Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Saluti da New York di FEDERICA

Saluti da New York

Caro papà,

ti sto scrivendo dal 78° piano del grattacielo che ospita lo studio in cui sto svolgendo il corso di perfezionamento post laurea. Così in alto l’atmosfera è surreale: le mie vicine sono le mutevoli e silenziose nuvole di giorno e le statiche e scintillanti stelle di notte. Quassù in cima sento più vicina la mamma: forse dal paradiso ogni tanto si cala in una tra le più luminose stelle e mi sorride. Ogni volta raggiungendo questa vetta artificiale mi sento paradossalmente più protetta: qui il paradiso è a portata di mano e già mi sembra di farne parte.

Sospesa tra le nuvolette, dall’alto mi libro lieve sul mondo. Invece di sotto, coi piedi ancorati al suolo di questa assurda metropoli, tutto ha più peso: la gravità mi ostacola, il mio incedere è esitante. Il cielo fa da scudo al male e al dolore mentre la terra mi trafigge con lame avvelenate.

A New York tutto è talmente diverso da quello che ho conosciuto e appreso nel mio minuscolo paese in Veneto o nella vicina città universitaria in cui mi sono laureata. Chissà se gli anni che passerò qui mi faranno desiderare di rimanerci per sempre o se mi faranno rimpiangere la mia piccola anonima provincia.

Stamattina papà, è proprio là che sono stata riportata; mi hanno fatto strada i tristi e faticosi ricordi che conosci bene anche tu. Li ho nitidamente rievocati durante un aggiornamento dedicato ai virus. Come già sai infatti, il mio gruppo di ricerca sta implementando un originale test molecolare per la rapida identificazione del nuovo ceppo di Coronavirus.

La trattazione dell’argomento mi ha coinvolta non sai quanto: mi sono difatti immedesimata tutto il tempo in quella minuta e sventurata particella vivente aggredita dal parassita. La cellula, prima sana e vitale e con un roseo futuro dinnanzi, se consente all’intruso di avvicinarla e penetrarla, compromette indelebilmente il proprio destino. Esso diverrà allora avverso, saranno minate giovinezza, sfide da affrontare e speranze da realizzare.

L’avversario è molto astuto: necessita di una vittima permissiva e indulgente ed è incline a invaderla soprattutto quando è più fragile e indifesa. Dopo avere usurpato la vittima, l’invasore cerca di instaurare con lei un legame forte; infatti senza l’ospite non è in grado di stare al mondo e ciò prova che la parte davvero debole è lui. Però quello rivolta sempre le carte in tavola, volendo far credere alla poverella di essere proprio lei quella che non può fare a meno dell’altro. La manipolazione è l’arma più subdola e incisiva con la quale il virus invade le tante sventurate.

Non ci avevo mai riflettuto, ma oggi ho scoperto che la parola virus deriva dal latino e significa veleno: la similitudine trovo sia alquanto calzante. Un veleno è in grado di ucciderti in maniera sibillina, lentamente o rapidamente, senza lasciarti sovente il tempo di curarti. E pensare che, nonostante questo enorme potere, il virus rimane qualcosa di indefinibile, anche se di sicuro non è certo ascrivibile alla categoria degli esseri viventi! È difatti molto diverso dalle cellule che ha l’abitudine di sfruttare, decisamente più complesse e molto più grandi di lui.

Un’altra cosa è assodata: le poche molecole che formano il virus si proteggono alla stregua di un tesoro in un forziere. Il vile sfruttatore invero, mentre trae profitto più che può dalla sfortunata, non trascura di corazzarsi, per opporsi, quasi sempre con successo, ai vani tentativi di difesa. Lui, si sa, diventa più virulento con l’umidità e col freddo: difatti in quell’anno maledetto, è capitato a metà novembre allorché rischiai, come la fragile cellula, di perdermi per sempre. Se un’infezione è mal curata diventa malattia: e così accadde anche a me. Il veleno che mi infettò aveva un nome: Filippo.

