CAPITOLO 11
Un’ altra notte sul ponte per noi. Ma non per tutti. Dopo la scenata di stamattina i burini si sono chiusi tutti in cabina sottocoperta e non sono più usciti. La giornata è passata abulica, indolente. Nessuno aveva la voglia o la forza di fare nulla. Solo il comandante non si dava pace, è stato tutto il giorno in movimento con le carte nautiche tra le mani. Nessuno se l’è sentita di rivolgergli parola. Ha controllato il motore ausiliario insieme al marinaio orientale. Stanotte navigheremo con quello. Finché il carburante basterà, poi vedremo. Nel tardo pomeriggio si è sistemato nel pozzetto, davanti al timone e da lì non si è più mosso. Noi ci siamo accampanti a tribordo, mentre i lordi si sono sistemati a babordo. Anche i bambini sono stati silenziosi tutto il giorno. Adesso Carlo e Greta stanno parlottando tra loro. Poi Greta domanda: «Mamma, dov’è la bustina col giochino? Vogliamo vedere se è cresciuto ancora.» Francesca risponde stancamente: «Quale bustina? Perché non riposate un po’, invece?» Intervengo io: «L’ho messa io nello zaino» Francesca si alza svogliatamente, si accovaccia di fronte allo zaino, non ho mai capito come faccia ad assumere quella posizione senza fottersi i menischi. «Qui non c’è nessuna bustina.» Eppure mi sembrava di averla riposta lì, l’ultima volta. «Dai a me. Passami lo zaino» Francesca me lo passa. Frugo tra felpe, creme solari e cappellini. In effetti non la trovo. «Non lo so, pensavo di averla messa qui ma forse mi sbaglio. Sono stanco. Andiamo a dormire.» I bambini mi assecondano e si sistemano nei sacchi a pelo. Ma sono poco convinti. Lo fanno solo per non farmi irritare. Stanotte la vibrazione è duplice. A quella solita si aggiunge quella del motore ausiliario. La cosa positiva è che anche il verso odioso di quelle creature è attutito. Ma il mio udito lo filtra e me lo fa arrivare lo stesso al cervello. Sono preoccupato per la mia famiglia. Bisogna trovare una soluzione alla svelta. Sono giorni che vediamo solo mare. Non c’è niente in questo momento che desideri di più che avvistare terra. Se riusciremo ad attraccare da qualche parte giuro che non rimetterò mai più piede in mare. Prenderò un aereo per tornare a casa. Poi la stanchezza prende il sopravvento, chiudo gli occhi, o meglio smetto di sforzarmi per tenerli aperti.
Li riapro nel cuore della notte. Un presentimento mi fa controllare i bambini. Greta dorme.
Carlo non c’è.
Il cuore inizia a martellarmi in petto. Mi alzo a sedere, mi guardo intorno. Non lo vedo da nessuna parte. Scosto il sacco a pelo e mi alzo di scatto. Quella vibrazione sotto i piedi mi mette i brividi. Immagino quegli esseri viscidi che strisciano uno sull’altro nella sentina. Ripenso al gatto di bordo, al figlio scomparso dei burini, al marinaio tarchiato. No! Mio figlio no! Mi costringo a non pensarci, mi costringo a muovermi. Lo cerco sul ponte. A prua non c’è. Torno indietro, verso poppa, supero il pozzetto. Il comandante è ancora lì, al timone. «Ha visto mio figlio?» gli chiedo. Non risponde, lo sguardo che si alterna tra il cielo e l’orizzonte. Seguo il suo sguardo nel cielo. La “Croce del sud” non si vede. Come farà a orientarsi? Non è il momento di chiederselo. Proseguo verso poppa. E lo trovo lì. Seduto a gambe incrociate. Di spalle. Spalle scosse da singulti. Sta piangendo. Provo un sollievo enorme. Mi avvicino piano. «Carlo, che succede? Perché piangi?». Lui volta la testa verso di me. In un primo momento sembra non riconoscermi. Poi si asciuga le lacrime dagli occhi e mi guarda ancora. «Papà!» esclama, poi continua tutto di un fiato: «Ho sbagliato tutto papà! Non dovevo farlo! Non dovevo!» Io lo stringo a me. «Non fare così, tutto si aggiusta. Cosa non dovevi fare cucciolo?» Lui mi guarda sbattendo le palpebre, poi si volta a guardare il mare e parla: «La bustina col giochino. L’ho trovata. Era in fondo al mio sacco