Storia · capitolo 7

I ragazzi della casa

La Grande Casa di Samy


Quella che per noi divenne la grande la casa si trovava nella zona a sud di Milano. Il giorno dopo con Nergal, in macchina, attraversammo alcuni paesi in direzione di Pavia e poi ci addentrammo verso le campagne; qui imboccammo una strada sterrata, con il cartello “PROPRIETÀ PRIVATA” ben in evidenza, in fondo alla quale si arrivava ad un grande cancello. L’intera proprietà era recintata e all’interno alberi e cespugli nascondevano la casa alla vista delle persone di passaggio. Tutto intorno vi erano solo campi e boschi, la casa abitata più vicina distava almeno un chilometro ed era una cascina agricola, che ospitava qualche mucca e dei maiali.

A colpo d’occhio, la casa sembrava una vecchia cascina ristrutturata: era disposta su tre livelli – due piani e un sottotetto che era stato reso abitabile – ed esternamente conservava ancora la facciata in pietra. Il piano terra era composto da un salone che mi sembrava immenso, una cucina altrettanto grande, una piccola stanza adibita a biblioteca e un bagno; il primo piano ospitava la zona notte con tre camere da letto e un secondo bagno, mentre il sottotetto era costituito da un’unica grande camera da letto. Da un angolo del soggiorno si accedeva poi alla cantina molto ampia attraverso una scalinata. La casa era estremamente curata, almeno per le mie abitudini: travi in legno decoravano il soffitto dando una sensazione di calore; il soggiorno, con il suo camino e gli ampi divani, invitava a sedersi e rilassarsi; le scale erano in pietra e tutte le stanze erano allestite in stile montanaro, con armadi e letti in legno e un bel parquet ricoperto di tappeti.

Tutto era bello ai miei occhi, e non avrebbe potuto essere diversamente, considerate la mia scarsa frequentazione di case pulite, ordinate e accoglienti. L’unica nota stonata in quell’ambiente erano gli accessori e, all’inizio, li trovai persino inquietanti: quadri di creature infernali su ogni parete, candelabri a forma di scheletri, statue di strane creature, bicchieri a forma di teschio... Provai la voglia di scappare, mi sentivo come proiettata in un film dell’orrore. Invece Nergal mi invitò ad aspettare con lui perché a breve sarebbero arrivati anche gli altri e così mi accompagnò a sedermi in salone.

Nel giro di un’ora ci ritrovammo in dieci ragazzi, tre femmine e sette maschi tra i tredici e i diciassette anni. Era chiaro che nessuno di noi se la passasse bene: occhi spenti, spalle curve, visi inespressivi, nessun sorriso. Eravamo come fantasmi in una casa ancora più cupa e tenebrosa di noi. Non una volta i nostri sguardi si incrociarono, eppure io mi rivedevo in loro.

Da quel giorno iniziammo a conoscerci, seduti in cerchio sulle sedie di velluto dallo schienale alto del tavolo da pranzo. Riuscivamo a dire solo il nome (quello che ci aveva dato lui) e nulla di più, perché eravamo troppo fragili e troppo vuoti per poterci descrivere. Chi eravamo? Da dove venivamo? Cosa ci era successo? Erano domande troppo dolorose da poter fare a noi stessi e agli altri. Di una cosa però eravamo tutti consapevoli: eravamo lì per la voglia di tornare a esistere e di conquistare quella normalità che mai avevamo avuto.

Gli incontri nella casa erano previsti tre volte alla settimana, nel pomeriggio. L’inizio avveniva sempre con la stessa modalità: ci sedevamo in cerchio, ci prendevamo le mani e Nergal recitava una frase di rito in lingua latina che – se la memoria non mi inganna – suonava pressappoco come “Adiutorium nostrum in nomine domini inferni”. Pronunciava anche altre frasi che non ricordo e, mentre lo faceva, accendeva una candela rossa che faceva passare nelle mani di tutti. Quando la candela ritornava a lui, la spegneva e la collocava al centro del cerchio. Da quel momento potevamo parlare, ma era solo lui a decidere l’argomento e la prima tappa era sempre dover raccontare della nostra vita.

Quel giorno fu Nergal a presentarmi agli altri e da allora io divenni Aradia. Il silenzio durò due settimane, finché Behemot non ebbe il coraggio di infrangerlo per primo, seguito da Bael, Astaroth e Kore. Poi toccò a me, ad Arimon, Marbas, Nuberus, Nahenia e, per ultimo, a Lamashtu.

 

Behemoth

Behemoth era il più grande di noi ragazzi, aveva quasi diciotto anni ed era figlio di un muratore violento che costringeva la moglie a rimanere in casa per la sua folle gelosia. Era molto alto, aveva i capelli biondi e grandi occhi azzurri. Di lui colpiva subito l’eccessiva magrezza, che cercava di coprire indossando felpe e pantaloni di misure molto più grandi della sua. Conobbe Nergal nei giardini dell’ospedale dove era finito dopo il primo tentativo di suicidio: aveva tentato maldestramente di tagliarsi le vene, ma il taglio era risultato poco profondo e il dissanguamento troppo lento. La madre lo ritrovò incosciente ma ancora vivo.

