CAPITOLO 1
Il pennello scivola sulla tavola di legno come il buio nella notte. La vernice azzurra imbeve venature assetate, vampire. In alcuni punti si forma una schiumetta fatta di micro bolle instabili, in altri si accumula troppa vernice. Col pennello ripasso in quei punti per raccattare quella densa materia e trasferirla altrove. Il braccio inizia a dolermi all’altezza del gomito, sul lato esterno, dove sta quell’ossicino appuntito. Il sudore m’imperla la fronte, ne sento una goccia scendere fino al sopracciglio destro, che fa il suo lavoro, proteggendo l’occhio. Saranno un paio d’ore che lavoriamo tutti insieme. Mi prendo una piccola pausa per asciugarmi la fronte e guardare cosa combinano mia moglie e i miei figli. Sono tutti lì che pitturano anche loro. Sono dal lato opposto, a babordo. Per vederli devo sporgermi un po’ perché al centro del ponte c’è una catasta di roba ammucchiata su un pallet e coperta da un telo. Sembrano meno stanchi di me. Sto invecchiando. Assaporo la brezza che mi accarezza le guance. Una merda di gabbiano imbratta il bordo della barca proprio dove avevo appena passato una mano di vernice. Penso che la scelta dell’azzurro sia stata azzeccata, sta bene col bianco della murata… e della merda di gabbiano. Mi ricorda Santorini. Con un gesto istintivo ci passo sopra un dito, asportando vernice e merda. Poi guardo il dito e provo un piccolo moto di disgusto. Avrei potuto usare lo straccio. Vabbè… pulisco il dito sui pantaloncini da lavoro. Tanto ormai sono logori e sporchi. Il gatto di bordo ha preso l’abitudine di dormirci sopra quando non li uso e prima di farlo si prepara il giaciglio uncinando a ripetizione il tessuto, poi ci si fa un paio di giri e infine ci si accascia in un turbinio di peli allergenici. È un po’ che non lo vedo, ora che ci penso. Ancora gabbiani comunque. Questo vuol dire che non ci siamo allontanati ancora troppo da terra. Eppure non la vedo più all’orizzonte. In quel momento mi accorgo che a sud, in direzione della prua, c’è un nuvolone nero, alto e stretto: un cumulonembo. L’ho letto da bambino che si chiama così, in un vecchio manuale di nautica che ho trovato nella libreria di mio padre. Il manuale diceva che portava tempesta. Eppure, tutto attorno, il cielo è limpido e il sole scotta sulla pelle. Devo dire ai bambini di mettere altra crema. Mi chiedo se il comandante si è accorto di quel cumulonembo. Per forza: ci stiamo andando proprio contro. Il secchio di vernice scivola sul ponte e viene a fermarsi sul mio stinco: stiamo virando. Il cumulonembo non è più sulla nostra traiettoria, gli passeremo a fianco. Sento uno schiocco provenire dall’albero maestro, le vele sono in tensione, il vento si è alzato bruscamente. La barca inizia a rollare visibilmente. E a beccheggiare anche. Mi tiro su, in ginocchio, per vedere meglio la situazione in mare. Ci sono delle grosse onde che provengono da sotto il cumulonembo, lì piove di brutto, ogni tanto una saetta incrina il cielo tra nube e mare. Quando ciò avviene, non si capisce se l’incrinatura inizia dalla nube o inizia dal mare, tant’è veloce. Ma noi la sfanghiamo, stiamo aggirando la tempesta. Le onde no però. Una gigante si sta abbattendo sul mascone di dritta. «Attenti!» urlo in direzione della mia famiglia, «onda in arrivo! Aggrappatevi a qualcosa! State giù!» L’onda arriva al galoppo e salta il bordo della barca come un cavallo al Grand Prix. In un attimo ci troviamo tutti zuppi, il ponte inondato di acqua di mare mista a vernice azzurra, i secchi rovesciati, i pennelli che nuotano via come pesci. Mi alzo in piedi, lascio la presa sul bordo della barca e mi avvio a babordo verso la mia famiglia, ma il ponte è viscido e scivoloso come un campo di “calcetto saponato” e mi ritrovo col culo per terra a scivolare fino a babordo. «Ti sei fatto male papà?» mi chiede mia moglie premurosa. I bambini ridono di gusto. Beh, meglio così, stanno tutti bene, a parte me, mi sento sollevato. Con un gran mal di culo, ma sollevato. «Tutto bene, niente di grave, gli altri?» riesco ad articolare digrignando i denti per il dolore. Mi aiutano ad alzarmi e vediamo che anche gli altri stanno bene.