All’inizio l’accolsi nella mia vita, ignara degli effetti nocivi e al principio latenti che il veleno della possessione e della gelosia avrebbe poi generato. Quando però decisi di non volerlo più accanto e glielo comunicai, lui non si volle rassegnare ad accettare la separazione. Gli spiegai che era ancora molto giovane e che il lungo futuro gli avrebbe riservato nuove relazioni sentimentali, sicuramente migliori di come era, a quel punto, la nostra. Ma lui si era intestardito e persuaso che solo con me poteva essere felice. Agiva così alla stregua del virus che impossessatosi della cellula non l’abbandonerà mai, pena la sua stessa sopravvivenza.

F. aveva costruito con me un legame fruttuoso, ma solo per lui: in simbiosi avevamo convissuto davvero per poco. Perciò non mi voleva mollare e lasciare che mi riappropriassi della mia sacrosanta libertà. Provai molte volte ad allontanarlo da me, ma senza risultati: non riuscivo a sintetizzare l’antidoto per salvarmi dal pericoloso veleno. D’altronde la sua armatura era così robusta che un’arma idonea a demolirla forse non esisteva nemmeno nella fantasia.

Perciò speravo che, a poco a poco, da solo si allentasse il laccio che mi annodava a lui: sarei allora quatta quatta sgattaiolata via dalla soffocante morsa. Nel frattempo lui faceva leva sui miei sensi di colpa, minacciando perfino di togliersi la vita se lo avessi completamente estromesso dalla mia. La tattica del raggiro affettivo conduceva sempre agli esiti da lui sperati: una rinnovata modalità di avvelenamento mi faceva rimanere avviluppata al mio aguzzino.

In quel sabato d’autunno difatti mi trascinò nella sua vile trappola escogitata con lucida risolutezza. C’eravamo incontrati solo per un rapido saluto ma poi F. si offrì di accompagnarmi al vicino centro commerciale: avevo intenzione di acquistare un nuovo paio di scarpe da indossare per la discussione della mia tesi di laurea fissata il giovedì successivo. Dopo l’acquisto ci fermammo a mangiare un boccone al solito fast food. Non mi sentivo però a mio agio e avrei voluto il prima possibile liberarmi dall’assillante presenza di lui. Anche F. era visibilmente nervoso e contrariato ma certamente per ragioni opposte alle mie.

Avevo comunicato a mia sorella che sarei rincasata presto: volevo per l’appunto allontanarmi da quella venefica atmosfera che sentivo aleggiare intorno a me quella sera. Incollata alla sedia e con tante persone attorno temporeggiavo per non dovere lasciare quel luogo sicuro. Non volevo più salire nella sua auto, mi sentivo agitata e terribilmente in ansia per quello che di lì a poco sarebbe potuto accadere se mi fossi ritrovata a tu per tu con F. in un posto isolato. Temevo per la mia incolumità: provavo la stessa angoscia di un leprotto in fuga, terrorizzato dalla minaccia di essere acchiappato da un veloce predatore. Era la prima volta che avvertivo quell’angosciante sensazione e dicevo fra me che se tutto fosse andato per il meglio, mai più mi sarei fatta incastrare in tal modo.

Ma intanto i minuti passavano. Avevamo finito da parecchio i nostri panini e la conversazione nervosa e frammentaria languiva. Cercavo, nonostante tutto, di non dare spazio a F.; non volevo assolutamente che mi proponesse di lasciare quel tavolo, il mio ultimo rifugio. Ma non sapevo cosa fare. L’apprensione mi offuscava i pensieri, la razionalità non si precipitava in mio soccorso. Si erano già fatte le ventidue e trenta passate e ormai credevo di non avere più via d’uscita.

