Storia · capitolo 3

CAPITOLO 2

MISTEROINMARE di cesare bille

Si è fatta notte. Ma ancora nessuno dorme. Tranne Greta. Lei dorme beata in qualsiasi situazione. Sta accoccolata al suo orsetto di peluche. Affianco alla mia gamba sinistra. Alla mia destra invece c’è Francesca, e alla destra di Francesca c’è Carlo. Parlottano tra loro. Io guardo il cielo. Orione è proprio sopra la mia testa. Non vedo Cassiopea. Certo che non la vedo: siamo nell’emisfero australe, non si vede Cassiopea in questa parte di mondo. Cerco la “Stella del sud”, eccola lì, la “Crux”, piccola ma luminosa, inconfondibile. Fa le veci della stella polare qui nell’emisfero australe. Alla fine hanno deciso tutti di dormire sul ponte. A parte il personale di bordo. Loro non so. Forse sono sottocoperta. Noi abbiamo scelto una postazione all’altezza del mascone di tribordo. Di fronte a noi sul mascone opposto, quello di babordo, ci sono i burini. Stanno facendo un gran chiasso. Litigano per i posti, per le coperte, per ogni cosa. Solo la burina se ne sta buona a mettersi il rossetto più rosso che c’è su quelle labbra ipertrofiche, davanti a uno specchietto. I lord invece si sono accampati sul lato nostro ma più verso poppa, all’altezza del giardinetto. Lardino fa i capricci, non vuole leggere il libro per le vacanze: “Ventimila leghe sotto i mari”. Dice che gli fa paura. Il Lordo, suo padre gli sta facendo una ramanzina con una mascherina per la notte tirata sulla fronte lucida di sudore. Quell’uomo riuscirebbe a sudare pure al polo nord. Il ponte è stato ripulito, ma il pensiero di stare sdraiato dove prima c’erano quei cosi disgustosi e la loro bava sanguinolenta, mi crea disagio lo stesso. Cerco di non pensarci. «Pa’ tu cosa ne pensi?» Carlo interrompe i miei pensieri con quella domanda sporgendosi oltre il seno di Francesca. «Di cosa?» domando io tornando a guardare il cielo. «Di quei giochini che abbiamo comprato alla bancarella del porto di Giacarta, qui sulla busta c’è scritto: “Non bagnare, non fare entrare in contatto con sostanze chimiche”. Io e Greta temiamo che quell’onda oggi li abbia bagnati e in qualche modo si siano attivati… animati… e magari anche riprodotti, moltiplicati» Anche Francesca si volta verso di me e mi guarda con i suoi occhi grandi. «Penso che voi due vediate troppi film» dico io poco convinto. «Comunque a me quel mercante non piaceva per niente» interviene Francesca. «E allora come te li spieghi tu, quei cosi viscidi che sono apparsi dal nulla oggi pomeriggio sul ponte?» insiste Carlo. «Gasteropodi» rispondo io «li avrà portati quell’onda sulla barca, adesso dormiamo su, che domani c’è da riverniciare la murata, lo abbiamo promesso al comandante.» Ma nessuno dormirà questa notte. A parte Greta. Lei già dorme.

Ho una lama conficcata nel cervello. Almeno così mi sembra. Non ho chiuso occhio tutta la notte, si sembrava di udire quel rumore, quel verso sgradevole e insopportabile. Come un crepitio. Rumore di bolle che si rompono. Di saliva spinta attraverso i denti avanti e indietro dalla lingua e dalle guance. Non riesco a definirlo meglio di così. Veniva da sotto. Tutta la notte, incessante. A volte mi sembrava che tremasse finemente il pavimento del ponte su cui sono sdraiato. Questa cefalea è il minimo che mi potesse succedere. So che è l’alba, anche se non apro gli occhi. Non li voglio aprire, in un ultimo disperato tentativo di riaddormentarmi. So che se li apro è finita: mi sveglio completamente. Ma attraverso le palpebre vedo un chiarore che si fa sempre più rosso: il buio della notte sta lasciando il passo all’aurora. Porto il dorso della mano sugli occhi per schermarli, ma la luce filtra da sotto. Quei rumori… che fastidio… un momento… non li sento più! O forse sì, ma più lontani. Ma li avrò veramente uditi questa notte, o li ho solo immaginati? O sognati? Sicuro, sicuro che non ho chiuso occhio? Forse nel dormiveglia…

«Maledizione lo sapevo! Lo sapevo che se esistevano davvero quegli esserini avrebbero rosicchiato cavi elettrici come topi! Con la fortuna che mi ritrovo era scontato! La radio non funziona accidenti!»

Apro gli occhi di scatto per guardare chi ha parlato, anche se già lo so: è la voce cavernosa del comandante.

«Come “la radio non funziona”?» interviene la Lorda «sul depliant era scritto a chiare lettere che la barca era dotata di sistemi nuovissimi controllati e manutenuti quotidianamente! È inammissibile! Sporgeremo reclamo!»

Il capitano le lancia un’occhiataccia e poi tuona: «Si signora, gli impianti sono nuovi, e oggi, come tutti i giorni, sono andato a controllarli e manutenerli… ma la radio non funziona lo stesso! Penso che un’ infestazione di gasteropodi, o molluschi che siano, come quella che abbiamo avuto sia da considerarsi come evento naturale imprevedibile! Ci penserà l’assicurazione a rimborsarvi!» Io mi alzo in piedi e mi avvicino al capannello di persone che va formandosi intorno al comandante. «Comandante, come ha intenzione di regolarsi ora che non abbiamo la radio funzionante? Qui in alto mare non prendono nemmeno i telefoni. Qual è il piano ora?» gli chiedo cercando di mantenere la voce calma. Lui mi guarda con sufficienza, poi risponde burbero: «Faremo scalo sull‘ “Isola del Natale” che si trova sulla nostra rotta verso l’Australia. Lì vedremo di organizzare una disinfestazione e riparare la radio.» Fa una pausa per far sedimentare l’informazione a tutto il gruppo, poi riprende con voce energica: «Forza adesso! Al lavoro! C’è da pulire la dinette, il ponte e la cucina. Chi vuole può continuare il lavoro di verniciatura della falchetta, c’è da verificare il rizzaggio: tutti gli oggetti devono essere assicurati con una fune per evitare che si spostino con il rollio. C’è da controllare il sartiame, il dissalatore e le scorte d’acqua dolce. E poi soprattutto… c’è da cucinare! Forza, forza, forza!»

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