Abbiamo affittato questa enorme barca a vela con altre due famiglie per dividere le spese. Speravamo di fare amicizia, ma le cose non stanno andando proprio come sperato. Una coppia è davvero troppo elegant-chic per noi, i figli sono viziati e insopportabili, abbiamo tentato un approccio ma è definitivamente fallito quando mia moglie ha inavvertitamente rovesciato il caffè sui pantaloni di tweed di lui. Peraltro, secondo me, sono completamente fuori luogo dei pantaloni così, per un viaggio in barca a vela! Ma vabbè… Sorvoliamo. L’altra coppia, all’opposto, è di un’ignoranza vergognosa. Incivili e maleducati come pochi, arroganti e presuntuosi come tanti. Con la prima coppia hanno solo una cosa in comune: i figli viziati e insopportabili! Per distinguerli abbiamo dato degli appellativi a entrambe le coppie: i primi li chiamiamo “i lord”, i secondi i “burini ripuliti”. La cosa simpatica è che i lord, presi singolarmente, diventano per noi “il Lordo” e “la Lorda”, con i figli, evidentemente sovrappeso, “lardo, lardello e lardino”. Mentre per l’altra famiglia la questione è più semplicemente “il burino”, “la burina” e i “burinotti”.
Entrambe le famiglie comunque stanno bene, questo è evidente. Lo si capisce dal fatto che i Lord stanno schiamazzando verso il comandante minacciando reclami: «È oltraggioso» sta urlando lei con voce stridula da babordo. Mentre i burini, a tribordo stanno imprecando a gran voce, chiedendo il rimborso del viaggio. Per vederli dobbiamo sporgerci perché stanno proprio dietro a quell’ammasso di roba scura che sta in mezzo al ponte, accatastata sul pallet.
In quel momento sale da sottocoperta un marinaio tarchiato e va incontro a un secondo marinaio, di colore, dal fisico asciutto. Parlottano, poi si mettono a risistemare il ponte. «Rimbocchiamoci le maniche e diamogli una mano ragazzi» dico io, a tutti e nessuno. E, chi più e chi meno, iniziamo a tirare su i secchi di vernice, a ripulire il ponte con gli spazzoloni, a mettere a posto cose.
Poi qualcuno si accorge di un essere molliccio che striscia sul ponte.
A prima vista sembra un lumacone, di quelli senza chiocciola, ma è più cicciotto, e non ha antenne… non sembra avere un davanti e/o un dietro, per dirla tutta appare come una massa informe ma si muove lentamente dal bordo della barca verso il centro del ponte. Si muove gonfiandosi e sgonfiandosi, prima si gonfia avanti e si svuota dietro e poi viceversa. Neanche tanto lentamente, a ben vedere. È di un colore indefinito, molto scuro comunque, forse è di quel colore che si forma sempre quando, sulla tavolozza, mischi troppi colori, alla ricerca della tonalità perfetta. E lascia dietro di sé una scia, tipo la bava di una lumaca, ma non trasparente, azzurra con striature di rosso.
Rosso sangue.
Il marinaio di colore è chino su quell’essere immondo e lo sta osservando da vicino, molto incuriosito. Come se non avesse mai visto nulla del genere. Chiama il collega tarchiato e iniziano a parlottare. Intanto noto che quello strano essere, simile forse a una sanguisuga, si sta dirigendo verso il pallet al centro del ponte, dove stavano accatastate cose sotto a un telo. Ma ora il telo non c’è più e mi accorgo con orrore che sul pallet c’è un mucchio enorme di cose scure e mollicce che si muovono, del tutto simili a quella che striscia sul ponte. «Ehi!» urlo ai marinai, «ma cosa c’è lì sul pallet? Voi lo sapevate? Sono sempre state lì quelle robe?». I due marinai di prima, più un terzo dalle fattezze orientali appena comparso, alzano lo sguardo verso di me e poi lo spostano all’unisono verso il punto in cui punta il mio dito indice. Il loro movimento è aggraziato, mi ricorda un’esibizione di nuoto sincronizzato. Li vedo che strabuzzano gli occhi. Sono senz’altro sorpresi del carico che trasportiamo, questo mi mette ulteriore