All’improvviso però vidi venire verso di me Gabriele, Sara, Matteo e Claudia. Sapessi quanto sollievo scorgere dei volti familiari e amichevoli dopo tanti tormenti! Senza indugiare nemmeno un attimo feci loro un cenno affinché si avvicinassero. Gli amici così mi raggiunsero subito. Io ero euforica e sono sicura che i quattro, alquanto perplessi, non riuscirono a coglierne la vera ragione. Lui al contrario era decisamente scocciato per i nuovi venuti che avrebbero forse compromesso l’attuazione dei suoi ambigui piani.

I ragazzi mi dissero che erano diretti in una discoteca di Padova. Chiesi loro se mi potevano riportare a casa, pur dovendo compiere una piccola deviazione e allungare la strada. Di sicuro in quell’istante capirono, dall’imbarazzo che l’espressione di F. faceva trapelare e dall’urgenza che manifestavo d’allontanarmi dal mio ex fidanzato, che qualcosa non andava. Risposero perciò che mi avrebbero dato il passaggio richiesto.

Freddamente mi congedai da F., lasciando sulla sedia di fianco alla mia, dove poco prima l’avevo appoggiato, l’orsacchiotto di peluche col quale aveva cercato di rabbonirmi e riconquistare. Piantai in asso entrambi e corsi via veloce verso l’auto dei miei soccorritori nel vicino parcheggio. Mai come in quell’occasione mi piacque respirare l’aria a pieni polmoni, essere solleticata dai soffi con avidità aspirati dalle mie libere narici, corroborata dal freddo improvviso e dalla penetrante umidità della nebbia che dissolse in un attimo tutte le mie angosce.

Mi ritrovai presto calma e al sicuro nella mia camera. A casa seppur sola, erano tangibili la tenerezza, il senso di protezione e l’affetto che, al posto del veleno di cui mi ero appena sbarazzata, stavano contagiando tutte le cellule del mio corpo e rallegrando la mia anima. Ogni volta che i miei pensieri mi riconducono agli avvenimenti capitati in quel novembre ostile, mi sovvengo di avere compreso proprio allora che tra una vita serena e appagata e un’altra che non lo è, la differenza sta nella qualità delle relazioni personali.

È lo stesso rapporto tra causa ed effetto che lega le proprietà microscopiche degli atomi a quelle macroscopiche della materia. Quando al liceo appresi che la distinzione tra il diamante e il carbone non risiede nella diversa qualità delle particelle, infatti sempre di carbonio si tratta, ma nel modo in cui sono tra loro vincolate, fui stupita di quanta diversità hanno il potere di creare le relazioni.

Paragonando il mio vissuto alle forme così diverse in cui il bizzarro elemento si palesa, sono persuasa che i legami forti e puri sono gli unici in grado di farti brillare e impreziosire, gli altri ti umiliano e ti abbruttiscono. Ciascuno di noi può scegliere se essere diamante o carbone: basta imparare a distinguere le persone sghembe da quelle rette, escludere le prime e legarsi alle seconde. Mi auguro che tutte le ragazze possano sempre brillare, unite agli altri solo da legami autentici.

Ora sono luccicante anch’io come un diamante e come la più dura fra le rare gemme so di essere preziosa; perciò d’ora in poi solo colui che tenterà di dischiudere lo scrigno con tenere e premurose gesta avrà diritto ad accedere al tesoro più ambito. Tu papà non ti devi però allarmare, con te lo giuro, non farò mai la “preziosa”!

Da New York per ora è tutto. Ti abbraccio forte e quando potrai raggiungimi in quest’angolo di paradiso, alla sommità del grattacielo: insieme faremo precipitare giù tutto il dolore sofferto e così liberati staremo sempre felicemente insieme, come nel classico lieto fine delle favole.

Con immenso affetto,

tua Giulia

Ispirato alla vicenda di Giulia Cecchettin.

Dedicato a Giulia, al padre Gino

e a tutte le gemme preziose volate in cielo

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