CAPITOLO 16
Cosa sta succedendo? Non capisco. Non sono più certo di nulla. Sono stanco, nervoso e disidratato, questo è certo. Anche gli altri lo sono. Ma chi sono gli altri? Devo parlare con Wey, è l’unico che appare relativamente calmo e sembra sapere qualcosa. Salgo sul ponte a cercarlo. La nebbia è fitta che sembra finta. «Wey!» chiamo. Dalla bruma si materializza Carlo: «Cerchi il marinaio orientale? L’ho visto andare verso poppa». Gli metto una mano sulla spalla: «Vieni. Andiamo a cercarlo, voglio parlargli». Procediamo a tentoni sul ponte, non si vede a un palmo di naso. Il pavimento ondeggia lento sotto i nostri passi. Per fortuna il mare è calmo. Calmissimo. C’è bonaccia. La mancanza di riferimenti visivi però aumenta la sensazione di instabilità, mi pare di perdere l’equilibrio da un momento all’altro. Raggiungiamo il ponte di comando, diamo un occhiata dentro, il timone è ancora legato, i motori sono spenti, la carte nautiche sparse ovunque come le avevamo lasciate la sera prima. C’è un diario di bordo o qualcosa di simile aperto sul tavolo. È alla pagina con titolo “equipaggio”, la prima voce è “comandante:”, il nome corrispondente è stato cancellato con tratti di penna così profondi da bucare il foglio. Sotto c’è la voce “marinai” seguita da un elenco di nomi con i porti dove si sono imbarcati e dove sono sbarcati. Mi accorgo che i nomi sono sbiaditi come se fossero stati scritti mille anni fa, lavati per sbaglio in lavatrice e lasciati ad asciugare al sole per un secolo. Se ne legge bene solo uno:
Wey O’ Inmare.
Imbarcato a Giacarta.
Carlo si attarda lì, affascinato da quelle mappe misteriose, io procedo oltre, esploro il pozzetto e tutta la poppa: nessuna traccia di Wey. «Papaaaà…» mi chiama Carlo. Lo raggiungo nella sala comandi, sta studiando le carte nautiche come se fosse un nostromo esperto. Indicando un tratto di mare sulla carta nautica mi chiede: «…cosa sono queste macchie azzurre, questi cerchietti irregolari che sembrano laghetti uno dentro l’altro? Con tutti questi numeretti scritti vicini ad ognuna… Sembrano le impronte digitali di un gigante…» Guardo la carta sotto al suo ditino. Si riferisce alle isobate. «Sono i “gradini del mare”, quelle linee indicano le diverse profondità del fondale marino, e quei numeretti indicano i metri di profondità». Lui mi guarda, poi torna a guardare la carta tutto concentrato, mi fa una gran tenerezza. Rialza la testa con lo sguardo perso nel vuoto: «stavo pensando… chissà se ci si può orientare con queste… magari se avessimo uno strumento che potesse dirci che profondità ha il mare nel punto in cui siamo…» Io sgrano gli occhi, un vortice di pensieri inonda il mio cervello. «Ma lo abbiamo: è l’ecoscandaglio! Ogni barca che lo ha!» mentre lo dico, mi dirigo verso i comandi al lato del timone e guardo un piccolo monitor con delle linee che rappresentano il fondale marino e un numero indicante la profondità del fondale: 7500 metri! «Siamo proprio sopra un burrone profondissimo!» dico a Carlo strappandogli la carta dalle mani. «L’ unico punto, in questo tratto di oceano, che raggiunge una tale profondità è… questo!» dico puntando il dito sulla scritta “Fossa di Giava”. «Carlo, sei un genio! Forse ci hai salvato! Ora sappiamo dove siamo.»
Sento qualcosa che mi striscia su una coscia, mi volto di scatto. È Greta. Mi chiede: «Mamma dov’è?» La guardo un attimo con un sorriso, mentre mi vorticano in testa le implicazioni della nostra nuova scoperta. Sento la speranza crescermi nel petto. «Non lo so.» le rispondo «Qui a poppa non c’è, prova a prua, io al momento sono occupatissimo.» Le risponde Carlo: «sta in bagno».
Stavo scrivendo questa scena quando mi accorsi che il tasto della lettera “Q” aveva un difetto. Non si pigiava più bene. Dapprima non ci feci caso, preso dalla scrittura, ma arrivato in fondo al paragrafo, volli controllarlo meglio. Lo pigiai a fondo contro una resistenza molle ma compatta. Era come se sotto il tasto ci fosse del pongo. Pian piano il tasto ritornò su, ma al rallentatore, come se qualcosa di vischioso lo trattenesse. Allora tornai a pigiarlo con più vigore di prima, fino in fondo. E fu allora che ai bordi del tasto comparve un liquido denso di colore azzurrognolo. Mi arrivò al naso una zaffata di odore di vernice, pungente. Il fluido riempì velocemente lo spazio intorno al tasto “Q” e poi dilagò nello spazio tra i tasti “A” e “S”, per poi colare tra i tasti “Z” e “X”. A quel punto mi accorsi che quell’azzurrognolo era striato di sangue. Mi arrivò al naso un sentore ferroso, nauseabondo. Poi il sangue ricoprì il tasto “Q” imbrattandomi il dito. Era caldo. Poi il tasto “Q” iniziò a pulsare sotto il polpastrello. Fu solo allora che mi decisi a sollevare il dito dal tasto. Rimasi lì col dito a mezz’aria che sgocciolava sangue sulla tastiera, inorridito e inebetito. Gli occhi fissi sul tasto “Q” che si stava man mano rialzando fino al livello dei tasti contigui. Si alzava lento ma a scatti. Come se qualcuno o qualcosa lo martellasse da sotto. Poi superò il livello degli altri tasti, il sangue iniziò a zampillare e un fiotto caldo mi centrò in volto, sulla guancia. Chiusi istintivamente gli occhi e mi ritrassi. Li riaprii nel momento in cui il tasto “Q” veniva scalzato dalla sua sede e si accasciava di lato, capovolto, sul tasto “W”, mentre dal foro che si era creato iniziavano a uscire piccoli e viscidi esseri immondi striscianti: erano i Quo-mi, ne ero certo.
Dopo questo capitolo puoi leggere anche
LETTERA ALLA MAREA
LETTERA ALLA MAREA Camilla teneva il foglio in mano mentre scriveva con la sua penna preferita. Scriveva in piedi accanto al letto, le lenzuola bianche disfatte. Schiena dritta, le gambe nude; le piaceva sentire il freddo percorrerle la pelle. Vent’anni, ca
IL PROFUMO DELL'ARGILLA tratto da
In un contesto dove le sfide quotidiane si intrecciano con la speranza, il libro esplora la storia di Serena Gullaci. Attraverso una narrazione poetica, divertente, nostalgica e immediata l'opera affronta temi cruciali come la resilienza e la ricerca di identi
Un insolito viaggio di andata e ritorno
È la storia di Olivia giovane scrittrice freelance, che non riesce più a scrivere storie emozionanti. La sua editrice le dice che deve ritrovare la sua vena perché i suoi personaggi, nelle ultime storie, avevano perso carattere. Le consiglia di andare in mezzo
Codice aperto- L'algoritmo a palazzo
CODICE APERTO- L’algoritmo a PalazzoSono le 9 di lunedì 13 aprile quando accendo il registratore davanti al municipio. Il cartello con il nome del nuovo sindaco è già affisso all'ingresso: Alba Rizzo. Lo leggo ad alta voce, per verificarne la consistenza. Ness