CAPITOLO 13
Mi risveglio nella stessa posizione, è mattina. Schizzetti di acqua salmastra mi pungolano il viso. Stiamo navigando. Ho la bocca amara, impastata. Il comandante è al timone e confabula con Wey. Il ricordo della notte passata riaffiora prepotente. Devo avvertire il comandante. Mi alzo a fatica mentre passo la lingua sul taglio all’interno del labbro. Non è stato un incubo allora. Mi trascino fino al timone e mi rivolgo al comandante: «È orribile…» riesco a dire. «Cosa è orribile?» mi chiede lui. «I burini… sono tutti morti. Mummificati. All’interno della loro cabina.» Lui mi guarda accigliato più che spaventato: «Che diavolo stai farneti-cando? Chi sono i burini?» Già: li ho appellati col soprannome che gli abbiamo affibbiato noi, a lui non è dato sapere che li chiamiamo così. «L’altra famiglia che viaggiava con noi… non quella dei ricconi snob, l’altra…» Il comandante mi guarda come si guarda un ubriaco: «C’erano solo due famiglie in questo viaggio». Gli urlo contro: «Non è vero! Controlli lei stesso! Nella seconda cabina!» Il comandante blocca il timone, si alza, si volta verso Wey e gli dice: «Andiamo a vedere.» I due si avviano sotto coperta, io li seguo a tre metri distanza, rimango a metà scala, col cuore in gola e un senso di nausea. Non ho intenzione di assistere di nuovo a quello spettacolo. Dietro di me sento la presenza di Francesca che mi domanda qualcosa, un “cosa è successo” forse. La ignoro, lo sguardo fisso su quei due là sotto che stanno aprendo la porta della cabina dei burini. Entrano dentro. Dopo un minuto escono e tornano su, passandomi a fianco il comandante mi sussurra: «non c’è niente lì dentro», poi Wey tra sé e sé: «Succede sempre così: sono i Quo-mi…». Rimango un attimo imbambolato, poi corro giù per le scale, apro la porta della cabina dei burini e ci guardo dentro. È vuota. In testa un turbinio di pensieri. Devo parlare con Wey. Torno su, divincolandomi dal tentato abbraccio di Francesca. Ma Wey non c’è. È sparito chissà dove. Una nebbia fitta avvolge ogni cosa.
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