Cominciò a parlare il giorno in cui lo trovammo seduto sul divano, con il viso rigato dalle lacrime e i capelli arruffati e sporchi di fango. Seduto su una delle sedie di fronte a lui c’era Nergal che gli cambiava le medicazioni ai polsi. A ogni giro di fascia, i loro occhi si univano e la mano si allungava ad accarezzare il capo di Behemoth. I polsi, infatti, non furono l’unica cosa a essere medicata quel giorno: Nergal dovette disinfettare anche le lunghe striature rosse e sanguinanti che attraversavano la sua schiena, dipingendola come una mappa. Erano così tante che, a guardarlo, quel ragazzo troppo alto e troppo magro sembrava una cartina stradale vivente.

Tutti sapevamo cosa c’era dietro quelle ferite, perché riconoscevamo quelle lacrime intrise di urla mai gridate, di dolore mai raccontato, tenuto dentro come un segreto da custodire a ogni costo. Behemoth era figlio di un uomo venuto dal sud con la valigia di cartone, che cercava nell’edilizia l’alternativa alla miseria del meridione di quegli anni, e si era sposato molto giovane con una donna scelta dalla sua famiglia. Al nord, dove era stato accolto nelle case popolari e aveva trovato lavoro, sembrava quasi tutto perfetto; poi, con l’arrivo del figlio non voluto e le prime preoccupazioni economiche, il padre cominciò a bere e sopraggiunsero la rabbia, il delirio dei presunti tradimenti e l’odio verso la famiglia.

Quel giorno però qualcuno lo stava medicando, usando non solo delle bende e del disinfettante ma anche una dolcezza e una comprensione che per me era lontana nei ricordi. Fasciatura dopo fasciatura, quei polsi smisero di sanguinare e, col tempo, le ferite si rimarginarono e la sua schiena guarì. Nessuno poteva più fargli del male: Behemoth ormai sapeva dove potersi nascondere quando suo padre tornava a casa dal cantiere ubriaco e, con la cinghia, lo frustava perché lo riteneva troppo gracile e inutile. Non si limitava a picchiare solo lui, ma anche la moglie e non solo quando interveniva per difenderlo. La sua gelosia, infatti, lo accecava e la sua violenza si abbatteva su di lei e sul figlio che tentava di proteggerla. Quella donna si era rassegnata a sottostare al marito per evitare le esplosioni di rabbia e avrebbe voluto che anche il figlio lo facesse. Behemoth però non ne voleva sapere: aveva deciso di lottare e di riprendersi la sua vita, per questo era arrivato nella grande casa e si lasciava medicare.

Eppure, anche lui, come noi, non poteva ignorare quel bicchiere colmo di sangue che Nergal, medicazione dopo medicazione, sorseggiava come se fosse una tazza di buon thè...

 

 

Bael

Bael era il classico ragazzino adolescente tutto brufoli, con braccia lunghe e gambe sottili. I suoi occhi erano neri come i capelli, che spesso si confondevano con le felpe scure che indossava. Viveva nella periferia a nord di Milano e i suoi genitori erano due figli dei fiori degli anni ’60 che, nonostante ormai fossero adulti e avessero un figlio, continuavano a vivere irresponsabilmente, tra serate sfrenate e amicizie sballate. Forse durante una di quelle serate o per qualche amicizia sbagliata, la coppia entrò nel mondo della droga e chi ne pagò le spese più alte fu il figlio.

Quando le cose si facevano tristi, Bael alzava le spalle e si metteva il cappuccio della felpa in testa. Non lo vedevamo mai piangere e lo chiamavamo l’uomo d’acciaio, ma era solo per modo di dire, perché sapevamo che piangeva dentro. Aveva perso suo padre per un’overdose quando aveva otto anni; sua madre da allora viveva di prostituzione e usava quasi tutti i soldi che guadagnava per comprarsi la droga. Così non ne aveva mai a sufficienza per pagare le bollette e fare la spesa e quindi Bael bussava alle porte dei vicini o andava dai negozianti per chiedere l’elemosina e ottenere qualcosa da mangiare. I vestiti, invece, gli venivano spesso donati dalle volontarie della parrocchia.

Non aveva nemmeno finito la terza media quando tentò di togliersi vita bevendo della candeggina. Fu salvato da una vicina di casa chiamata dalla madre, che era troppo fatta per poterlo aiutare, e che andò con lui in ospedale. Nella morte cercava la fuga dalla vergogna per essere stato violentato da un cliente della donna: la madre aveva venduto il figlio per due dosi di cocaina e l’aveva tenuto fermo per non farlo scappare. La notte non poteva più stare al sicuro in quell’appartamento e così la grande casa divenne il suo rifugio. La stanza del secondo piano parlava di lui, aveva portato lì tutte le sue cose più care. Con il tempo si curò i brufoli, prese la licenza media alle scuole serali e le sue gambette divennero forti e muscolose.

Bael sapeva che lì era protetto e poteva starci finché voleva, a patto di stare lontano da quelle sacche nel frigorifero e di accettare di versare quel sangue nel bicchiere di Nergal quando restava a cena.

 

Astaroth

Astaroth era il primo di tre fratelli: del più piccolo non disse mai nulla, ci raccontò solamente di sua sorella che aveva un anno meno di lui. I suoi genitori erano morti tre anni prima che lui giungesse nella grande casa e, da allora, era andato a vivere dagli zii con i fratelli. Appena finite le scuole medie, suo zio lo portò a lavorare con sé nell’officina dove faceva il meccanico, mentre sua zia era solita raccontare ai vicini di casa che, con questi tre nipoti, le era arrivata “una bella gatta da pelare”! Che poi, perché mai bisognerebbe pelare le gatte?

