CAPITOLO 20
Sono giorni ormai che navighiamo nella nebbia guidati dall’ecoscandaglio. Oggi abbiamo finito l’acqua potabile. Io non bevo da ieri, per lasciarla ai bambini. Ho la gola secca e mi sento debole. Anche Carlo e Greta hanno dei visi smunti, le occhiaie profonde e iniziano ad essere apatici. È sera. Ce ne stiamo tutti e tre vicino al timone. Io al centro. Carlo alla mia destra appoggiato alla mia spalla. Greta alla mia sinistra, dorme con la testolina sulla mia coscia. Ha i capelli legati con un fermaglio di Francesca. Inghiotto la bile amara che mi risale in bocca. Mi accorgo di avere le mascelle contratte. Mi manca mia moglie.
Ho lo sguardo perso nella foschia avanti a me. Ogni tanto mi sembra di cogliere il movimento di una sagoma umana che si muove sul ponte. Forse è Wey. Non ha più importanza. Penso a Francesca. Mi manca. Tutto è silenzioso, ovattato. Solo lo sciabordio dell’acqua placida. Dondoliamo. In questo contesto quieto e inquietante l’imprecazione di Carlo mi giunge come un terremoto in piena notte: «che schifooo!»
Mi volto verso di lui. Si sta asciugando il volto con la manica destra. «Che ti è successo?» gli chiedo stancamente. Lui si guarda la manica e poi dice: «una cacca di piccione credo, bleah!»
«Non credo proprio che ci siano piccioni qui» gli dico con sarcasmo «…semmai gabbiani»
Un momento! Gabbiani? Spalanco gli occhi e metto una mano sulla coscia di Carlo come per farlo tacere. Mi metto in ascolto. Eccolo! Un garrito! Poi un altro! Non c’è dubbio: è il classico verso dei gabbiani! Mi alzo in piedi di scatto, svegliando bruscamente Greta, e mi metto ballare come un matto lì dove sono, sul ponte di comando. Carlo e Greta mi guardano come se fossi matto. «Siamo salvi! Siamo salvi ragazzi!» gli dico. Anzi lo urlo. Lo urlo al mare, alla nebbia, alla barca. «Se ci sono i gabbiani vuol dire che siamo vicino alla terra ferma capite?!» Vedere il sorriso che si dipinge sui loro volti mi riempie di gioia. Si alzano, mi danno la mano e iniziamo a cantare e ballare in tondo.
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