CAPITOLO 19
Non riesco a rassegnarmi. Francesca è sparita. L’ho cercata ovunque sulla barca. I sensi di colpa mi attanagliano lo stomaco. Avrei dovuto prestarle più attenzioni. L’ho data per scontata. Ero così preso dal risolvere problemi… da quelle maledette carte nautiche, dal comandante…
Ora mi trovo solo con i miei figli su questo nefasto veliero. Con Wey che ogni tanto riappare e poi sparisce. Me li tengo sempre vicini, Carlo e Greta. Controlliamo le carte nautiche insieme, stiamo al timone insieme, mangiamo insieme e dormiamo insieme. Cerco di essere forte. Di non far trapelare il dolore che mi dilania per la perdita di Francesca. Loro non ne parlano. Forse per non farmi soffrire di più. Forse non vogliono accettarlo. L’acqua potabile sta finendo e così pure il carburante. Accendiamo il motore al minimo, per far prendere una direzione alla barca, poi lo spegniamo e andiamo per inerzia per un po’. Ma abbiamo fatto progressi: l’ecoscandaglio ci mostra fondali via via meno profondi. Siamo usciti dal “burrone” della Fossa di Giava. Cerchiamo di seguire una risalita del fondale marino in qualunque direzione essa ci porti, nella speranza che la ricerca di basse profondità ci porti prima o poi vicino alla terra ferma. Cerco di tenere alto il morale dei bambini ma so bene che il tempo stringe, se non troveremo la terra ferma entro pochi giorni per noi sarà la fine.
Stavo scrivendo questo paragrafo quando iniziai a sentire la gola arsa. Ma le dita ballavano veloci sui tasti e non volevo fermare il loro tip-tap per bere un goccio d’acqua. Mi sembrava di avere della sabbia in bocca. Poi le mani cominciarono ad avvizzire rapidamente, la pelle si assottigliò riducendosi a una membrana trasparente, la carne sottostante iniziò a raggrinzirsi velocemente, come disidrata. In trasparenza potevo vedere le ossa delle falangi che continuavano imperterrite a battere sui tasti. Poi si disgregarono anch’esse: la pelle, la carne e le ossa si fecero sabbia. Due mucchietti di sabbia sulla tastiera.
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