Non era molto alto ma era abbastanza robusto di corporatura e portava degli occhiali molto spessi, attraverso i quali si intravedevano due occhi piccoli color nocciola. Astaroth era il classico ragazzo introverso, poco socievole, diffidente e molto solitario, ma era dolcissimo. Sapeva cogliere un fiore dal giardino per porgerlo a noi ragazze quando c’era una ricorrenza; se eri triste, ti portava i biscotti e si sedeva accanto a te dandoti la mano. Non importava se fossi uomo o donna, Astaroth c’era per tutti, però non parlava mai: si era chiuso nel mutismo perché aveva iniziato a soffrire di balbuzie da quando erano morti i suoi genitori e lo zio aveva iniziato a deriderlo. Aveva provato a ribellarsi, gridando e lanciando per aria le cose come ogni ragazzo sa fare, ma questo gli costava il dover passare la notte chiuso nello sgabuzzino di casa, al buio e senza potersi sdraiare. Per dormire doveva sedersi e rannicchiarsi e la prima volta fu così dura da fargli fare la pipì addosso.

Da allora, per non essere deriso, cercava di parlare il meno possibile anche se era difficile perché lavorava insieme allo zio. Questa solitudine interiore portò Astaroth a decidere di impiccarsi una mattina mentre la sorella era a scuola. Quel giorno però lei uscì prima e lo trovò ancora vivo: stava soffocando piano piano e lei riuscì a chiamare i soccorsi in tempo. In ospedale lo salvarono, ma questo non lo fece stare meglio: a causa dello shock, la sorella iniziò a perdere i capelli e i suoi zii lo accusarono anche di questo. Allora lui si chiuse ancora di più in se stesso. Nel giusto contesto, Astaroth parlava spesso e non balbettava. A bassa voce, i suoi discorsi erano lunghi e compiuti, e lo potevi vedere con le mani in tasca, la schiena curva e un lieve sorriso sulle labbra, mentre camminava a fianco di Nergal nel giardino di casa. I due parlavano sempre di epica e di come a entrambi piacesse più la versione dell’Odissea di Joyce rispetto a quella classica di Omero.

Quel ragazzo avrebbe voluto fare l’insegnante e sarebbe stato anche molto bravo e invece rimase in quel giardino a trasportare le carcasse degli animali che insieme a Nergal avevano dissanguato...

 

Kore

Kore era bella, ma non di quella bellezza che ti passa accanto per strada e prosegui, ma di quella che ti rimane dentro e ti fa pensare e ripensare a lei. Non era molto alta, forse meno di un metro e sessanta, aveva capelli neri lunghi e due occhi azzurri che nelle brutte giornate diventavano di un blu così intenso da far invidia al Mare del Nord. Aveva un corpo esile ma le sue forme erano già ben sviluppate: nonostante i suoi quindici anni poteva fare tranquillamente concorrenza a una donna adulta. Fu per quella sua ingenua bellezza che l’orco la scelse.

Mi ricordo quel venerdì pomeriggio, quando la vidi entrare in braccio a Nergal: aveva la testa poggiata sul suo torace, con i capelli che le nascondevano il viso e le braccia strette intorno al collo, come per essere sicura di non scivolare via. Piangeva, e più piangeva, più sembrava piccola. Tutti noi sapevamo da tempo di quel bambino che non avrebbe potuto nascere e che quella mattina sarebbe dovuta andare in ospedale. Sua madre l’aveva accompagnata, perché serviva la firma di un adulto per abortire, ma poi era andata via lasciandola sola.

Kore non odiava quel bambino, anzi c’erano stati dei giorni in cui aveva anche pensato di tenerlo. Ma poi cosa avrebbe raccontato alla gente? Come avrebbe spiegato al bambino chi era suo padre? Sua madre le aveva detto che era stata lei a provocare suo padre con il suo modo di fare, fino a indurlo a recarsi di notte nella sua stanza e intrufolarsi nel suo letto; era stata lei con i suoi grandi occhi blu e quel corpo tanto perfetto a farlo eccitare. Sua madre, povera donna, doveva subire l’oltraggio delle corna da quella poco di buono di sua figlia. Questo si sentiva dire Kore ogni volta che provava a raccontare delle violenze che subiva dal padre: era una figlia degenere destinata a diventare una prostituta e niente di più.

Subito dopo il primo stupro, Kore aveva tentato di uccidersi ingerendo delle medicine: come una beffa, fu proprio suo padre a salvarla portandola in ospedale, dove raccontò ai medici che la figlia era depressa per amore. Da sola, la ragazza si riprese e affrontò il rientro a casa dove tutto continuò come prima. Questa volta, invece, Kore non era sola: Nergal era andato a prenderla e ora lei avrebbe avuto il tempo di riprendersi e le cure per guarire.

Quel pomeriggio, sdraiato accanto a lei sul letto, mentre la teneva tra le braccia per rassicurarla, Nergal le sussurrò un canto Navajo:

 

“Non restare a piangere sulla mia tomba,

non sono lì, non dormo.

