Storia · capitolo 4

CAPITOLO 3

MISTEROINMARE di cesare bille

Il pennello scivola sulla tavola come burro in una padella rovente, ma la vernice azzurra oggi mi dà il voltastomaco, ormai l’associo alle scie di bava di quegli esseri viscidi e mollicci. Faccio finta di niente e continuo il mio lavoro per dare il buon esempio ai bambini, per farmi vedere forte, per non far trapelare la mia preoccupazione. Alzo lo sguardo per osservare Francesca. Capisco dalla sua espressione che anche per lei è lo stesso. Cerchiamo sempre di preservare i nostri figli dal male, dalla sofferenza, dalle cose spiacevoli. Non so quanto sia giusto. Ma è naturale. È difficile fare i genitori. Sento qualcosa di morbido che striscia sulla mia spalla nuda. M’irrigidisco, sudo freddo, mi volto lentamente. È solo la mano di Greta, mi dice tutta eccitata: «Papà? È vero che faremo scalo sull’ Isola del Natale?» «Pare di sì» rispondo io. «Sono contenta! Lo sai che ho visto su internet che in quell’isola c’è una spiaggia che si chiama “Greta’s Bay”?»

Stavo scrivendo questa scena, seduto al mio PC, quando cominciai a sentire qualcosa che vibrava sulla mia coscia sinistra, all’altezza della tasca anteriore dei jeans. È il posto dove di solito tengo il telefono, e istintivamente ho portato la mano alla tasca per prendere il telefono. Ma il telefono in tasca non c’era. La tasca era vuota. Non era la prima volta che mi capitava, per la verità, di sentire il telefono vibrare in tasca quando in realtà non c’è. Deve essere una sorta di condizionamento. Le terminazioni nervose della pelle della coscia sono così abituate a sentire il telefono vibrare proprio lì, che ogni tanto inviano al cervello il segnale che il telefono sta vibrando, anche se non è così. Persi comunque la concentrazione sullo scrivere e la dedicai al telefono, che stava appoggiato capovolto sulla scrivania alla mia sinistra. Lo presi e pigiai il tasto laterale per riattivarlo. Lo schermo si accese e vidi chiaramente una macchia scura che invadeva lo schermo dalla periferia. Piano, piano. Era uscita dall’angolo in alto a destra e si portava verso il centro dello schermo. Più piccola di un chicco di caffè. Era mutaforme. E sembrava strisciare. Mi spaventai e il telefono mi cadde dalle mani rovesciandosi capovolto sulla scrivania. Indugiai un momento prima di decidermi a raccoglierlo ancora. Poi mi feci coraggio e lo presi, lo rigirai e guardai lo schermo. Era spento. Non si vedeva nulla. Ripremetti il tasto laterale di accensione. Lo schermo si riattivò. Era pieno di macchioline che strisciavano e cambiavano forma, si allargavano e si restringevano mentre si muovevano. Resistetti all’impulso di lanciare via il telefono e cercai invece di guardare meglio. Lo posizionai all’altezza degli occhi in orizzontale in modo da vedere se quelle cose striscianti sporgessero dallo schermo. Ovviamente no. Che cretino. Come poteva essere. Provai a toccarle ma erano inconsistenti al tatto. Sembravano strisciare tra lo schermo e il vetrino protettivo come le bolle che si formano quando lo applichi e non sai come farle andare via. Non resistetti e cominciai freneticamente a cercare di staccare il vetrino protettivo infilando le unghie tra schermo e vetrino. Mi si spezzò un’unghia. Imprecai. Tentai ancora. Riuscii a scollare il vetrino, lo gettai in terra schifato. Come se potesse essere contaminato. Tornai a guardare lo schermo: quelle macchioline striscianti erano ancora lì. Che strisciavano. E si contorcevano. Ora sembravano essere tra il vetro dello schermo e i cristalli liquidi sottostanti. Mi alzai, andai in cucina a prendere un coltello affilato, un Santoku. Tornai alla scrivania e con tutta la forza lo scagliai contro il telefono. Il coltello trapassò il telefono e si conficcò nella scrivania. Lo schermo era rimasto accesso e le creaturine striscianti c’erano ancora. Si muovevano verso la periferia dello schermo. Poi mi parve di vederle uscire dallo schermo e invadere la scrivania. In quel momento rincasò mia moglie.

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