Storia · capitolo 8

Le piccole cose

La Grande Casa di Samy


Così cominciò la nostra esperienza: eravamo un insieme di dolori e sofferenze nascoste e di rabbia e odio verso tutti, come una miscela pronta a esplodere in qualsiasi momento. L’unico che ci teneva a freno era Nergal, che era anche l’unico di cui continuavamo a non sapere nulla, nonostante il passare dei mesi. Tutto sommato era meglio così perché, come diceva Marbas – che si definiva il “saggio” del gruppo – “meno cose sappiamo, meno casini abbiamo”. Anche di noi non sapevamo molto, se non quale male ci avesse portato a entrare nel gruppo, ma nella grande casa c’erano sempre tante cose da fare e non avevamo molto tempo libero per aprirci tra noi. Un giorno, Bael disse che eravamo un po’ come il circo degli orrori e, mentre lo diceva, ci girava intorno facendo finta di essere su un trenino delle case fantasma dei luna park. Nessuno rise a quella battuta, perché effettivamente ci sentivamo così, solo che noi eravamo dentro quella casa e non al circo. Giorno per giorno, comunque, aver trovato un posto dove fermarsi e stare bene ci rendeva meno sofferenti e più forti.

Passata la fase della prima conoscenza e superato il tabù di raccontare l’orrore che avevamo dentro, cominciammo a costruire la vita insieme: Nergal stabilì le regole di base, le mansioni della casa, la suddivisione delle camere, i turni della cucina e delle commissioni da fare. Potrebbe sembrare banale, ma per noi non lo era: non sapevamo minimamente cosa significasse vivere civilmente in una casa, venivamo tutti da situazioni di degrado. Alcuni di noi non avevano la minima idea nemmeno di come pulire un bagno o usare una lavatrice, perché non l’avevano mai avuta. Io stessa faticavo a capire come tenere in ordine la stanza di noi ragazze, perché da anni vivevo nello sporco a casa della mia famiglia. Preparare un pasto era una nuova avventura, eravamo abituati a mangiare quando ce n’era e quello che capitava: Arimon, ad esempio, non aveva mai mangiato prosciutto in tutta la sua vita, perché non poteva permetterselo; Nahenia era abituata a mangiare una volta sola al giorno, perché il suo padrone le diceva che le “puttane grasse non fanno soldi”. Pian piano, un po’ per gioco e un po’ per dovere, a turno ci mettemmo alla prova e imparammo a convivere e condividere.

Iniziammo a fare la spesa insieme a Nergal ma seguendo accorgimenti ben precisi: uscivamo in due o tre al massimo, perché troppi ragazzi insieme avrebbero dato nell’occhio, e non eravamo mai solo ragazze, perché in compagnia di un uomo adulto avremmo certamente destato sospetti. I supermercati non erano mai gli stessi e si sceglievano quelli più grandi, perché quelli più piccoli sono frequentati quasi sempre dagli stessi clienti e la gente nuova viene subito notata; Nergal andava in sopralluogo da solo qualche giorno prima, in modo da sapere come erano suddivise le corsie e non farci perdere troppo tempo; il pagamento doveva avvenire sempre in contanti, per non lasciare tracce del nostro passaggio. Dovevamo essere come fantasmi che si muovono tra i vivi e fare di tutto per non farci notare, per questo dovevamo vestirci bene: niente cappucci sulla testa, niente jeans rotti, niente capelli spettinati, niente scritte provocatorie sulle felpe.

Imparammo come apparecchiare la tavola, con forchette, coltelli, bicchieri e tovaglioli e imparammo soprattutto l’importanza di mangiare insieme, condividendo come fosse andata la giornata o semplicemente ridendo per delle sciocchezze. A volte ridere serviva anche a sdrammatizzare cose più impegnative, come quando Nahenia ci raccontava dei peni di certi clienti, talmente storti da costringerla a vere e proprie acrobazie... oppure Arimon, che ricordava di come sua madre si era messa a parlare con i muri convinta che nascondessero persone che le rispondevano! Un giorno Bael si girò verso Nergal e gli chiese se anche lui avesse qualche amico che abitava nei muri di quella casa: il maestro, per tutta risposta, gli disse che dentro il muro ci sarebbe finito lui se non la smetteva di dire cazzate, e questo scatenò la fantasia dei ragazzi, che cercavano di imitare la faccia di Bael chiuso nei muri, e l’ilarità di tutti noi.