Sono mille venti che soffiano,

sono la scintilla diamante sulla neve,

sono luce del sole sul grano maturo.

Sono la pioggerellina d’autunno

quando ti svegli nella quiete del mattino...

Sono le stelle che brillano la notte.

Non restare a piangere sulla mia tomba,

non sono lì, non dormo.”

 

Anche io mi sedetti accanto a loro, volevo molto bene a Kore. Era la cosa più simile ad un’amica che avessi mai avuto. Forse in lei vedevo tanto di quello che avevo passato e che mi sarebbe potuto accadere. La piccola grande donna superò l’aborto e restò in quella casa una settimana intera mentre Nergal si prendeva cura di lei ogni giorno: andava a comperare gli assorbenti e ogni cosa fosse necessaria, la accompagnò alla visita di controllo e la aiutò a procurarsi la pillola anticoncezionale. Ogni sera, prima di dormire, le portava una tisana e, seduto sul bordo del letto, le accarezzava i capelli fino a quando lei non si addormentava. In quella casa, Kore prese anche quel nuovo dolore e lo chiuse a chiave nel suo cuore: doveva rimettersi piedi e ci riuscì nonostante in quei giorni mangiasse poco.

Faceva ancora fatica a sopportare la vista del sangue e degli animali crudi che Nergal regolarmente mangiava per cena ma, pian piano, Kore divenne forte così forte da sedersi accanto a lui e bere il sangue dal suo bicchiere...

 

Arimon

Arimon era un ragazzo bellissimo. Quando lo vidi per la prima volta, rimasi colpita da quanto fosse attraente: aveva i capelli castani e lunghi, di solito legati a coda di cavallo, labbra ben delineate e occhi azzurri color del cielo, sottili e profondi in cui potevi perderti. Quando li scioglieva, i capelli gli incorniciavano il viso sottolineando la delicatezza di quei lineamenti. A noi ragazze piaceva Arimon, e credo che tutte noi avremmo voluto vivere con lui il sogno del primo amore: semplice, fatto di baci rubati e abbracci infiniti. Ma le regole della casa parlavano chiaro: tra noi “servitori di sangue” era vietato avere rapporti intimi o affettivi che andassero oltre il nostro ruolo. Nergal notava come lo guardavamo e si avvicinava a noi sussurrandoci nell’orecchio: «Arimon è come il sole: bello, caldo e intoccabile. Con lui bisogna stare attenti perché chi si avvicina troppo finisce per bruciarsi.» Aveva ragione, Arimon era veramente così e, pian piano, lo avremmo capito tutti.

A quel ragazzo non piacevano gli abbracci: odiava essere toccato dal giorno in cui sua madre decise di usarlo per sostituire il marito che l’aveva lasciata. Aveva poco più di dieci anni quando suo padre abbandonò la famiglia per andare in Germania. Non era partito per cercare fortuna ma perché la moglie aveva iniziato a manifestare dei disturbi mentali e lui non voleva rovinarsi la vita restandole accanto. Così lasciò lei e anche il figlio, perché “i bambini hanno bisogno della mamma”. Questa fu la scusa che aveva raccontato a se stesso e agli altri per giustificare il suo abbandono. Ci pensava, però, quell’uomo alla famiglia in Italia: mandava soldi tutti i mesi a casa e manteneva un contatto con il figlio, sporadico ma costante. A Natale e al compleanno, inviava una lettera al figlio e una volta, a Pasqua, fece anche una telefonata.

Adesso era Arimon a prendersi cura della madre, che con lui voleva compensare la sua solitudine: pretendeva che dormisse con lei e, durante la notte, si avvinghiava a lui, lo baciava, lo toccava fino a portarlo a eccitarsi pur contro la sua volontà. Lui sapeva che doveva farlo, altrimenti la mamma diventava isterica e i vicini si lamentavano. Era già accaduto che uscisse in vestaglia e andasse per strada a cercare il primo tossico per sfogare i suoi impulsi. Poi tornava a casa sporca, insanguinata e piena di lividi e Arimon non poteva lasciare che questo accadesse ma sapeva che quello che faceva nel letto con sua madre era sbagliato. Forse per questo non voleva che nessuna ragazza lo amasse?

Per questo senso di colpa mai placato, Arimon aveva tanto odio dentro di sé e spesso passava giorni interi a non mangiare o a tagliarsi: avrebbe voluto distruggere se stesso, farsi a pezzettini minuscoli e poi essere gettato via. Nei suoi momenti più bui, lanciava ogni cosa gli capitasse a tiro e poi, seduto, iniziava a tagliarsi con quei cocci prima sulle braccia, poi sulle gambe e, se nessuno lo fermava, anche nelle parti intime. Numerose volte Nergal fu costretto a bloccarlo con la forza in quei momenti di disperazione e autolesionismo: lo prendeva di spalle, bloccandogli le braccia e circondandolo come uno scudo. Lo teneva stretto così finché non si calmava e, quando sembrava che finalmente quella rabbia si fosse placata, iniziava a medicare i suoi tagli.

A volte, nei momenti peggiori, quelli in cui la rabbia non riesce a restare giù nelle profondità del tuo ventre ma sale, sale fino al cervello e se ne impadronisce offuscandoti i pensieri, si accende il desiderio di distruggere tutto. In quei momenti non importa chi c’è davanti a te, che sia un amico o un nemico non fa la differenza, quello che conta è distruggere ogni cosa. In quel momento speri che, tra le mille cose che cadono a pezzi, ci sia anche il tuo dolore.

