sono fiumi.» rispondo poco convinto.
Quello sbuffa, non gradisce le mie continue obiezioni. «Era per fare un esempio Amedeo, Madonna come sei pignolo. Sempre a puntualizzare su tutto. Piuttosto ho un dubbio.»
Resto zitto, lo lascio continuare, va bene saputello dimmi pure.
Indica il torso nudo della poliziotta. «Quello lo dobbiamo dividere a metà, per forza sennò non ci sta nei sacchi.»
Detto questo afferra la sega e la appoggia sulla vita della donna.
«Fermo,» gli dico «se la tagli a metà in questo modo spargeremo la sua merda ovunque.»
«E come vuoi fare, scusa. Non possiamo mica farle un clistere!»
«Ma sei serio? Prima la dobbiamo svuotare. Come faceva nostra madre con il pollo.»
Quello fa un sorrisetto ironico. «Intendi dal culo?»
Lo mando al diavolo con un gesto della mano, poi vado in cucina a prendere un coltello adatto e torno. Ho capito che devo prendere in mano la situazione o qui finisce male. Ovvero finisce al gabbio. Per tutti e due.
«Levati di mezzo.» gli dico senza tante cerimonie. Sto per fare una cosa allucinante ma ormai siamo in ballo, tanto vale farla bene.
Osservo con attenzione il ventre incavato della poliziotta, non ha un filo di grasso, questo dovrebbe facilitare l'operazione. Faccio mente locale, sì, qui. Affondo la punta del coltello proprio sotto lo sterno e inizio a tagliare verso il basso, in direzione del pube. Come previsto l'assenza del pannicolo adiposo mi facilita. La parete dei muscoli addominali si divide facilmente. Fatto. Allargo la ferita con le mani, sotto compaiono gli intestini. A vederli così sembrano un lunghissimo serpente grigio-rosa tutto arrotolato su sé stesso.
Mio fratello si avvicina e guarda dentro affascinato.
«Cavolo, chi se lo immaginava ci fosse tutta questa roba in una pancia così piatta?» dice quasi divertito.
Osservazione molto profonda, non c'è che dire... Brutta testa di cazzo. Sono tentato di mollargli un cazzotto sul muso ma mi trattengo.
Torno a concentrarmi sul lavoro. Respingo al mittente un conato di vomito mentre inizio a tirare fuori a mano tutte le budella della poliziotta, infilandole in un sacco di plastica nera da raccolta indifferenziata. In effetti mio fratello ha ragione, sembrano non finire mai tanto sono lunghe. Letteralmente un lavoro di merda.
Gustavo nel frattempo le sta guardando i piedi. Con un certo interesse. Vuoi vedere che questo idiota è pure un feticista? Sembra indeciso se leccarli o tagliarli. Poi, prende il seghetto per il ferro e opta per la seconda ipotesi, tranciandoli all'altezza delle caviglie sottili. Almeno ha deciso di darmi una mano, mentre io finisco di svuotare la pancia della poveretta.
A un certo punto Gustavo si ferma e mi guarda.
Mi fermo anch'io e ricambio. «Che c'è adesso?» chiedo.
«Mi è venuta fame. Che ne dici se facciamo una pausa e ordiniamo due pizze?»
Lo guardo come se fosse un ritardato. «Come no, ce le facciamo portare direttamente a casa, tanto che vuoi che sia se il ragazzo delle consegne butta dentro un occhio e vede che stiamo facendo a pezzi il cadavere di una poliziotta. Chissà quante volte gli è già capitato. Ma sei scemo davvero o fai solo finta?»
«Madonna che brutto carattere che hai Amedeo. Volevo solo una pizza, che sarà mai. Va bene, come non detto.»
Si rimette al lavoro, con l'aria imbronciata, staccando una a una a colpi di seghetto le costole della sbirra, mentre io mi occupo delle gambe.
Comunque, finiamo quel lavoraccio da film dell'orrore a notte fonda. Sono spossato. Che ci crediate o no fare a pezzi un cadavere è un'esperienza di vita. Di quelle che non dovresti fare mai ma, se proprio ti succede sappi che è meglio se ti prendi un paio di giorni di ferie. Facciamo una settimana, va...
