Storia · capitolo 22

CAPITOLO 21

MISTEROINMARE di cesare bille

Siamo in cabina, stanchi ma felici. È tornata la speranza. Sono disteso sul materasso. Com’è morbido al confronto del legno del ponte. Carlo e Greta dormono beati ai miei fianchi. Io guardo il soffitto di legno, mi perdo nelle sue venature. Annuso il cuscino. Profuma di Francesca. Dio come mi manca.

C’è qualcosa di anomalo questa sera… ma certo! Il rumore! Quel maledetto fruscio vibrante! Non lo sento stasera. Mi scappa un sorriso. Ma il silenzio m’impedisce di dormire più del rumore.

***

Alla fine devo essere crollato. Mi sveglio con un raggio di sole che penetra dall’oblò. Sole? Mi stropiccio gli occhi, mi stiracchio le membra. C’è troppo spazio intorno a me. Mi tiro sui gomiti di scatto e mi guardo intorno. I bambini non ci sono. Il cuore salta un battito, poi parte al galoppo. No. I bambini no. Non può essere vero! L’angoscia mi serra la gola. Mi alzo dal letto e apro la porta della cabina. Il corridoio è vuoto. Mi pare di udire un vociare provenire dal ponte. Salgo le scale con le gambe molli. Ho paura di quello che mi aspetta oggi. Una luce fortissima mi abbaglia. C’è il sole. «Buongiorno dormiglione». È la voce di Francesca. La riconoscerei tra mille. Mi riparo gli occhi con la mano e cerco di mettere a fuoco la scena che mi si presenta davanti: sono tutti lì. Seduti al tavolo, a fare colazione. Tutti: Francesca, Carlo, Greta, i Lordi, i Burini… Mangiano, ridono e scherzano come se niente fosse. Mi volto verso il ponte di comando: il comandante è al timone con il vento tra i capelli, il volto abbronzato e l’aria serena. I tre marinai armeggiano con le vele. Le vele…

Qualcosa di umidiccio mi scivola sull’avambraccio, mi volto di scatto: è Greta. Tirandomi per il braccio mi dice con voce argentina: «Vieni Papo, ci sono i pancake stamattina!» Mi trascina al tavolo e mi fa sedere tra lei e Francesca, che mi stampa un bacio sulle labbra. Un bellissimo bacio. Morbido. Poi mi prepara un pancake con lo sciroppo d’acero e me lo passa.

Io sono come anestetizzato. Imbambolato. Non capisco. Deve essere un sogno… o è stato un incubo? Se è un sogno non voglio svegliarmi. Ma sarebbe meglio se fosse stato tutto solo un lungo incubo. Guardo gli altri. Mi guardo intorno. Il cielo è terso, i gabbiani ci volteggiano dentro. Il vento tende le vele. Le vele… Il mare è dell’azzurro più intenso che abbia mai visto e… oltre la prua intravedo la terra ferma! Un promontorio coperto di rigogliosa vegetazione. «Tutto bene?» mi chiede Francesca. «S-si» balbetto io «è solo che… c’era la nebbia…» È la prima cosa che mi viene fuori, non sapendo bene cosa dire. «È stato solo un brutto sogno» mi risponde Francesca con un sorriso tirato. Il burino deve averci sentito dall’altro lato del tavolo, perché interviene: «Pensa che io ho sognato dei lumaconi…»

Simultaneamente tutti smettono di parlare, ridere e scherzare. Si bloccano nei loro movimenti e guardano per un lungo attimo il burino, che continua a spalmare panetti di burro sul suo pancake. Poi alza lo sguardo sentendosi osservato e dice: «Che c’è?». Sguardi che s’incrociano saettano da un lato all’altro del tavolo. Poi il rutto sonoro di un burinotto rompe il silenzio e tutti scoppiano a ridere. La colazione riprende come niente fosse e l’argomento onirico non viene più toccato. Io mi volto verso Francesca e l’abbraccio forte e le schiocco un bacio forte sulla guancia. Poi prendo il mio pancake e lo divoro.

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