Storia · capitolo 9

Gli abiti nuovi

La Grande Casa di Samy


Uno dei momenti più belli e complessi di questa prima fase nella casa fu cominciare a prenderci cura del nostro corpo e vestirci in modo adeguato. Nergal portava tutti a turno a fare shopping e assegnava a quelli di noi che non lavoravano una piccola somma mensile che poi, una volta ottenuto un lavoro, avrebbero restituito. A noi ragazze suggeriva anche come vestirci e come truccarci per sembrare più adulte e meno volgari; ci aiutava a prendere consapevolezza del nostro corpo e a sapere come usarlo per attrarre o respingere un uomo; ci spiegava la postura e il linguaggio del corpo, lezioni che sarebbero state molto utili per affrontare un colloquio di lavoro o i controlli delle pattuglie di polizia. A tutti noi venne anche insegnato come difenderci e imparammo a caricare e scaricare una pistola e a nascondere un coltello.

Il rovescio della medaglia era che tutto quello che avevamo appreso doveva essere valutato e che le prove avvenivano in una discoteca. Si arrivava sempre in tarda serata, perché sul presto i buttafuori sono molto più attenti ai controlli in ingresso, mentre, con il passare delle ore, tendono a controllare più l’interno. Entravamo prima noi tre ragazze, accompagnate da uno solo dei ragazzi, poi entrava anche Nergal, che solitamente si posizionava in qualche angolo e individuava i soggetti con cui testarci. Tutto era sempre a sua discrezione. Ci metteva alla prova sulle tecniche di seduzione o, nel caso fossimo stati adescati prima da altri, su quelle di allontanamento. A fine serata, quando avevamo raggiunto un numero sufficiente di prove, al segnale convenuto, uscivamo in modo separato per poi ritrovarci al parcheggio tutti insieme. Così, mentre i ragazzi della nostra età andavano il venerdì o il sabato sera a ballare per divertirsi, noi ci andavamo per essere messi sotto esame e, chi non superava le prove, era costretto a isolarsi nei giorni successivi in una stanza davanti allo specchio per ripassare.

Anche l’arrivo del primo Natale in quella casa fu un passaggio cruciale: quel momento di festa per il mondo esterno, fatto di pubblicità sfarzose, luminarie e vetrine addobbate, gente per strada che si scambia gli auguri e famiglie che si riuniscono per pranzi e cenoni, ci sbatteva brutalmente in faccia che noi non appartenevamo a quella realtà. Nessuno di noi aveva una “famiglia” e non avevamo niente da festeggiare, e in quei giorni si riaccesero molto i toni e le tensioni nel gruppo. Nergal, vedendo la nostra tristezza e la nostra frustrazione, ci propose di addobbare un albero di Natale e di organizzare una cena per festeggiare insieme. Restammo perplessi ma, dopo qualche esitazione, i preparativi cominciarono, portando via gli atteggiamenti scontrosi e la resistenza di chi pensava di non aver bisogno dello “stupido Natale”. Passammo la giornata del 25 dicembre con il nostro albero, il nostro pranzo a base di lasagne e i giochi di carte e ci divertimmo così tanto che decidemmo di rimanere lì tutti insieme anche per la notte. Fu a fine serata, quando tutti eravamo pronti per andare a dormire, che Nergal si presentò con i regali: quel giorno ricevemmo in dono le nostre prime tuniche ma non sapevamo che quello sarebbe stato anche l’ultimo Natale che avremmo festeggiato in quella casa.

Davanti a quel regalo, nella mia mente si fecero strada mille dubbi e altrettante domande. In quella casa, avevo trovato un posto per me, uno spazio davvero mio e una famiglia su cui contare e quella figura paterna di cui avevo sentito sempre la mancanza. Lì ero finalmente lontana dal dolore, dalla sofferenza e dagli abusi che avevo subito: paradossalmente, lì ero proprio io – eravamo tutti noi – a generare dolore e sofferenza a degli esseri indifesi. Sentivo dentro il mio cuore che indossare quella tunica mi avrebbe allontanata definitivamente dai valori morali e religiosi che mi aveva insegnato la nonna, ma non potevo non pensare a come da bambina ero stata trattata dal prete e dalla suora che all’epoca gestivano la parrocchia: quei due, infatti, avevano stabilito che la mia famiglia ed io eravamo un cattivo esempio per gli altri bambini e quindi mi avevano allontanato dall’oratorio. In uno dei momenti più difficili della mia infanzia, in cui cercavo non solo conforto ma anche un posto dove poter passare ore liete e spensierate, mi ritrovai a vagare da sola in giro per il quartiere per non restare in casa e mi chiusi ancor di più nella mia solitudine.

Ripensavo a tutto questo e mi chiedevo quale fosse la scelta giusta: andare via e tornare alla mia vita prima della grande casa, sapendo che sarei rimasta di nuovo sola con me stessa ad affrontare tutto? Oppure indossare quella tunica e accettare quella nuova vita, lasciandomi alle spalle definitivamente tutto il bagaglio di valori e di ricordi che mia nonna e il suo rosario mi avevano lasciato? Forse perché ero molto giovane, o perché avevo troppa paura di ripiombare nuovamente nel mio vuoto, o per entrambe le cose, sta di fatto che decisi anche io di indossare quella tunica. E per tutti noi ebbe inizio la seconda fase nella grande casa.

 

 

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