CAPITOLO 17
Mi sveglio madido di umidità o sudore, nel cuore della notte. Sono sdraiato sul ponte che vibra come ogni notte. Quel rumore irritante, quel verso sgradevole. Mi trapana il cervello. Denso come la nebbia, sempre presente. È una cantilena ad avermi svegliato. Mi tiro su per guardarmi intorno. Mi pare di scorgere una figura dai margini sfumati galleggiare nella foschia. Sembra sospesa in aria, levitante. Mi alzo in piedi e seguo la cantilena verso quella sagoma indistinta. Capisco che deve trovarsi appesa all’albero maestro. Mi avvicino, ma quando ci sono sotto mi accorgo che la prospettiva deve avermi ingannato, perché la figura è più a poppa. Sul tetto della sala comandi. Mi muovo prudente e silenzioso in quella direzione. È un uomo seduto a gambe incrociate, mi dà le spalle. Lo sguardo fisso verso un orizzonte che non può vedere. Canterella una nenia ipnotica. È Wey. Mi deve delle spiegazioni e decido che questo è il momento giusto per ottenerle. «Wey» lo chiamo. La cantilena s’interrompe e lui si gira verso di me donandomi un sorriso mesto. La domanda mi esce con un tono più duro di quello che avrei voluto: «Chi sei tu veramente?» Il sorriso gli si smorza un poco, socchiude gli occhi, poi, portando le mani giunte davanti al petto e chinando appena il capo, con un sussurro: «Wey O’ Inmare signore, nato a Singapore da padre irlandese e madre thailandese signore, sono solo un umile marinaio signore, per servirla signore.» Rimango un attimo a bocca aperta, senza sapere che dire, la sua aria innocente e pacifica mi manda in bestia. Mi riscuoto e quasi gli urlo: «Wey maledizione! Qui va tutto a rotoli e tu te ne stai qui a canticchiare nella notte?! Tu sai più cose di quello che vuoi far sembrare! Smettila di fare il fottuto orientale misterioso e dimmi come stanno le cose!»
Lui mi rimanda un sorriso indulgente e mi chiede: «Certo signore, cosa vuole sapere?» La sua calma mi esaspera, chiudo gli occhi per fare un respiro profondo, poi sbotto: «Che voglio sapere dici ? Beh, innanzitutto… che cazzo sono i Quo-mi?!»
Si volta di nuovo a fissare la nebbia davanti a sè, poi parla dandomi le spalle: «Oh, quelli?… Si riferisce alle creature che hanno infestato la barca?»
Rispondo irritato: «Non lo so Wey: dimmelo tu. Sono quegli esseri immondi e maledetti i Quo-mi? Sono loro la causa di tutte le nostre disgrazie?»
Wey non risponde subito, sembra raccogliere i pensieri, poi si degna di parlare: «Non sono cattivi, sono creature del mondo anche loro…»
Altra pausa teatrale, gli vorrei mettere una mano in bocca e tirargli fuori le parole con la forza, ma attendo che riprenda a parlare: «Narra una leggenda induista che sia stato il dio Ganesh a crearli per punire gli uomini, stufo del fatto che si lamentavano sempre e non sapevano apprezzare ciò che avevano…»
«Il dio Ganesh?» lo interrompo io «non è quello con la testa di elefante e quattro braccia che cavalca un topo?»
«Esattamente» risponde serafico Wey.
«Beh, io non credo a queste stronzate Wey! Non credo nel dio serio con la barba lunga, figuriamoci se posso dar credito a un dio con la testa da elefante e quattro braccia! Dimmi qualcosa di utile per uscire da questa dannata situazione!»
Wey rimane impassibile con lo sguardo fisso davanti a sè, si schiarisce la gola e riprende: «È solo una leggenda… Fatto sta che i Quo-mi esistono veramente. Non bisogna mai, mai, mai bagnarli con l’acqua di mare, altrimenti si moltiplicano e si attivano. In mare aperto il loro potere è massimo, vicino alla terra ferma s’inattivano. Emettono un campo elettromagnetico o qualcosa del genere… Formano una rete… simile alla nostra rete neurale… sono in connessione tra loro… e influenzano le nostre menti…»
«Che cazzo significa che influenzano le nostre menti?» lo interrompo io.
«Amplificano…»
«Cosa amplificano Wey?»
«Amplificano un processo tipico del cervello umano…»
«Quale processo Wey?»
«Amplificano le preoccupazioni, le paure, le fobie… diventano… reali.»
Pensieri e ricordi si affollano nella mia mente come un banco di pesci in una rete. Ripenso a quella specie di calamaro gigante che si era materializzato sotto la nostra barca e alla fobia per “Ventimila leghe sotto i mari” di quel bambino. Ripenso alla preoccupazione del comandante appena scoperti i Quo-mi: “Spero solo che non rosicchino i cavi come i roditori”, il giorno dopo non funzionavano i sistemi di navigazione. Poi il guasto del dissalatore che tutti temevamo. Il mercante di Giacarta avvistato sul ponte da mia moglie. La mia paura che il capitano impazzisse. Quella notte che Carlo aveva gettato il sacchetto in mare e si erano materializzati i Quo-mi…
«Ma non è tutto…» dice Wey interrompendo il flusso dei miei pensieri.
«Quando non prestiamo più attenzione alle cose… le cose… è come se sparissero dalla nostra mente… i Quo-mi, loro fanno… loro amplificano anche questo processo, rendendolo… reale.»
«In che senso reale Wey?!»
«Nel senso che con i Quo-mi le cose spariscono davvero se nessuno vi presta attenzione»
Ripenso alla vecchia bussola sparita dal cassetto. Nessuno la pensava più perché ormai c’erano i nuovi sistemi di navigazione elettronici. All’àncora a cui nessuno pensava perché nascosta sott’acqua, data per scontata. E poi le vele, le costellazioni… e poi anche le persone: il marinaio tarchiato, il figlio dei burini, poi l’intera famiglia… Un momento: ma la famiglia dei lordi da quanto tempo è che non li vedo? E non c’era pure un marinaio di colore? OH-MIO-DIO: e Francesca?!
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