La rabbia di Arimon con il passare del tempo si placò. La madre smise di cercarlo, non per presa di coscienza né perché fu aiutata a farlo, ma perché Nergal insegnò al figlio come miscelare le erbe in modo da ricavarne un tranquillante, da somministrarle di nascosto durante la giornata. All’inizio la donna passava intere giornate a dormire, in uno stato catatonico ma, dopo alcuni mesi, Arimon riuscì a capire quale fosse il giusto dosaggio e questo effetto collaterale scomparve. Fatto sta che nessuno di noi ebbe mai il coraggio di bere quello che Arimon ci offriva...

 

Marbas

Marbas aveva quattrodici anni ed era il figlio di due spacciatori. In quel periodo, suo fratello più grande e suo padre erano detenuti a San Vittore, quindi sua madre li aveva sostituiti nel giro del quartiere della Barona. Nonostante la sua giovane età, aveva già visto molti tra i suoi amici, i loro fratelli o i suoi compagni di scuola, finire a terra con le vene bucate e le siringhe ancora nel braccio. Tanti erano i giovani che aveva visto morire e, ai suoi occhi, i genitori ne erano responsabili e per questo li odiava. E poi aveva paura, ne aveva tanta, perché quei drogati venivano a casa sua per avere la droga anche quando non avevano soldi per comperarla.

Venivano tutti sudati, alterati e con il coltello in mano e, una volta, uno di loro lo minacciò con una siringa usata. Quando Marbas gli disse di non sapere dove la madre teneva quella robaccia, il ragazzo gli conficcò la siringa nella spalla. Allora ebbe paura di aver preso l’AIDS: lui conosceva quella “brutta parola”, sapeva che quella malattia girava tra i drogati perché in quegli anni a scuola i professori ne parlavano e raccomandavano di stare attenti alle siringhe che si trovano nei parchi.

Quel giorno avrebbe voluto andare a farsi controllare, ma la madre gli disse di no! non si poteva certo andare in ospedale e raccontare ai dottori di essere stati feriti da un drogato venuto a compare la sua dose! E poi, l’AIDS, era tutta un’invenzione del governo!

Spesso, sua madre gli diceva che forse in ospedale avevano scambiato suo figlio con un altro bambino e che era uno stupido perché diceva che da grande voleva guadagnarsi da vivere facendo il pompiere. Lo definiva un fallito, perché solo “gli scemi rischiano la vita per un milione di lire al mese” mentre lei, quei soldi, li faceva in una settimana. Eppure, c’erano sempre problemi con l’affitto di casa e per le gite scolastiche e, quando il figlio chiedeva spiegazioni, sua madre gli diceva che servivano per pagare l’avvocato, altrimenti suo padre e suo fratello non sarebbero potuti uscire di prigione.

Un giorno, al rientro da scuola, Marbas trovò un uomo sulle scale che gli puntò una pistola addosso e lo costrinse a lasciarlo entrare in casa. Una volta dentro, quell’uomo lo picchiò così forte da rompergli tre costole, perché, anche se il ragazzo non aveva fatto nulla, sua madre aveva osato vendere fuori dalla sua zona e quello era il prezzo da pagare. Il pestaggio costò a Marbas anche un dente rotto, ma nemmeno quella volta sua madre lo portò in ospedale: non si poteva mica dire a tutti cosa era successo! Quella donna però era cocciuta e nessuno doveva permettersi di metterle i piedi in testa, quindi continuò nonostante l’avvertimento.

Dopo un po’ di tempo, una domenica mattina, Marbas aveva la febbre e pensava di avere l’AIDS. Dalla finestra della sua stanza vide degli uomini in cortile che aspettavano qualcuno e parlavano in dialetto siciliano. Questa cosa, per qualche brutta esperienza passata, gli aveva sempre fatto paura e cominciò a pensare che forse erano lì per vendicarsi ancora del comportamento di sua madre. Allora, in preda al panico, tentò di togliersi la vita. Si mise una busta di plastica in testa e la strinse con il nastro adesivo per soffocarsi: perse i sensi molto lentamente e quindi fece in tempo a vedere proprio uno di quegli uomini tagliare la busta per soccorrerlo. Sua madre, donna cocciuta, vedendolo in quelle condizioni, era scappata in casa dei vicini lasciandolo solo.

Quegli uomini, che non erano affatto lì per la sua famiglia, non solo non gli fecero del male ma chiamarono l’ambulanza e, pensando di proteggerlo, dissero che si era trattato di un gioco finito male. Sua madre confermò quella versione, precisando ai medici che suo figlio faceva spesso dei giochi stupidi.

Marbas era molto sviluppato per la sua età e aveva un corpo già ben delineato; la sua muscolatura, inoltre, faceva intuire che, da adulto, sarebbe diventato un uomo forte. Nonostante questo, si muoveva con sicurezza e agilità e si capiva che era proprio adatto a fare il pompiere! Proprio per questa sua passione, Nergal gli affidava volentieri il compito di bruciare le carcasse degli animali che tutti noi uccidevamo per nutrirlo...

