CAPITOLO 14
Si è fatta sera. Me ne accorgo per il mutamento di luce. Una tenue tonalità di rosa tinge la nebbia a tribordo. La nebbia. Non ci ha più lasciato da stamattina. Mai vista una nebbia così fitta e densa. Vedo l’asse di legno sotto ai piedi e poco più in là. Da tribordo non si scorge il babordo. Mi pare di stare in piedi in equilibrio sul bastoncino di uno zucchero filato. Mi appoggio alla falchetta e mi affaccio guardando giù. Il mare si vede a intermittenza, tra un refolo di nebbia e l’altro. È placido come un lago. Emette un suono ritmico e delicato, definirlo sciabordio mi sembra troppo, forse sciacquettio è la parola giusta. È un chiacchiericcio sussurrato tra l’acqua e la chiglia. C’è poco da vedere insomma. Allora mi guardo il peli delle braccia. Sono ricoperti da minutissime goccioline di nebbia che se ne stanno appollaiate come uccelli sui fili dell’alta tensione. Sono vicine, ma non si toccano, paiono rispettose dello spazio personale delle altre goccioline, mantengono la distanza sociale, riguardose dello spazio perimetrale altrui, della “bolla prossemica” come la chiamerebbe uno psicologo. Sorrido al pensiero di queste piccole “gocce che rispettano le bolle”. È stata una giornata tutta così. Nebbiosa, lenta, viscosa. Io sono stato tutto il tempo con il comandante a studiare le carte nautiche, a sostenerlo, ad aiutarlo, a cercare di non farlo sentire solo, a infondergli speranza. Credo di aver ottenuto l’effetto contrario. Deve esserci una sorta di equilibrio tra gli umori delle persone. Quando uno si mostra debole, l’altro si fa forte e viceversa. Quando uno sprizza allegria da tutti i pori non è vero che è contagioso, spesso è fastidioso. E capita che un altro debba prendere la parte del lamentoso. Sono le strane dinamiche della psiche umana. Era come se qualcuno dovesse per forza reggere tutta la paura di quella barca. Se io provavo a fare il forte, lui si afflosciava un po’ di più. Ha preso dalla stiva una bottiglia di rum e se l’è scolata. Poi, abulico, è sprofondato nell’apatia. A metà pomeriggio Greta è venuta dirmi che mi cercava Francesca, ma io le ho detto che in quel momento ero impegnato e l’avrei raggiunta più tardi. Solo che più tardi me ne sono dimenticato, immerso com’ero nello studio di quelle maledette carte. Come si fa a navigare senza un orizzonte. La nebbia lo ha inghiottito. Quella cara linea dritta ci ha abbandonato per tutto il giorno, speriamo che domani torni a trovarci. Più tardi è venuto Carlo a riferirmi che loro avrebbero dormito in cabina stanotte, che con tutta quell’umidità Francesca si rifiutava categoricamente di dormire sul ponte. Ha ragione, ho la maglietta zuppa che potrei strizzarla. Ma io lì sotto non ci dormo, ho ancora negli occhi l’incubo di stanotte. Ora mi accuccio qui, tra la murata e quel cordame umido, mi copro con un telo e cerco di riposare, cerco di non pensare, cerco di non ascoltare questo rumore frusciante e digrignante che mi perseguita tutte le notti, cerco di non sognare.
***
Mi sveglio nel cuore della notte destato da passi pesanti che mi passano proprio a fianco. Quasi mi calpestano. Faccio una fatica immensa ad aprire gli occhi, dovevo dormire profondamente. Non vedo comunque nulla: la nebbia è ancora lì immutata, ferma e instancabile. I passi si allontanano verso quella che credo essere la poppa della barca. Sono passi pesanti ma incerti, incostanti. Sono i passi di uomo. Sono i passi barcollanti di uomo ubriaco. Non sono sicuro se si tratta di sogno o realtà. Ma sento una cantilena biascicata: «…e il capitano la nave abbandonerà! Voilà! …e il capitano la nave abbando… nerà! Et Voilà!». È la voce roca del comandante. Con uno sforzo enorme tiro su la testa e mi appoggio sul gomito, in direzione della voce. Sento un tonfo umido e greve. E poi più niente. Vorrei alzarmi ma mi fa male tutto, sono fiacco e intirizzito. Mi si chiudono gli occhi. Il collo non ce la fa più a sostenere la testa. Mi riaccascio su un fianco e risprofondo nel sonno.
Dopo questo capitolo puoi leggere anche
LETTERA ALLA MAREA
LETTERA ALLA MAREA Camilla teneva il foglio in mano mentre scriveva con la sua penna preferita. Scriveva in piedi accanto al letto, le lenzuola bianche disfatte. Schiena dritta, le gambe nude; le piaceva sentire il freddo percorrerle la pelle. Vent’anni, ca
IL PROFUMO DELL'ARGILLA tratto da
In un contesto dove le sfide quotidiane si intrecciano con la speranza, il libro esplora la storia di Serena Gullaci. Attraverso una narrazione poetica, divertente, nostalgica e immediata l'opera affronta temi cruciali come la resilienza e la ricerca di identi
Un insolito viaggio di andata e ritorno
È la storia di Olivia giovane scrittrice freelance, che non riesce più a scrivere storie emozionanti. La sua editrice le dice che deve ritrovare la sua vena perché i suoi personaggi, nelle ultime storie, avevano perso carattere. Le consiglia di andare in mezzo
Codice aperto- L'algoritmo a palazzo
CODICE APERTO- L’algoritmo a PalazzoSono le 9 di lunedì 13 aprile quando accendo il registratore davanti al municipio. Il cartello con il nome del nuovo sindaco è già affisso all'ingresso: Alba Rizzo. Lo leggo ad alta voce, per verificarne la consistenza. Ness