Mi alzo, mi raddrizzò, stiro la schiena indolenzita. Mi guardo intorno. Il soggiorno sembra un mattatoio, ma alla fine abbiamo fatto un buon lavoro. Il corpo smembrato e eviscerato giace sul telo di cellophane, pronto per essere insacchettato e smaltito.
E smaltito. Sì, ma dove? Dexter lo avrebbe buttato nel fiume ha detto Gustavo. Con la barca. Maddai, non siamo in un telefilm. Cassonetti della pattumiera? Sì, bravo Amedeo, tempo due ore e iniziano a saltare fuori pezzi di cadavere e addio, con le tecniche di indagine che hanno oggi arrivano subito da noi. Seppellirlo, scaviamo un po' di buche in un bosco, come dei carbonari dell'ottocento e buonanotte. Poi un giorno passa il cacciatore del cazzo con lo stramaledetto cane da caccia che fiuta, scava e trova. E siamo daccapo. Niente, anche questa bocciata, idea bislacca.
E quindi? Mio fratello continua a fissarmi, aspetta che io abbia l'illuminazione. Ovvio, fra i due sono sicuramente io quello dotato di senso pratico.
Campanello. Suonano alla porta. Merda. Mi congelo per un attimo. La mia fantasia sta già immaginando una squadra di teste di cuoio della polizia appostate dietro l'uscio, pronte a saltarmi addosso non appena apro.
Con le gambe tremati vado verso la porta.
«Si?» dico con voce malferma.
«Scusi sciur Amedeo, sono Elvira. Ho sentito dei rumori e sa com'è, a quest'ora mi sono preoccupata che andasse tutto bene e sono salita a vedere.»
La vicina del secondo piano. Tiro un sospiro di sollievo. Ma non apro la porta.
«Si si tutto bene Elvira, grazie, ho solo fatto un po' di pulizie. Mi scusi se l'ho disturbata.»
«No niente Amedeo, nessun disturbo. Era solo per sapere. Buonanotte e mi scusi ancora.»
Andata. Domani mi dovrò scusare per essere stato così villano da non avere neanche aperto la porta, ma, ma certo! Eccola l'illuminazione! Elvira, il pasticcio di carne.
Torno in soggiorno, mio fratello guarda la mia espressione da ebete felice stampata in volto.
«Be'" dice "chi era?»
«La soluzione del problema. Adesso so come smaltire il corpo della poliziotta.»
Due giorni dopo.
Suono il campanello e aspetto. Mi apre dopo alcuni secondi. In testa ha i bigodini, indosso la stessa vestaglia di sempre.
«Sciur Amedeo, che sorpresa. Dica...»
Allungo il pacco che ho tra le mani. È sigillato nella plastica, accolto con carta alimentare. Un bel pacchetto, niente da dire, si presenta bene.
«Cara Elvira, mio fratello ha ammazzato il maiale e mi ha regalato un sacco di carne macinata. Io non so che farmene, meglio se la prende lei che è tanto brava in cucina. Con me andrebbe sprecata.»
Alla vecchia si illuminano gli occhi per la gioia. Non se lo fa ripetere due volte, afferra il pacchetto con le mani secche e grinzose.
«Oh grazie Amedeo, mi serviva proprio, con quello che costa la carne oggi. Così le posso preparare tanti bei pasticci con le patate.»
Sorrido mentre registro con la mente di ricordarmi tassativamente di non accettare mai più le teglie di nonna Elvira. Almeno il cannibalismo lo vorrei evitare se fosse possibile.
«Ma certo.» rispondo controvoglia. Poi la saluto e mi giro per andarmene.
Lei mi richiama. «Amedeo scusi...»
«Dica Elvira.»
«Non vorrei sembrare sfacciata, ma se ha anche qualche salsiccia visto che ha parlato di maiale mi farebbe piacere.»
Ripenso alle budella della poliziotta che ho ancora conservate nel congelatore assieme all'altra carne macinata. Sorrido.
«Ma certo Elvira, abbiamo anche quelle.»
In fondo sono l’inquilino del terzo piano. Il vicino che tutti vorrebbero avere.
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