agitazione, avrei preferito che mi avessero tranquillizzato con un “sì, sì: è tutto ok”. Mi rivolgo a un bambino, che mi sta accanto con la bocca spalancata, forse è mio figlio Carlo, e gli dico di andare subito ad avvertire il comandante. Mi avvicino, insieme ai marinai e altre persone, al pallet con quel mucchio scuro, per osservarlo meglio. È fatto di migliaia di quegli esseri viscidi e informi che si muovono strisciando uno sull’altro, scambiandosi di posto. Quella che strisciava sul ponte raggiunge il pallet e s’insinua sotto le compagne. In quel momento la massa scura, inizia a disgregarsi perché le singole parti, quelle creature informi, iniziano a scendere dal pallet e a dirigersi da ogni parte sul ponte. Noi arretriamo per non calpestarle, ma soprattutto per non farcele salire sui piedi. Le donne urlano istericamente. Gli uomini imprecano alacremente. Saliamo tutti su degli oggetti che troviamo a disposizione: delle casse di legno, del cordame, dei cuscini. «Presto, chiamate il comandante!» urlo io. Intanto alcuni di quegli strani esseri informi arrivano a toccare i bordi della barca e poi tornano indietro strisciando, altri invece trovano la strada della scala che porta sottocoperta e s’insinuano lì sotto. Dove ci sono le nostre camere, i bagni, la cucina. Le altre, che avevano trovato ostacoli ed erano tornate indietro, adesso seguono quelle che hanno imboccato quelle scale. Fanno un rumore strano, tra lo stridio e il crepitio. Fanno un verso strano, tra lo squittio e il guaito. Non sento altro rumore che quello, ora. Non sento più lo sciabordio delle onde, né il fregiare delle vele che fileggiano, né il sibilo del vento. Nient’altro. Solo quel rumore che mi sta entrando nelle orecchie, anche se provo a tapparmele con le mani. Immagino il rumore stesso, come tanti di quegli esseri, ma più piccoli, che s’infilano nelle mie orecchie, passandomi tra le dita. Cerco di scacciare questa immagine dalla mia mente, chiudendo gli occhi e scuotendo la testa tra le mani. Quando li riapro, è tutto cessato. Quel rumore non c’è più, quelle cose viscide non ci sono più. Rimane solo una scia di bava azzurrognola striata di sangue che imbratta tutto il ponte e s’insinua giù, sottocoperta.
Ecco che arriva il comandante seguito da un bambino. «Che sta succedendo qui?» chiede allarmato. Un sovrastarsi di voci tenta di spiegare e al contempo cerca risposte: «Erano migliaia!» «Erano viscide e scure!» «Sono andate sottocoperta» «Vogliamo un rimborso!» «Cos’erano?» «Cosa trasportavamo? Cosa c’era sotto quel telo, su quel pallet, al centro del ponte?» «Ci avete tenuto all’oscuro!» «Ve la vedrete col mio avvocato!»
Il comandante alza le mani, aperte verso il cielo, poi le stringe a pugno e con voce tonante intima: «Silenzio!» Lo ottiene e ci s’infila dentro senza perder tempo: «Sotto il telo c’era solo del cordame, non trasportavamo nessun essere, neanche lontanamente simile a quelli che avete confusamente descritto, l’unico animale su questa barca è Kiki, il gatto di bordo, che tra l’altro, ora che ci penso, non vedo più da qualche giorno… Ora io scenderò sottocoperta a verificare che genere di roba era quella e dove si è ficcata; vedremo, con il personale di bordo, se sarà necessaria una disinfestazione. Voi restate calmi, qui sul ponte».
Una manina mi tira il pantaloncino, guardo in basso: è mia figlia Greta. «Non adesso piccina». Guardiamo tutti il comandante che si avvia verso le scale che portano sottocoperta scortato da tre marinai. Sono armati di spazzoloni. Quello dai tratti orientali sembra esitare, poi segue gli altri e sparisce sottocoperta anche lui. Intanto “Lardello” richiama l’attenzione degli adulti. È salito sul pallet, dove prima stavano quelle “cose” viscide e scure e con voce stridula urla: «Che schifo! C’è un gatto morto qui!»
