Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Quel testardo di un passero solitario di Fabio

Quel testardo di un passero solitario

«Ma dove vai con tutti quegli equivoci e quei malintesi nella testa, dove?»— Anonimo

Rincorrendo i nostri sogni di gloria, una mattina presto eravamo andati alla biblioteca del Burcardo, sperando di trovare finalmente un’ispirazione. Era diventata una missione dal titolo altisonante: Alla ricerca disperata di un testo teatrale.

Volevamo un copione bello, attuale, alla nostra portata, con un numero contenuto di personaggi adattabili all’età, alla conformazione fisica e alle attitudini della nostra compagnia.

Ecco, appunto: una missione impossibile.

Alla fine, ironia della sorte, l’ispirazione per una perfetta commedia degli equivoci l’avremmo trovata solo più tardi, e non tra i libri.

Quella mattina facemmo un grosso buco nell’acqua, perché il Burcardo non è una semplice biblioteca, ma un vero e proprio museo del teatro, un luogo destinato soprattutto agli addetti ai lavori. Vi si conservano testi incredibilmente rari e una fornita cineteca RAI.

Così rifacemmo al contrario tutta la strada dall’inquietante via del Sudario, giungendo stanchi e scoraggiati nei pressi dell’EUR. Ci accampammo alla bell’e meglio, come un’armata Brancaleone, in uno squallido chioschetto vicino alla stazione.

Eravamo lì, impigriti, in attesa di salire sul nostro treno della speranza che, dispettosamente, si sarebbe fermato in ogni sperduta stazioncina lungo il percorso.

Era un pomeriggio con una luce strana, ferita, indecisa se ritrovare splendore o avviarsi rassegnata verso le prime ombre della sera. Un venticello ponentino spazzava l’aria intorno a noi, facendo roteare tra i tavolini di formica, scoloriti dal sole e dalla pioggia, una confezione vuota di gelato: un Mottarello.

Il gestore del chiosco cominciava a guardarci in cagnesco mentre asciugava per l’ennesima volta le tazzine del caffè, aspettando invano che prendessimo finalmente una decisione.

A un paio di tavoli di distanza sedeva una donna di colore con una tunica verde smeraldo, straordinariamente decorata con piccoli pappagalli dai mille colori sgargianti. Da quella voliera ambulante emergeva una testa affusolata che sembrava scolpita nell’ebano.

Era incorniciata da un cespuglio di capelli crespi e scuri come la notte fonda, dal quale scendevano treccine annodate come tanti strozzapreti al nero di seppia. I nodi erano fermati da piccole perline azzurre come lapislazzuli.

Sedeva dandoci le spalle, con un portamento fiero, quasi regale, lo sguardo rivolto verso l’orizzonte, forse perso nel ricordo della savana.

Era l’ora dell’abbiocco dopo il panino farcito, rigorosamente portato da casa. Ci agitavamo cercando una posizione meno scomoda su quelle odiose sedie da esterno, assemblate con fili colorati di plastica intrecciata come scoubidou, che ci martoriavano la schiena facendoci desiderare una comoda poltrona dove sprofondare.

Dalla mia posizione privilegiata fui l’unico ad assistere, a bocca aperta, alla scena che improvvisamente si materializzò davanti ai miei occhi.

Lassù, in un azzurro cilestrino abbagliante, due nuvolette si rincorrevano giocose, sfilacciandosi e ricomponendosi in un eterno gioco d’amore. Da lontano arrivò uno stormo di uccelli che, tracciando percorsi invisibili, catturava al volo i moscerini con il becco perennemente aperto.

Ogni tanto lanciavano grida querule, quasi fossero richiami convenuti per segnalare ai compagni le zone di caccia più redditizie.

Improvvisamente uno di loro, dotato forse di una vista più acuta, si staccò dal gruppo e scese veloce verso di noi.

Era un uccello solitario: un passero.

Dopo un paio di traiettorie concentriche sopra le nostre teste distratte, planò in mezzo ai tavolini. Zampettava come un bambino concentrato nel gioco della campana, muovendosi con sicurezza secondo uno schema preciso che sembrava aver già studiato nella sua testolina.

Si fermò davanti a una mezza rosetta di pane abbandonata per terra con imperdonabile inciviltà e rimase immobile, come una piccola statua di gesso.

Sembrava una miniatura dipinta a mano sui pregiati piatti di ceramica di Capodimonte.

Il volatile osservava di traverso quel pane appetitoso, cercando di capire dove si nascondesse l’inganno. Allora, tranquillizzato, decise di assaggiare quella ghiottoneria con un paio di colpi ben assestati del becco.