Imparammo anche a cucinare: all’inizio, preparavamo i pasti a turno ma poi decidemmo che lo avrebbe fatto sempre Bael, perché era il più bravo e gli piaceva molto cucinare. Gli lasciammo quindi volentieri l’onore (e l’onere) di farlo e non ci importava che preparasse per lo più cose semplici, come un piatto di pasta al sugo: noi stavamo bene così, quei momenti spensierati e pieni di allegria trascorsi insieme ci riempivano di speranza per il futuro. Nergal si sedeva sempre a tavola con noi ma di solito non interveniva nelle nostre chiacchere, lo faceva solo se lo interpellavamo o se la conversazione si faceva troppo personale, per evitare di far trapelare informazioni private su chi eravamo. Per noi, la cosa fondamentale era che lui fosse lì; per lui, l’importante era che noi fossimo tutti presenti e che al suo cenno, a rotazione, chi gli stava seduto accanto gli versasse del sangue nel bicchiere. Poche volte lo abbiamo visto mangiare le stesse cose che comperavamo e cucinavamo per noi, perché Nergal si cibava principalmente del sangue e della carne degli animali che sacrificavamo, rigorosamente cruda. Se poi la cena era prevista in tarda notte, per esempio dopo un sabba, allora era solito mangiare anche il cuore e gli altri organi crudi.

Imparammo anche a tenere pulita la casa, tutti dovevamo collaborare senza distinzione, in casa dovevano regnare l’ordine e la pulizia. Penso che questa necessità fosse legata a due fattori: da un lato, la preoccupazione che l’odore del sangue potesse attirare gli insetti e la conseguente possibilità di malattie; dall’altra, la paura che le forze dell’ordine potessero trovare tracce di sangue durante un possibile controllo. Marbas era solito ricordarci che “se ci beccano, sono cazzi amari non solo per il maestro!” Effettivamente, per quanto cercassimo di ignorarla, la faccenda del sangue impressionava un po’ tutti, eppure, paradossalmente, ci sembrava meno rischioso per la nostra sicurezza rimanere lì che tornare ognuno a casa propria!

Imparammo anche a fare il bucato, che, per quanto ostico per tutti, era uno dei momenti più belli e divertenti. Per evitare tovaglie e lenzuola rovinate, Nergal aveva appeso al muro una tabella per indicare i programmi suddivisi per colore e, entro il terzo tentativo, quasi tutti eravamo riusciti a fare un bucato decente. A ogni indumento danneggiato, però, l’incubo delle facce del maestro ci rigettava nell’ansia: in quei momenti, ci sembrava di poter vedere nei suoi occhi lo stesso sguardo che aveva quando alla sera sorseggiava il suo bicchiere di sangue…

Solo per Lamashtu era diverso, perché vedeva in quella tabella un’offesa alla sua intelligenza e, un giorno, preso dal suo spirito di contraddizione e di sfida, decise di fare il bucato a modo suo e stracciò la tabella. Fu un disastro: insieme alle tovaglie e alle lenzuola, aveva messo in lavatrice anche la tunica rossa di Nergal e, per essere sicuro di smacchiare bene tutto, aggiunse anche la candeggina. Al pensiero della reazione del maestro, ognuno di noi fece la sua migliore proposta: Bael suggerì di fuggire in Messico (chissà perché proprio il Messico, deve aver pensato che fosse il posto più distante!); Kore pensò di far sparire il bucato e negare tutto – ipotesi subito scartata perché nessuno voleva rischiare le conseguenze per colpa di un “solo” idiota; Nuberus studiò la soluzione certamente più adatta ai gusti del maestro, proponendo di tagliarsi un braccio e servirglielo per cena!

Quando Nergal entrò in lavanderia, attirato del nostro vociare, vide la tunica ridotta ad un color rosa confetto a chiazze bianche e la stoffa di seta raggrinzita e inaspettatamente, dopo essere passato più volte con sguardo confuso da quella a Lamashtu e viceversa, si limitò a lanciare la tunica per terra ordinandogli di rifare il cartello della lavatrice. Subito sparì nel suo studio, dove rimase fino a tarda sera e nessuno di noi osò andarlo a chiamare o disturbarlo facendo rumore. Al mattino successivo, vedemmo i due appartarsi e Lamashtu fu obbligato a inginocchiarsi e chiedere scusa e, come punizione, fu poi costretto a lavare a mano tutte le tuniche per una settimana. Il sabato successivo, però, i maschi erano tutti in cortile a giocare a pallone insieme a Nergal e la questione della tunica rosa era già stata archiviata.

 

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