Sento ancora quella manina che mi tira il pantaloncino. «Non ora, piccola». Ci avviciniamo tutti al pallet. Si tratta senza dubbio di Kiki, il gatto di bordo, è come prosciugato, essiccato, le mucose ritratte delle guance mostrano un macabro ghigno, fatto di denti aguzzi, che sottolinea due orbite vuote, altrettanto macabre. Qualcosa mi agguanta il pantaloncino, io salto terrorizzato e mi lascio sfuggire un gridolino. Tutti si girano verso di me. Verso di noi. Me e mia figlia Greta. È lei che mi ha tirato il pantaloncino per la terza volta. Ha un sacchetto trasparente in mano, con dentro qualcosa. Me ne accorgo solo ora che ha quel sacchetto in mano. Gli dedico la mia attenzione: «Cos’hai in mano?» Lei si guarda intorno, è chiaro che sente su di sé gli sguardi di tutti, è intimidita. Probabilmente avrebbe voluto parlarmi in privato ma ormai la situazione è questa. È alle strette e spara: «So-sono i giochini che abbiamo comprato l’altro giorno al porto di Giacarta, in quella bancarella del signore col turbante e gli occhi a mandorla. Anzi l’occhio a mandorla, l’altro era coperto da una benda. Rammenti?» Ho un ricordo vago, avremmo girato centinaia di bancarelle negli ultimi tempi. «Va avanti» la esorto. Lei si guarda ancora attorno, tutti la osservano. Poi dice con voce sommessa: «Ti volevo dire… che questi giochini gommosi somigliano molto a quei cosi mollicci che sono andati a finire sottocoperta sbavando dappertutto, avevo aperto il pacchetto, un’oretta fa’, durante una pausa dal lavoro di verniciatura della barca… beh, erano quattro, belli gommosetti, molto sfiziosi da stritolare tra le mani… ma ora ne rimane uno solo dentro la busta vedi papà? Non vorrei che…»
Stavo scrivendo queste cose, il mio ultimo racconto, il primo dell’horror, seduto al mio PC, quando, in una micro pausa per pensare, stavo fissando il muro dietro al monitor, per raccogliere i miei pensieri. Non lo stavo guardando veramente, il muro, il mio sguardo era semplicemente posato lì, ma privo di attenzione. L’immagine non era a fuoco, era solo uno sfondo bianco. Ma poi alla periferia del campo visivo, un movimento impercettibile catturò la mia attenzione. Così persi la concentrazione sul racconto che stavo scrivendo e mi focalizzai su una macchiolina scura sul muro in basso a dx. Il muro era illuminato dalla luce di una lampada che, quando scrivo, sono solito puntare contro il muro stesso, dietro lo schermo. La macchiolina era proprio ai margini dell’”occhio di bue” creato dalla luce della lampada. E si muoveva. All’inizio mi parve solo una vibrazione. Ma poi mi accorsi che la macchiolina si spostava impercettibilmente e a scatti verso destra, verso la parte in ombra del muro. Sembrava voler uscire a tutti i costi dal settore di muro illuminato dalla lampada. Con uno sforzo atavico. Cercai di mettere a fuoco quella macchiolina strizzando gli occhi, ma purtroppo non riuscivo a vederla ancora bene. Devo ammettere che negli ultimi anni, la vista mi si è abbassata di parecchio, ma nella fattispecie un peso lo aveva sicuramente l’ affaticamento dei miei occhi, che avevano lavorato al computer per più di un’ora, compromettendo così, la capacità di accomodamento dei miei cristallini. Comunque… decisi di prendere dalla tasca dei pantaloni il mio smartphone. Accesi la fotocamera, puntai verso la macchiolina e cominciai a zoomare l’immagine il più possibile. Mi accorsi che la macchiolina aveva una struttura tubulare, con dei margini perfetti: dei cerchi tondi, tondi e levigati. La superficie esterna del cilindro aveva un aspetto maculato, quasi leopardato oserei dire. Sembrava un manto a pelo corto per lo più, ma disomogeneo. In alcuni punti fuoriuscivano lunghi peli grigi arruffati. Poi da una delle due estremità del cilindro uscì qualcosa di molliccio. Dapprima mi parve del tutto simile a un’antenna di lumaca. Poi mi sembrò un mollusco, un cannolicchio per l’esattezza. Ma, zoomando ancora, mi resi conto che l’estremità di quella cosa era un pochino diversa dal resto. Ora mi ricordava la zampa di un asinello con lo zoccolo. Certo molto più morbida e viscida. Non che lo avessi toccato, ma si vedeva a occhio che si trattava di cosa morbida… e viscida. La “zampina” veniva fuori dal cilindro e si distaccava dalla superficie del muro con uno sforzo disumano. In effetti di umano non aveva nulla. Diciamo “con uno sforzo atroce”. Poi sembrava guardarsi intorno con quel suo zoccolo d’asino. E all’improvviso sembrava fare una scelta e scagliava lo zoccolo su una parte di muro e lì si ancorava in qualche modo. Non saprei dire se con un sistema di ventose, di sostanze appiccicose o con un rostro. Fatto sta che, ancorato lo zoccolo al muro, iniziava a tirare il cilindro a sé con tutte le forze. Il cilindro all’inizio faceva un po’ di resistenza, tremava un po’, ma poi immancabilmente si spostava e raggiungeva la testa-zoccolo di quella specie di mollusco vermiforme. Poi di nuovo la testa-zoccolo si staccava dal muro (ma il cilindro rimaneva attaccato eh! Come faceva?) e si guardava intorno. Poi potevano succedere due cose: o di nuovo sceglieva un punto del muro dove attaccarsi e tirare, oppure il mollusco rientrava nel cilindro e dopo qualche secondo usciva dalla parte opposta con la sua testa a zoccolo. Ora, vi devo dire, non c’era modo di sapere se avesse due teste-zoccolo (una davanti e una di dietro), o se piuttosto all’interno del cilindro si ribaltasse su se stesso, in modo da portare la testa dal lato dove prima era la coda e viceversa. Comunque, dicevo, che usciva con la testa-zoccolo dalla parte opposta del cilindro e ricominciava le stesse operazioni che faceva dall’altro lato. La cosa strana è che sembrava sapesse perfettamente quello stava facendo. Sicuramente più di me in quel momento.
