CAPITOLO 7
Un’ altra notte da passare sul ponte, nessuno se la sente di dormire sottocoperta. Dopo la sparizione dell’ àncora poi… non siamo riusciti a capire come sia potuto succedere. Eppure sono convinto di averla vista quando è stata calata giù stamattina. Poi stasera, quando il marinaio l’ha tirata su, non c’era più. Era rimasta solo la catena. Chissà da quanto stavamo andando alla deriva… in che direzione ci saremo spostati… Il comandante aveva sgranato gli occhi, poi era rimasto rigido e silenzioso nel trambusto generale.
Ci stiamo sistemando per la notte, i bambini non la finiscono di confabulare tra loro. Hanno tra le mani la bustina dei giochini che avevano comprato alla bancarella di Giacarta. Ne è rimasto solo uno dentro. Li sento che mormorano qualcosa come: «Prima non era così… più lo guardo e più mi sembra diverso, più grande, sembra che respira lentamente…», io e Francesca invece stiamo osservando i burini che stasera sembrano particolarmente agitati, pare che stiano cercando qualcosa. Francesca mi chiede: «Ma quanti erano i figli dei burini?» Io guardo verso di loro e cerco di contarli, ne conto tre. Cerco di sforzarmi per ricordare se erano tre o quattro. Ma non rammento. Sento Carlo che bisbiglia: «Mi fa paura…» Quella frase m’irrita, forse perché mi preoccupo dello stato d’animo dei miei figli, forse perché interrompe il mio tentativo di ricordare quanti erano i figli dei burini. Forse un po’ troppo bruscamente esclamo ad alta voce: «basta con questa storia dei giochini! Dammi qua!» e strappo la bustina dalle mani di Greta. Poi la chiudo bene e la ripongo nello zaino e rincaro: «basta! Non pensateci più!» Loro mi guardano in silenzio sbattendo le palpebre come fanno quando non sanno che dire per paura di farmi arrabbiare di più. Capisco di aver esagerato e per allentare la tensione e sviare il discorso gli chiedo: «Piuttosto, voi vi ricordate quanti figli hanno i burini?» Carlo e Greta rispondono all’ unisono: «tre!» dice Greta, «cinque!» dice Carlo. Poi si guardano e scoppiano a ridere. Ridiamo pure io e Francesca.
***
Mi sveglio nel cuore della notte madido di sudore. Devo aver fatto un incubo ma non lo ricordo. Mi assale quell’orribile rumore che ormai accompagna tutte le mie notti. Sento il legno del ponte vibrare sotto le mie costole. Cerco il corpo di Francesca a tastoni a fianco a me. Non lo trovo. Il sacco a pelo è vuoto, come il bozzolo di un bruco che si è fatto farfalla. Mia moglie volatizzata. Mi alzo di scatto in preda all’angoscia. I bambini, lì vicino a me, dormono. Inizio a vagare per la barca, tutto è silenzioso, solo quel verso agghiacciante, e quel tremolio sotto i piedi che cadenza ogni passo. Una leggera foschia avvolge ogni cosa. Non vedo nessuno, lungo tutta la fiancata di babordo, fino a poppa. È lì. Francesca. Con le mani appoggiate alla falchetta e lo sguardo perso lungo la scia della barca. Le vado vicino, cercando di non spaventarla le appoggio una mano sulla schiena. Nessun sussulto, pareva aspettarmi. «Mi è sembrato di vederlo…» esita, poi continua: «era lui, sul ponte, pochi minuti fa, camminava verso poppa». Le appoggio una mano sulla spalla e le sussurro: «Chi?» Lei si volta, mi guarda, e dice: «Il mercante di Giacarta». La stringo forte a me. «Siamo tutti stanchi» le dico «sai che non è possibile, l’avrai scambiato per qualcun altro. C’è un marinaio a bordo dai tratti orientali, sono sicuro che fosse lui. Vieni, andiamo a cercarlo, ti tranquillizzerai.» Ci avviamo in questa passeggiata, buia e silenziosa, sul ponte della barca, mano nella mano. Sentiamo una sorta di cantilena provenire dal pozzetto. Ci avviciniamo cauti. Lui è lì, alla ruota del timone, di spalle. Poi si volta. Ha una benda sull’occhio. Ma è lui. Non il mercante di Giacarta. Il marinaio dai tratti orientali. Ci mostra un dente d’oro con un sorriso. Noi indietreggiamo di un passo. «Scusate se vi ho spaventato» dice «deve essere per via dell’impacco ai semi di lino, avevo un po’ di congiuntivite» si giustifica. Faccio per rispondere qualcosa ma Francesca parla per prima: «No, scusaci tu, è solo che… ti avevo scambiato per un’ altra persona.» Il marinaio sorride ancora, poi si volta e torna a guardare l’orizzonte davanti a sé. E mentre lo fa borbotta qualcosa: «Succede sempre così… Ciò che temiamo prende forma…»
Stavo scrivendo questa scena davanti al monitor del mio PC, seduto alla scrivania, quando mi è sembrato di scorgere un movimento con la coda dell’occhio. Il movimento era apparso sullo specchio a forma di sole che abbiamo appeso al muro, dietro e alla destra del monitor. Allora ho spostato l’occhio dal monitor allo specchio, e ho fatto in tempo a cogliere qualcosa o qualcuno che si muoveva sul ballatoio alle mie spalle, ma subito spariva dietro al muro delle scale. Dunque mi sono voltato per vedere la scena dal vivo, senza il mezzo di riflessione dello specchio. Sul ballatoio non c’era più niente e nessuno. Allora ho spostato lo sguardo più in basso, alla fine delle scale, in attesa di vedere comparire qualcuno o qualcosa da un momento all’altro. È stato in quel momento che ho visto quell’ombra sul muro in fondo alle scale. Un’ombra silenziosa, che s’ingrandiva sempre di più, prendendo delle sembianze ferine.
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