Storia · capitolo 11

CAPITOLO 10

MISTEROINMARE di cesare bille

Un’ altra notte quasi insonne, tra incubi e dormiveglia. E ancora quel rumore vibrante, sfibrante, uno strofinio incessante, logorante. Il sole comincia a colorare le palpebre che tengo chiuse. Riesco a vederci un reticolo di venuzze in trasparenza. Ma non voglio aprirle. Non me la sento ancora di aprire il sipario su una nuova giornata. Mi sento esausto. E confuso. Ho la bocca secca e le labbra screpolate, mi mordicchio una pellicina sul labbro inferiore. La strappo via e comincio a masticarla. Sento un rivolo di sangue che scorre verso il mento. Lo lecco con la lingua. Sapore di ferro. Mi ricorda quando da piccolo leccavo le inferriate della finestra. Mi piaceva quel sapore. Ora lo trovo nauseante. Sento lo sciabordio del mare, placido. Non sento il vento, non sento il frusciare delle vele. M’impongo di aprire gli occhi e con grande sforzo lo faccio. Poso lo sguardo sull’albero maestro. Lo seguo verso l’alto. C’è qualcosa che non va. Sembra un albero spoglio d’inverno. Manca qualcosa. Dapprima non capisco. Poi mi rendo conto che mancano le vele!

Resto come imbambolato a fissare l’albero maestro. Come se continuare a fissarlo potesse far tornare indietro le vele. Ma l’albero resta spoglio. Le drizze pendono inerti, senza scopo, come nervi recisi.

«Comandante!» urlo, la mia voce esce roca.

Uno dopo l’altro iniziano a svegliarsi tutti. Francesca si solleva sui gomiti, i bambini si stiracchiano nei sacchi a pelo, i lordi borbottano infastiditi. Il comandante arriva a passo svelto, ancora con la maglietta stropicciata della notte. Alza lo sguardo, segue il mio dito puntato verso l’alto.

Per un istante resta in silenzio.

Poi dice: «Chi ha ammainato le vele?»

Nessuno risponde.

«Devono essere state riposte nei gavoni» aggiunge, come a rassicurare se stesso.

«Quando?» chiedo io. «Quando le avremmo riposte?»

Il comandante mi lancia uno sguardo infastidito: «Stanotte. Qualcuno le avrà ammainate.»

«Io no» dice Francesca, piano.

«Neanche io» aggiunge il Lordo.

«Io dormivo» dice la burina, sbadigliando.

Il comandante stringe la mascella. «Va bene. Basta parole. Andiamo a controllare.»

Ci sparpagliamo per la barca e controlliamo dappertutto: nessuna traccia delle vele, sparite.

«Non è possibile, le vele non spariscono. Punto.» ripete il comandante. Non sta parlando a noi. Sta parlando alla barca.

All’improvviso il burino sbotta: «Me ne sbatto delle vele! E di ogni altra cosa su questa dannatissima barca! Uno dei miei figli è sparito da due giorni! Non lo troviamo più da nessuna parte! Qualcuno deve averlo rapito, ridatemi subito mio figlio o faccio una strage!» Ci guardiamo l’un l’altro esterrefatti. Atterriti. In un attimo di assoluto silenzio. Ripenso alla sera in cui ci chiedevamo quanti figli avessero i burini. E al loro comportamento ambiguo negli ultimi giorni. Sempre più assenti, sempre più isolati a parlottare e litigare tra loro. Poi la burina si alza e va incontro al marito urlandogli contro e battendogli i pugni sul petto: «Basta! Basta con questa storia! Ti ho ripetuto cento volte che il piccolo Maicol non è mai stato qui con noi sulla barca. Lo abbiamo lasciato con i nonni perché è troppo piccolo per un viaggio come questo! Tu non stai bene. Stai fuori di testa! E stai facendo impazzire anche me!»

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