Il comandante è risalito sul ponte e ci sta venendo incontro. Facciamo capannello intorno a lui in attesa di risposte. «Signori, non c’è traccia di viscidi animaletti sottocoperta, sembrano essersi volatizzati nel nulla…», più sottovoce aggiunge: «sempre ammesso che siano davvero esistiti…». Non può davvero credere che si sia trattato di un’allucinazione collettiva, c’erano anche i suoi marinai come testimoni! E le scie di bava? Le scie di bava… Tocco una spalla al capitano e gli chiedo: «avete provato a seguire le scie di bava?» Lui mi guarda come se fossi un pensionato che osserva i lavori di rifacimento del manto stradale. Dice: «Certo che le abbiamo seguite. Arrivano a una botola che porta giù alla sentina. Ma anche lì sotto non si vedono mostriciattoli. Abbiamo illuminato con una torcia e ispezionato dove possibile, ma niente. Spero solo che non rosicchino i cavi come i roditori. E che non causino guasti alle tubature.» Poi in un sussurro aggiunge: «Sempre che esistano davvero…»
«Cosa intende fare ora, comandante? Forse sarebbe il caso che tornassimo indietro fino all’ultimo porto in cui abbiamo stazionato: Giacarta. Non le pare?» È il Lordo a parlare. «No.» dice il comandante «Siamo troppo lontani ormai e le previsioni parlano di tempeste tra noi e Giacarta. Ci stiamo dirigendo a sud, verso l’Australia. Manterremo il nostro piano, domani dovremmo doppiare un’isoletta, chiamata l’ ”Isola del Natale”, se dovesse essercene bisogno attraccheremo lì, altrimenti continueremo verso la nostra meta».
Io, con gli altri due capi famiglia (Il Lordo e Il Burino), decidiamo di scendere sottocoperta a dare un’occhiata in vista della notte. Mandano avanti me. Scendo i gradini uno a uno, esitante. Man mano che scendo è sempre più buio, il sole entra alle mie spalle ma io mi faccio ombra, per non parlare dell’ombra che fanno il Lordo e il Burino. Praticamente un’eclissi. Mi aspetto di mettere il piede su qualcosa di molliccio da un momento all’altro. Cerco a tastoni l’interruttore delle luci. Lo faccio a scatti, frettolosamente. Ho paura di toccare con la mano qualcosa di viscido. Lo trovo. Le luci si accendono. Lungo il corridoio una lunga striscia di bava azzurrognola sporcata di sangue. Noto che corre dritta lungo il corridoio fino alla botola che sta in fondo. Senza deviazioni di scia. Senza deviazioni verso le porte delle stanze. È un sollievo. Mi dirigo verso la mia cabina, gli altri perlustrino dove vogliono. Apro la porta. La cabina è a soqquadro. Vestiti sparsi ovunque. Come al solito. Colpa di Greta. Tutto normale. Decido che comunque per stanotte preferisco dormire sul ponte, il clima lo consente e sono sicuro che Francesca è d’accordo, non dormirebbe mai qui sotto dopo aver visto quegli esseri viscidi che scendevano le scale. Per i bambini sarà un gioco divertente. Prendo coperte e cuscini e risalgo su.
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