 

Nuberus

Se volevi ridere o se qualcuno ti aveva fatto uno scherzo, non c’erano dubbi: dovevi andare da Nuberus, che per noi era solo “Nube”. Era quello che all’interno di una compagnia sarebbe stato definito il buffone o babbione del gruppo: rideva e scherzava sempre, forse perché era il più piccolo, aveva appena compiuto quattordici anni. Lui era sempre nella grande casa, a volte abbiamo addirittura sospettato che ci vivesse, e non sapevamo come, ma Nergal era anche riuscito ad iscriverlo in una scuola media lì vicino. Vista la situazione, però, abbiamo preferito non fare troppe domande.

Nuberus era frutto di un abuso sessuale su una donna alcolizzata che viveva da sola. La famiglia l’aveva abbandonata a se stessa: secondo loro ormai era troppo tardi per salvare quella donna ridotta a una larva e con il cervello ormai fritto dall’etanolo, e il figlio, beh! quello poi era solamente un bastardo con chissà quali problemi mentali.

Quel bambino era cresciuto come un animaletto selvatico: non aveva regole per mangiare e per lavarsi, non aveva mai avuto un letto ed era passato dal dormire dentro un cassetto di una cassettiera a un materasso sul pavimento. Viveva con la madre in una roulotte dismessa, senza luce né gas e nemmeno il riscaldamento, ai margini di un accampamento di zingari perché anche gli stessi Rom li emarginavano, esattamente come la nostra società emargina loro.

Ridendo, Nube ci raccontava che, prima d’incontrare Nergal, mangiava spesso dai cestini dei marciapiedi, che sua madre viveva chiedendo l’elemosina per strada e che poi la spendeva per ubriacarsi. Nessuno si era mai occupato né di lui né della madre: era cresciuto da solo, pulendo il vomito di quella donna che a volte rientrava per la notte e a volte no. Eppure, sempre ridendo, diceva che ora andava meglio perché la madre, con il cervello fritto, era ormai innocua, ma prima di friggersi allora sì che era peggio! Infatti, c’erano giorni in cui era talmente ubriaca da diventare brutta e cattiva e allora erano botte.

In uno di quei giorni gli aveva rotto un braccio e poi in un altro lo aveva buttato a terra incrinandogli le costole a calci. E, a suo dire, era andata ancora bene! perché, avendolo colpito senza le scarpe, gli aveva fatto meno male.

Un giorno, però, Nuberus aveva deciso di dire basta al freddo e alla fame e aveva tentato di morire con il veleno per topi. Si salvò e nemmeno in ospedale riuscivano a spiegarsi come ce l’avesse fatta. Arimon diceva sempre che era talmente scemo da non essersi accorto di avere assunto troppo poco veleno. Com’è e come non è, Nube ora pensava che le cose andassero alla grande: la madre era ridotta ad una larva e lui poteva mangiare, lavarsi e andare a scuola. Tutto grazie a Nergal.

Nuberus parlava sempre ridendo del suo passato, che in fondo non era passato, e Arimon lo guardava storto e gli diceva: «Quel veleno ti ha fritto il cervello, bimbo minchia!» Confesso che, a volte, anch’io ho avuto dei dubbi sul suo stato mentale, eppure Nuberus era furbo, sapeva che a scuola non si doveva parlare della grande casa e di Nergal; all’insegnante bisognava dire che la mamma era via per lavoro e che l’uomo, che andava a prenderlo ogni tanto e che si presentava ai colloqui, era lo zio.

Era bravo a mentire, Nuberus, sapeva parlare benissimo l’inglese e tutti avevamo capito che Nergal l’aveva scelto per essere il suo successore...

 

Nahenia

Nahenia aveva sedici anni ed era la ragazza dai capelli ricci e dorati. Era la prima cosa di lei che notavi quando la incontravi. Aveva due sorelle ma raccontava a tutti di averne solo una più piccola, perché la più grande era partita con il fidanzato per girare il mondo in roulotte. Nahenia si era sentita tradita da lei, pensava che sarebbe dovuta restare a proteggere le più piccole e ogni tanto provava a chiamarla ma senza risposta. Così il compito di protezione verso la sorella minore ora spettava a lei e sentiva di non farcela. Ogni sera, verso le ventidue, si truccava, indossava un tubino rosso e tacchi altissimi e andava a battere sul marciapiede. Faceva la prostituta e il suo protettore non la perdeva mai di vista: lì, fermo in macchina, sceglieva i clienti con cui farla andare e contrattava i prezzi.

Un tempo anche sua madre faceva lo stesso mestiere: era giunta nel nostro paese dalla Romania con la speranza di una famiglia insieme all’uomo che aveva sposato, ma aveva scoperto subito che si trattava di un inganno. Suo “marito” l’aveva comprata dalla famiglia di origine e l’aveva messa a lavorare sulla strada dove era rimasta per molto tempo, perfino durante le gravidanze, tutte frutto di rapporti non protetti con clienti a cui “piace scopare senza preservativo”. Il protettore – a questo punto era chiaro il suo ruolo – le aveva fatto tenere le figlie perché erano femmine e così, una volta cresciute, avrebbe potuto usarle per lo stesso scopo. Infatti, quando la donna si era ammalata di sifilide e non poteva più lavorare, pensò bene di mettere su quella strada proprio la figlia.