a pelo. Quel mostriciattolo era… era diverso. Sembrava gonfiarsi. Io lo sapevo che era tutta colpa loro. Allora l’ho preso, sono andato a prua e l’ho buttato di sotto, in mare. Tutto il sacchetto.» «Ok, ok, hai fatto bene. Non è successo niente» lo rassicuro io. Lui si gira di scatto verso di me e mi risponde con rabbia: «Si che è successo invece! È successo tutto!» Io provo ad accarezzargli il viso, ma lui mi scosta la mano con un gesto deciso. Esito. Poi gli domando: «Cosa? Cosa sarebbe successo?» Lui si volta, torna a guardare il mare e mi racconta: «Ero contento di essermene liberato. Ma poi… poi ho visto l’acqua ribollire, lì, nel punto in cui era caduto il sacchetto. E poi venire a galla centinaia di quei maledetti piccoli mostri viscidi. Salivano uno sull’altro. Poi si sono attaccati alla fiancata della barca. Erano sempre di più. Si moltiplicavano velocemente. Poi li ho visti entrare da quei buchi di scolo. E poi dagli oblò. Non sapevo che fare papà! Non sapevo se svegliarvi, se urlare, se chiamare il comandante.» Lo tiro a me e lo abbraccio forte, gli bacio la testa. «Hai fatto bene. Non ti preoccupare. È tutto finito ora.» Intanto mi sporgo per guardare il mare sotto la barca. Non vedo niente. «Guarda,» gli dico «vedi? Non c’è niente in acqua e sulla fiancata della barca. Controlla tu stesso» Lui fa capolino e guarda giù esitante. «Ma prima c’erano…» dice confuso. «Vieni, torniamo a dormire» gli sussurro con una mano sulla spalla «è stato solo un brutto sogno, solo un incubo.» Mentre ci avviamo mi accorgo che il marinaio orientale era lì a due metri da noi. Chissà da quanto tempo. Mi guarda negli occhi. Mi domando se ha visto tutta la scena. Poi guarda il mare e bisbiglia qualcosa:
«…sempre così. Sono i Quo-mi…»
Stavo scrivendo questo pezzo, seduto alla scrivania, quando ho sentito un sapore metallico in bocca. Un liquido caldo allagava la sentina della mia cavità orale, al di sotto della lingua. Lo sentivo zampillare dall’arcata dentale inferiore sinistra. Il premolare in particolare pulsava al ritmo del mio battito cardiaco. Ho smesso di battere tasti e ho alzato la testa per guardarmi allo specchio a forma di sole sul muro alla destra del monitor. Ho abbozzato una specie di sorriso e ho potuto constatare che avevo un rivolo di sangue tra i denti dell’arcata inferiore. Mi sono alzato in piedi e mi sono chinato verso lo specchio per guardare meglio. Ho aperto la bocca e ho visto il pavimento buccale inondato di sangue. L’ho sputato nella tazza dove poco prima avevo bevuto la tisana e sono tornato a guardarmi allo specchio. Il premolare inferiore sinistro pulsava visivamente e alla sua base, tra dente e gengiva sprizzava del sangue a intervalli regolari. Strinsi il dente tra pollice e indice della mano destra e mi accorsi che il dente si muoveva. Per dirla tutta, sembrava appena appoggiato alla gengiva. Tirai appena e il dente venne via rimanendomi tra le dita. Istintivamente misi la punta della lingua sul foro che si era venuto a creare e con grande disgusto mi parve di sentire qualcosa di viscido che si muoveva. Tornai a guardarmi allo specchio con la bocca spalancata. Quello che vidi mi diede il voltastomaco. Iniziai a piangere con la bocca aperta senza sapere cosa fare. Ero pietrificato. Un esserino viscido simile a una piccola limaccia stava facendo capolino dalla mia gengiva. Sembrava guardarsi a destra e a sinistra, indeciso sul da farsi. Decisi io per lui: lo presi tra le dita come avevo fatto prima con il dente, chiusi gli occhi, e tirai. Ricordo ancora nitida la sensazione rivoltante che mi diede il sentire scorrere l’intero corpicino viscido attraverso il foro della mia gengiva. Poi tornai a respirare. Avevo trattenuto il fiato finora. Guardai il mostriciattolo agitarsi tra pollice e indice come un verme per la pesca. Poi svenni.
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