Storia · capitolo 13

CAPITOLO 12

MISTEROINMARE di cesare bille

È l’alba. Sto dormendo sdraiato su questo maledettissimo ponte, è sempre più duro. O forse è la mia pelle ad essere più sottile. Sento le ossa a diretto contatto col legno del pavimento. Mi sembra che i processi spinosi delle mie vertebre siano conficcati in esso come chiodi. Non riesco a muovermi infatti. Una mosca, no, forse due mosche stanno facendo avanti e indietro sulla mia fronte provocandomi un solletico fastidiosissimo, insopportabile. Ronzando si spostano sulle mie ciglia incrostate di sale e cimurro. Il fastidio aumenta, ma non posso fare nulla. Non ho le braccia. Amputate. Mi divincolo con la testa ma non serve a nulla. Le mosche ronzano, volano un attimo e poi tornano ad appoggiarsi sulle mie ciglia. Credo che si stiano accoppiando. Proprio sulle mie fottutissime ciglia! Perché non ho più le braccia? Quando le ho perse? Non è possibile, sto sognando. Deve essere così! Mi sforzo di muovere le braccia e con una mano scaccio le mosche. Allora è solo un sogno. Ma le mosche tornano a tormentarmi le ciglia. Ho capito: stavo sognando, ma le mosche sono reali. Improvvisamente ricordo dove mi trovo e l’angoscia della notte passata. Ho un brutto presentimento. Mi sforzo di alzarmi bruscamente sui gomiti e di aprire gli occhi incimurriti, a costo di strapparmi le ciglia incollate l’una all’altra. Di scatto mi volto a guardare verso il giaciglio dei miei figli con il terrore nel cuore. Emetto un sospiro di sollievo: sono entrambi lì. Greta col braccio mancino sul volto di Carlo. Avevo il terrore che fossero spariti anche loro. Mi passo una mano sui capelli rasati. Il cuore che mi batte ancora come un martello sulla cassa toracica. Mi guardo intorno. Tutto tace. Sembro l’unico sveglio. No, c’è il comandante al timone. Non si può andare avanti così. Bisogna trovare una soluzione alla svelta. Devo assolutamente parlare col comandante. E con il marinaio orientale.

***

Me ne sto appoggiato alla falchetta di tribordo a contemplare il tramonto. Perso in mille pensieri. Francesca si avvicina e mi dice qualcosa. Faccio finta di capire, annuisco e grugnisco qualcosa. Ma non l’ho ascoltata veramente. Ho altri pensieri per la testa. Fisso quella semisfera arancione che in pochi istanti affoga nell’orizzonte. Il Sole. La nostra unica speranza. Ci dice qual è l’est e qual è l’ovest. Abbiamo ripreso a navigare di giorno, perché la “stella del Sud” è sparita. Navighiamo spediti e sicuri all’alba e al tramonto, puntando a sud. Durante il giorno rallentiamo temendo di perdere la rotta e di consumare carburante inutilmente. Sono stato tutto il giorno col comandante. Mi ha spiegato tutto. Mi ha fatto vedere le carte nautiche. Mi ha confessato che non ha la più pallida idea di dove siamo. Non ci sono riferimenti. Solo Mare. Nient’altro che mare. Non è più l’uomo sicuro e forte dei primi giorni. È un uomo colmo di dubbi. Sull’orlo della disperazione. Ho il terrore che faccia qualche gesto irrazionale e irreversibile. Sente il peso della responsabilità, il vuoto cosmico dell’ impotenza. L’acqua potabile è a un quarto di serbatoio, l’ha razionata drasticamente. La radio continua a non funzionare. La paura striscia subdolamente nei nostri cervelli.

Il morale di tutti è a terra, tutti noi vorremo essere a terra. Ma siamo in mare.

I burini non si sono visti tutto il giorno. All’ora di pranzo sono sceso sottocoperta e mi sono fermato davanti alla loro cabina. Non proveniva alcun rumore. No, anzi, solo un vibrante fruscio. Ho avuto la tentazione di bussare, poi qualcuno dal ponte mi ha urlato: “Lasciali riposare”. Ho desistito. Navigheremo finché c’è luce, poi il comandante legherà il timone per mantenerlo sulla rotta e spegnerà i motori. Il carburante si sta piano piano esaurendo.

Non ho avuto modo di parlare con Wei.

***

Mi sveglio di soprassalto nel cuore della notte. Quel rumore è sempre lì. Mi scuote da dentro, s’insinua nelle carni e nelle ossa. Mi volto a controllare i miei figli. Sono lì che dormono. Mi assale un’inquietudine, capisco all’istante che non riuscirò a riprendere sonno. Mi alzo come un automa e m’incammino sul ponte. La solita vibrazione, ipnotica, sotto ai miei piedi, sembra guidarmi alla scala che porta sottocoperta. La seguo, non posso fare altro. C’è un tarlo nella mia mente da oggi pomeriggio. L’ho chiuso e sigillato in un angolo del mio cervello, ma ora riaffiora prepotente. Scendo le scale avvolte nella penombra, non cerco nemmeno l’interruttore della luce. Proseguo nel buio, a tastoni, fino alla porta della cabina dei burini. Una lama di luce proviene da sotto la soglia. Non esito nemmeno un istante, busso, anche se siamo nel cuore della notte. Non ho remore di disturbare adesso. Ora devo sapere. Nessuna risposta. Busso più forte. Mi trovo a sbattere con forza il palmo della mano alla porta. Ancora niente. Devo entrare, devo vedere, devo sapere. A costo di buttarla giù questa porta. Afferro la maniglia e faccio per aprire, mi preparo a una spallata. Ma la porta si apre senza sforzo, in un lampo. E in un lampo mi trovo davanti quella scena raccapricciante: cinque corpi mummificati. Orbite vuote e denti aguzzi mi rimandano a una visione di qualche giorno fa’: quella del gatto di bordo, rinsecchito sul pallet. Ma questi sono corpi umani. Richiudo la porta e scappo via. Corro su per le scale. Inciampo nel buio, sbatto il labbro superiore su un gradino, sento il sangue sgorgare dal taglio all’interno del labbro. Mi rialzo, salgo ancora, esco sul ponte e mi metto a correre verso la murata. Mi appoggio alla falchetta e si sporgo verso il mare oscuro e vorticoso. Mi assalgono repentini i conati di vomito. Butto fuori il poco che avevo nello stomaco, poi sputo gli ultimi residui insieme al sangue. Mi volto, mi faccio cadere seduto con la schiena appoggiata alla murata. Sto tremando. Poi sfinito svengo… o mi addormento, non so.

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