Quando lo aveva saputo, Nahenia aveva provato a rifiutarsi e gli aveva detto che era vergine e aveva paura che la prima volta facesse male. Lui, per tutta risposta, l’aveva picchiata e violentata, risolvendo a modo suo il problema. Quando ce lo raccontava, lei si atteggiava a grande e diceva di essersi ormai abituata, ma poi, un giorno d’estate, nella penombra delle candele della stanza di noi ragazze, si fece piccola piccola e ci raccontò di come la sera della sua prima volta, dopo che l’ebbe violentata, lui l’aveva lasciata nuda sul letto, infreddolita e dolorante. Con il sangue che le colava tra gambe, aveva raccolto tutte le forze che le restavano e aveva raggiunto il comodino, dove sapeva che c’era la droga che il padrone teneva per farci degli extra. I paramedici la trovarono in overdose ma vestita e ripulita, perché il bastardo l’aveva sistemata prima che arrivassero e aveva detto che la ragazza era solita fare uso di droga.

Nahenia diceva che il mondo era una merda, che tutto ruotava intorno ai soldi e al sesso. Fumava, ma lo faceva solo per sentirsi grande; si faceva di canne, a volte troppe, ma solo per scappare dal baratro in cui era caduta. Rubava vestiti nei negozi, ma lo faceva perché le servivano per prostituirsi e non voleva pagarli perché ogni soldo risparmiato rappresentava un passo verso la libertà. Voleva riscattare sua sorella, sua madre e se stessa dalla bestia che le teneva in ostaggio. Con noi provava a fare la tosta, provava a essere forte, ma certi giorni arrivava arrabbiata, sporca di fango, di feci e di urina e urlava “che cazzo ti guardi?!?” a chiunque incrociasse il suo sguardo. Poi correndo si rifugiava a piangere tra le braccia di Nergal e lì il trucco sfatto si scioglieva e lei tornava a essere una bambina. Nergal la portava in bagno, riempiva la vasca, la spogliava con delicatezza e con una spugna le ripuliva lentamente il corpo e i capelli. Quando si calmava, le medicava i segni che i clienti violenti le lasciavano sul seno, sulle natiche e tra le gambe. Alla fine, Nahenia si chiudeva in camera da sola, in silenzio.

Ci voleva sempre un po’ prima che Nahenia si riprendesse da quei giorni neri – a volte poche ore, altre volte intere mattinate – ma poi tornava di nuovo in piedi, con la sigaretta in bocca, pronta a darti battaglia se la guardavi troppo. Forse per un ennesimo tentativo di dimostrarsi forte o forse perché credeva veramente di esserlo, una sera di agosto, Nahenia si offrì di provare a dissanguare un animale, un cucciolo di cane.

Questa “cerimonia” era ancora molto ostica per noi, ma lei, nel suo atteggiarsi a grande, deve aver pensato che sarebbe stato facile oppure voleva compiacere chi le dava un rifugio e le leniva le ferite. Fatto sta che quella sera, per usare le parole di Arimon, Nahenia fece davvero “una cazzata” e il risultato fu che crollò e non fu più la stessa.

Nergal le aveva detto di aspettare, di lasciar fare a lui, ma lei, testardamente, aveva insistito. Allora lui aveva acconsentito, raccomandandole però di non guardare mai il cucciolo negli occhi, cosa che lei fece puntualmente! Ho sempre pensato che si aspettasse di vedere in quella bestiolina gli occhi del suo padrone o dei suoi clienti, di poter pareggiare almeno un po’ i conti, ma che in realtà vide solo gli occhietti azzurri di un animale innocente che la supplicavano di lasciarlo andare. Allora, convulsamente, affondò il coltello ma, per lo spavento, lo estrasse subito, causando così un violento getto di sangue che sprizzò dappertutto. In preda al panico, lasciò la presa e corsa via; il cucciolo si divincolava e guaiva e, nel tentativo di sopravvivere, tentò di alzarsi di scatto, facendo schizzare il sangue ancora più forte. Non restava che porre fine alle sofferenze del cane e ci pensò proprio “il maestro”, come già avevamo cominciato a chiamarlo su suggerimento di Nuberus.

Ora il povero animale giaceva lì, inutilmente morto, e Nergal, prima di andare a parlare con Nahenia, ci ordinò di ripulire tutto. Ormai era chiaro che la cerimonia era compromessa e che lui non avrebbe più potuto cibarsi di quel sangue e di quella carne non consacrata...

 

Lamashtu

Lamashtu aveva quasi diciassette anni ed era molto alto, occhi marroni e capelli castani corti. Era un ragazzo carino ma al primo impatto non colpiva per la sua bellezza, quanto per i suoi modi e per il suo carattere schivo e provocatorio. Anche il suo abbigliamento, tipico dei metallari di quegli anni, con pantaloni e giubbotto in finta pelle e anfibi, era un suo modo per avvisare gli altri di stargli lontano. Spesso arrivava indossando catene e borchie, che rigorosamente Nergal gli faceva togliere: non che ci fossero delle regole sull’abbigliamento, ma questi accessori simboleggiano l’appartenenza ad un gruppo, e lui non apparteneva ai metallari ma al maestro.