Fu allora che comprese di trovarsi davanti alla sua giornata fortunata. Già pregustava la grande abbuffata che avrebbe organizzato con la famiglia e con tutti gli amici appollaiati sugli alberi vicini.

Detto fatto, con un saltello si issò sulla mezza pagnotta e, stringendola forte, spalancò le ali pronto per il decollo.

Caracollando tra i tavolini del chiosco come un vecchio bimotore, riuscì a prendere quota per qualche metro. Io lo guardavo stupito mentre combatteva contro la forza di gravità, che sembrava intenzionata a riportarlo immediatamente al suolo.

Ormai il passero era in piena fase di stallo. A nulla serviva il disperato e frenetico sbattere d’ali per conquistare la volta celeste. Dopo pochi istanti, esausto e con le ali indolenzite, dovette arrendersi.

Con un ultimo gesto di rammarico lasciò cadere il suo prezioso bottino.

Quel pezzo di pane raffermo, sfuggito alla presa, precipitò verso terra fendendo l’aria. Scese come un piccolo siluro e arrestò la sua folle corsa proprio sulla cima di quella testa d’ebano, depositandosi con un tonfo tra i capelli ricci della donna.

Lei, senza scomporsi minimamente, alzò una mano affusolata, segnata da indecifrabili disegni d’henné, e la immerse nella massa dei capelli, estraendo con elegante naturalezza quella mezza rosetta.

Guardò per un istante quella crosta che profumava ancora di mortadella e chissà quali pensieri le attraversarono la mente.

Poiché la stavo fissando con insistenza, la donna si voltò verso di me. Aveva uno sguardo severo, carico di un austero rimprovero, che contribuì soltanto a rafforzare la mia impressione di trovarmi davanti a una vera principessa africana.

Fu allora che, terrorizzato all’idea di essere considerato il responsabile dell’accaduto, tentai una disperata arringa difensiva:

«Signora, mi scusi, guardi che io ho visto tutta la scena dall’inizio alla fine! Noi non ci saremmo mai permessi di lanciarle quel pezzo di pane. Mai ci saremmo macchiati di un gesto così stupido, da bulletti di periferia. Io so chi è stato! L’ho visto con i miei occhi: quel volatile, quel passerotto, prima ha raccolto un pezzo di pane più grande di lui e …»

Man mano che parlavo, però, un sudore freddo cominciò a scendermi lungo la schiena.

Mi rendevo conto della situazione: la mia voce stava raccontando una storia incredibile, priva di qualsiasi possibilità di essere creduta.

Anche la donna arrivò rapidamente alla stessa conclusione. La sua secolare pazienza sembrò dissolversi in un istante.

L’aura regale svanì di colpo: spalancò gli occhi, che sembravano lanciare fiamme, sollevò al cielo quelle braccia robuste e cominciò a emettere suoni soffocati, esplodendo in una serie di imprecazioni ritmate, simili allo zaghoutah berbero.

Io continuai, ormai sempre meno convinto delle mie stesse parole:

«Guardi, signora, non si arrabbi… io l’ho visto davvero quel maledetto uccello. È arrivato lassù, probabilmente non ha retto il peso della pagnotta e l’ha lasciata cadere proprio sulla sua testa…»

A quel punto la donna non si sentì soltanto offesa, ma anche presa in giro da quello che doveva sembrarle un racconto delirante.

Cominciò a gridare richiamando l’attenzione dei suoi connazionali, che poco lontano vendevano le loro mercanzie in un piccolo mercato rionale.

A noi non restò altro da fare che fuggire a gambe levate e rifugiarci sul treno regionale fermo in stazione, che di lì a poco sarebbe partito portandoci finalmente in salvo.

Sono passati ormai almeno vent’anni da quella storia incredibile e ancora oggi mi capita di sognare di incontrare quella principessa africana.

Vorrei poterle spiegare, finalmente, che il vero responsabile di quella brutta faccenda non fui io.

Vorrei farle capire che dietro quella scena assurda non c’era stata la cattiveria di qualcuno, né il gesto stupido di un gruppo di ragazzi annoiati.

Il colpevole era soltanto lui.

Lui, e nessun altro.

Quel maledetto, testardo, ladro di rosette: un piccolo passero solitario che, per un istante, aveva creduto di poter sfidare le leggi della natura e conquistare il cielo con un pezzo di pane più grande di lui.

E forse, ripensandoci oggi, era proprio questo il senso di tutta quella storia.

Ci sono creature che passano la vita a inseguire qualcosa che sembra impossibile: un sogno, una speranza, una piccola conquista quotidiana.

E anche quando il peso è troppo grande e le ali non bastano, continuano ostinate a provarci.

Proprio come quel testardo di un passero solitario.

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