Era un tipo complicato, metteva a dura prova non solo noi ma anche Nergal e spesso i due si scontravano anche per cose banali. Quel ragazzo ci sfidava per ogni cosa, era capace di contraddirci su tutto solo per il gusto di farlo. Non accettava mai quello che gli veniva detto, né che si trattasse di cose importanti, ad esempio come conservare il cibo, né di cose banali, come la scelta di un film. Cercava costantemente un pretesto per litigare e andava avanti per ore finché non ci riusciva. Il suo fisico imponente, inoltre, lo metteva ancora di più in posizione di superiorità nei suoi atteggiamenti di sfida. Agli occhi del mondo appariva un tipo tosto, ma sotto quei vestiti così aggressivi si potevano vedere i segni delle bruciature che si infliggeva con le sigarette: ogni segno rappresentava una lite tra i suoi genitori.

Lamashtu era il primo di tre figli di una coppia che passava più tempo tra le mura del carcere che in casa. Il padre aveva collezionato una serie di reati in ambito di spaccio e furto d’auto, mentre la madre alternava reati di contraffazione ad altri di truffa. Quando entrambi si trovavano sotto lo stesso tetto, passavano dal bere al prendersi a botte con la stessa facilità con cui i conigli si riproducono. E non usavano solo le mani, ma quasi tutto ciò che avevano a tiro. Durante una di quelle discussioni, Lamashtu, che era intervenuto per separarli, si beccò una coltellata sulla spalla: fortunatamente, il taglio fu superficiale e non servì andare in ospedale, ma lo scompiglio che ne conseguì indusse i vicini a chiamare la polizia.

I servizi sociali, che già conoscevano le difficoltà della famiglia, decisero di separare i fratelli: i più piccoli di otto e cinque anni vennero portati in collegio, mentre il più grande, per via dell’età e del suo passato burrascoso (note e sospensioni a scuola, un’aggressione ad un professore, furti nei negozi...) fu considerato troppo compromesso e fu lasciato in famiglia. Quella sera segnò Lamashtu indelebilmente e, anche a distanza di anni, nel raccontare di come i suoi fratelli urlassero allungando le braccia, chiamandolo, chiedendogli aiuto e pregandolo di non farli portare via, piangeva e si copriva il volto con le mani. Da quel momento, i tre ragazzi non si rividero mai più.

Il culmine arrivò qualche anno dopo. Il padre era uscito dal carcere da qualche giorno quando scoprì che la moglie, a casa già da un anno, aveva una storia con suo fratello ed era incinta. L’alcol e la cocaina fecero il resto. Scoppiò l’ennesima lite violenta durante la quale i genitori si scagliarono entrambi contro il ragazzo: fu picchiato prima dal padre, che lo incolpava di avergli taciuto quella relazione, e poi dalla madre, che lo incolpava al contrario di aver tradito la fiducia e di aver spifferato tutto. In preda allo sconforto, Lamashtu scappò a casa della nonna, dove trovò supporto da lei ma non dal nonno, un vecchio sdentato che si era fatto quindici anni di galera per omicidio. Quella notte passata tra i dolori delle botte e la prospettiva di dover tornare a casa, lo portarono a desiderare di morire e ingerì le medicine della nonna e del nonno. Sorprendentemente, in ospedale, i medici riuscirono a salvarlo ma nessuno denunciò l’accaduto: il curriculum della famiglia indicava a chiare lettere “stateci lontano!”.

Una delle prime sere d’estate passate nella grande casa, sorpresi Lamashtu intento a guardare le fiamme del falò del barbecue. Sapevo che tentare di parlare con lui significava litigare, per quel suo fare sempre di sfida, quel vizio di ferire con le parole appena si tentava di instaurare un dialogo, ma quel giorno sembrava diverso, come lontano da quel giardino. In silenzio, mi avvicinai e mi accorsi che gli stavano scendendo delle lacrime. Istintivamente gli accarezzai i capelli, ma subito mi resi conto del rischio di quel gesto. Con mia grande sorpresa, mi lasciò fare e cominciò a raccontarmi che quel giorno era il compleanno di uno dei fratellini, di quanto gli mancassero ma anche di quanto fosse felice che li avessero portati via da tutto lo schifo che c’era a casa loro.

Era la prima volta che ne parlava apertamente e fu un momento doloroso, eppure non parlava con amarezza ma solo con il rammarico di non essere stato portato via anche lui. Sapevo come si sentiva e cosa volesse dire staccarsi dai propri fratelli: lo provavo anch’io tutti i giorni sulla mia pelle perché non ero mai a casa e, quando c’ero, li evitavo. All’epoca preferivo passare tutto il mio tempo libero nella grande casa, un posto pulito dove mi sentivo al sicuro e trovavo conforto, protezione e qualcuno che si prendeva cura di me; loro invece rimanevano lì, in quella casa sporca a respirare rabbia e dolore. Lo strinsi forte, più per consolare me stessa che lui, e nascosi il viso sul suo petto per non fargli vedere che anch’io stavo piangendo.

E così, lontano da tutti e dal mondo che ci era tanto nemico, c’eravamo solo noi due abbracciati l’uno all’altra. In quella sera d’estate, quando l’arancione del tramonto tarda a lasciare lo spazio al blu del cielo stellato e la luna si affaccia rossa e bassa lungo l’orizzonte, le nostre labbra si sfiorarono lentamente e i nostri cuori iniziarono a battere così veloce che potevamo sentirli. Ed eravamo felici, perché in quel battito senza tempo, veloce e martellante, scoprivamo di essere vivi...

 

 

 

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